25 ANNI DOPO: TI SALUTO, BEPPE ALFANO di Antonio Papalia

8 gennaio 2018 Cronaca di Messina

Ciao Beppe, qualunque cosa tu sia adesso.
Ti scrivo oggi 7 gennaio e non domani 8, perché da domani come al solito ci saranno mille sbrodolamenti che ghirigoreranno intorno alla tua statura.
E ne voglio restare distante.
Nel 1993, quando facendo il cronista sei stato ammazzato, tu eri un giornalista senza tesserino.
Lavoravi anche tu in una Sicilia dove anche in questo campo si veniva e si viene sfruttati, e dove bisogna a volte strisciare davanti a farabutti alcuni dei quali, per i loro ignobili scopi, si improvvisano editori.
Ma tu non strisciavi, Beppe. Collaboravi al quotidiano “La Sicilia” e tesserino non ne avevi, e quando ti hanno ammazzato facevi il giornalista ma per l’Ordine non lo eri.
E pensare che dopo che ti hanno ammazzato, da destra a sinistra passando per il centro, giornalisti e politicanti, e ovviamente l’Ordine dei giornalisti, parlando di te tutti si riempivano e ancora si riempiono la bocca con “il giornalista Beppe Alfano ammazzato dalla Mafia”.
Perfino coloro a cui stavi sulle scatole.
Perché poi finalmente ti fu “concesso”, post mortem, quello stupido tesserino gonfio di polemiche.
Ecco, per tornare un po’ indietro, io quel maledetto giorno lavoravo (si fa per dire) in una televisione che si chiamava “Teletime”, gestita da lasciamo andare chi, per conto di due galantuomini, un politico democristiano che di nome non era cristiano e un costruttore suo compare che nel suo ambiente chiamavano “pedi lordi”.
Perché a Messina non ci siamo mai fatti mancare niente, quanto a sporcizia.
La notizia della tua morte ci sconvolse tutti in redazione.
Il direttore di quel Tg era Giuseppe Ramires.
Giuseppe l’indomani fece uscire il Tg listato a lutto. Preceduto da un requiem.
Grande tristezza.
Perché i giornalisti di Messina cominciavano a sentire il fetore della Mafia, appiccicato dietro al collo, come quelli di Catania e Palermo.
Io però piangevo dentro anche per altri versi, e non lo dissi a nessuno in redazione che tu e io eravamo amici da quando eravamo ragazzi.
Quando ci siamo conosciuti tu avevi qualche anno più di me e tutti e due andavamo ancora a scuola. A Messina abbiamo frequentato per un pezzo le stesse comitive, le stesse estati, si andava a ballare, le serate in terrazza, le ragazze. Bei tempi.
E tanto per dire di te, qualche anno più tardi, chissà perché, mi convincesti a scendere un giorno in un sottoscala di via dei Verdi, perché volevi farmi conoscere alcune persone: era un covo di Ordine Nuovo.
Non ne abbiamo mai più parlato dopo quel giorno, perché avevi capito che effetto mi aveva fatto.
Sì, eri un fascista tu, ma non eri come loro, per questo potevamo essere amici.
Ma voglio lasciare a chi legge un ricordo di te che mi è particolarmente caro perché forse, se allora non ci fossi stato tu, oggi non ci sarei io.
Eravamo ragazzi e le ragazze erano il nostro pensiero principale e quello era un pomeriggio di fine estate.
Con un gruppo di amici ci preparavamo per andare a ballare, appuntamento alla Passeggiata a Mare.
Mentre aspettavamo che ci fossimo tutti e mentre ognuno di noi bombardava di romanticherie la rispettiva ragazza, una pietra arrivò addosso a una di loro, che ovviamente si atterrì.
Poi arrivarono altre pietre accompagnate da parole dirette alle ragazze che non erano proprio complimenti, e a quel punto arrivò la paura.
Noi ragazzi, che eravamo già una decina, cominciammo a indirizzare parolacce verso i cespugli da dove erano state lanciate le pietre, ma da lì dietro spuntarono fuori tre tipacci più grandi di noi, che facendo scattare dei coltelli a molla si avvicinarono minacciosamente.
E a quel punto tutti, ma proprio tutti, se la diedero a gambe.
Mi sentivo perduto, iniziò una colluttazione e ricevetti un colpo di coltello di cui ancora oggi conservo la cicatrice, e con me rimanesti solo tu. Tu solo, Beppe, non scappasti.
«Prendiamo i rami!», mi gridasti.
E allora afferrammo i grossi rami delle palme che erano stati tagliati da pochi giorni e per fortuna stavano ancora a lato delle aiuole, per terra.
E ci siamo difesi a colpi di rami di palma, tanto selvaggiamente che due dei tre sono finiti in ospedale e ci sono rimasti.
Poi è arrivata la Polizia.
Tu eri anche questo Beppe, per me eri soprattutto anche questo.
Che peccato non poterci più rivedere ogni tanto.
Antonio Papalia©riproduzione riservata

 

Lotta alla mafia, ricordando Beppe Alfano 25 anni dopo

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/mafia-beppe-alfano-25-58f0a20e-3395-4a91-9b4d-86b66e31b8a9.html

 

Beppe Alfano, un giornalista scomodo a Barcellona

Beppe Alfano non aveva neanche il tesserino da giornalista la sera in cui tre proiettili lo uccisero 25 anni fa, sulla sua Renault 9. L’Ordine lo conferì alla sua memoria solo nel 1998, a quel cronista di Barcellona Pozzo di Gotto che scriveva di intrecci tra mafia, massoneria e politica. Giornalista “rompicoglioni” per passione, già prima di collaborare per il quotidiano “La Sicilia” Alfano aveva iniziato a denunciare abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, emittente tv rilevata nel ‘90 dall’amico d’infanzia Antonio Mazza. Qui Alfano si occupava di cronaca, dirigeva i servizi giornalistici. Ma aveva anche scoperto gli scandali di un’associazione di assistenza gestita “a quattro mani” da mafia e politica, e indagava sulle logge di Messina e Barcellona, considerata vero e proprio feudo del clan catanese dei Santapaola già dalla fine degli anni Settanta.
Barcellona Pozzo di Gotto, l’8 gennaio ’93, ha già trenta morti ammazzati negli ultimi dodici mesi, e Beppe Alfano è l’ottavo giornalista ucciso da Cosa nostra per aver scritto troppo. Prima ancora il grilletto era stato premuto per Mauro Rostagno e Peppino Impastato – che, come Alfano, il tesserino non l’avevano mai chiesto – Pippo Fava, Mario Francese, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Cosimo Cristina. Una scia di sangue, ma anche di domande senza risposta e indagini depistate, che ha inizio a cavallo degli anni ’60 e ’70. Non è da meno la vicenda di Alfano, per la quale sono stati condannati in via definitiva un mandante – il boss Giuseppe Gullotti – e un esecutore – Antonino Merlino. Fino a quando le dichiarazioni del pentito barcellonese Carmelo D’Amico non hanno dato la svolta: “Ad uccidere il giornalista non fu Antonino Merlino ma Stefano ‘Stefanino’ Genovese” ha dichiarato ai pm di Messina che hanno aperto una nuova inchiesta sull’omicidio, il sempre più evidente depistaggio, i mandanti esterni. È tornata in primo piano la questione della mancata cattura del boss Nitto Santapaola, che avrebbe trascorso l’ultima fase della sua latitanza proprio a Barcellona. Cosa di cui Alfano era a conoscenza e, secondo un filone dell’inchiesta, è per questo che la mafia avrebbe ordinato di assassinare il giornalista. Ne è convinta anche la figlia Sonia Alfano, secondo la quale il padre venne ucciso proprio per aver rivelato al pm Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. Sempre la Alfano ha raccontato di documenti spariti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando. Appunti, ha denunciato, “spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine”. Solo una parte di quel carteggio è stato poi riconsegnato ai familiari, e molto del materiale non è stato nemmeno verbalizzato.
Tra i buchi neri irrisolti, anche il mistero della Colt 22, l’arma usata per l’omicidio mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del cronista. Venti giorni dopo il delitto Alfano – documenta un verbale del 28 gennaio ’93 – Olindo Canali, titolare dell’inchiesta, aveva scoperto che l’imprenditore Mario Imbesi possedeva una Calibro 22, ma invece di sequestrare l’arma aveva atteso un’ora e mezza che l’imprenditore andasse a casa a prelevare la pistola per poi prenderla in consegna. Otto giorni dopo il revolver era stato restituito al proprietario, senza che agli atti del processo risultasse alcuna perizia balistica. Solo diciassette anni dopo la Scientifica dimostrerà che quell’arma non è stata usata per l’uccisione di Alfano. Ma Imbesi, ha scoperto ancora l’avvocato Repici, possiede in realtà un’altra Colt 22, che sarebbe stata ceduta nel ’79 a Franco Carlo Mariani, fermato nell’84 per essere coinvolto in un’indagine sulle bische clandestine. Con lui viene arrestato anche Rosario Pio Cattafi (finora solo sfiorato dalla pista investigativa del delitto Alfano) personaggio considerato anello di congiunzione tra Cosa nostra, massoneria e servizi segreti con un processo in corso per mafia.
Il legale della famiglia Alfano, secondo il quale la pista della Colt 22 è quanto mai centrale, aveva chiesto alla Procura di Messina di verificare se la pistola sia in qualche modo arrivata a Cattafi, o se sia stata effettivamente usata l’8 gennaio ‘93. Ma si tratta di scenari aperti e piste da seguire, per capire i risvolti ancora nascosti sul delitto del giornalista che non ha mai smesso di indagare su mafia, massoneria e traffici illeciti, nemmeno dopo che qualcuno diede alle fiamme la sua auto. L’ultimo avvertimento prima che Cosa nostra passasse all’azione. Beppe Alfano continuava però a cercare e a scrivere sul suo Macintosh, seppure consapevole di avere i giorni contati: “Il 20 gennaio, non so se arrivo vivo al 20 gennaio” diceva. L’hanno ammazzato dodici giorni prima di quel sinistro pronostico, a poche centinaia di metri da casa.