Messina. Depositate le motivazioni della sentenza del processo “Corsi d’oro 2”: “La formazione era un meccanismo delinquenziale”

20 gennaio 2018 Inchieste/Giudiziaria

Di Nuccio Anselmo – La formazione professionale è stata in Sicilia per anni un “pozzo senza fondo”, un «meccanismo delinquenziale», dove era molto facile accaparrarsi una quantità di denaro illimitata per milioni di euro. Non c’erano in pratica controlli regionali, si poteva fare di tutto.
Il processo “Corsi d’oro 2”, intrecciato giuridicamente e temporalmente con il “Corsi d’oro 1”, ha provato nel suo evolversi che a Messina venne creato un sistema ad hoc per sfruttare i “mancati controlli” palermitani, tra mille rivoli societari apparentemente slegati tra loro – i vari enti e onlus -, ma in realtà tutti collegati “sottobanco”. Un sistema a capo del quale c’era un «dominus» assoluto: l’on. Francantonio Genovese.
Il dibattimento ha anche superato le argomentazioni difensive per esempio sulla utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale, e le prospettazioni dei consulenti di parte sulle società e sui costi di gestione, sugli affitti e sui noleggi.
C’è questo, e tanto altro, nelle ben 519 pagine delle motivazioni della sentenza del processo “Corsi d’oro 2”, che sono state depositate dai giudici della prima sezione penale del tribunale a un anno di distanza dalle clamorose condanne inflitte alla “galassia” Genovese, visto che la sentenza si registrò il 23 gennaio del 2017. Ecco alcuni passaggi.
Il secondo tempo I giudici Silvana Grasso, Massimiliano Micali e Maria Pina Scolaro, scrivono: «… Va così rimarcato come il presente procedimento costituisca il “secondo tempo” di un’articolata attività di indagine che, all’esordio del presente dibattimento, era già sfociata nella celebrazione di un processo parallelo (che non a caso è stato spesso per comodità indicato dalle parte processuali con la locuzione “Corsi d’Oro 1)». Oppure: «… La presente verifica ha, infatti, riguardato la sorte di un segmento dei rilevantissimi flussi di denaro pubblico attraverso il quale si è inteso supportare economicamente un’attività formativa che consentisse a giovani disoccupati di acquisire specifiche competenze da spendere nel mondo del lavoro».
Le accuse Ecco la prospettazione dell’accusa. «… Nell’ottica accusatoria, detti contributi avrebbero, invero, costituito oggetto degli appetiti criminali della gran parte degli odierni imputati. Costoro, in altri termini, si sarebbero attivati per rivolgere a loro esclusivo vantaggio, attraverso l’adozione di meccanismi truffaldini, parti rilevanti di dette risorse».
Il sistema C’è poi, tra le pagine, la definizione del quadro generale: «… Nel caso che ci occupa è bene ribadire che il meccanismo delinquenziale utilizzato per drenare denaro pubblico è consistito nell’acquistare attrezzature e beni mobili in genere a prezzo di mercato per il tramite di un’azienda controllata dagli agenti per poi noleggiare gli stessi beni all’ente di formazione con una evidente esorbitante maggiorazione del prezzo e così lucrando la notevole differenza. In altri casi, invece, sono stati dei contratti di consulenza “inesistenti” e le relative fatture ad essere posti tra i costi di gestione dei progetti finanziati. Oppure, ancora, i servizi di pulizia appaltati a società “consorelle” dell’Ente di formazione, le quali effettuavano delle sovrafatturazioni che poi venivano assunte a documenti giustificativi dei costi “spropositati” sostenuti dall’ente ai fini del riconoscimento della spesa e della conseguente elargizione, in prima battuta, degli acconti e, all’esito dell’attività di rendicontazione, dei saldi. Dall’istruttoria dibattimentale è emerso in maniera prorompente come tale sistema fraudolento abbia attecchito, finendo con il diventare il “modus procedendo” tipico degli Enti oggetto di odierna attenzione giudiziaria, grazie alla assoluta inadeguatezza dei controlli da parte degli organi preposti ed alla possibilità, prevista dalla vigente normativa, di frazionare i costi anche su più corsi, il che rendeva difficoltosa la ricostruzione della reale consistenza della spesa con riferimento ad ogni attività finanziaria».
Il dibattimento Scrivono poi i giudici: «… Si può anticipare come il dibattimento abbia, ad opinione di questo collegio, confortato appieno la prospettazione appena tratteggiata ed abbia, altresì, condotto, in taluni casi, a ricostruire la sorte degli indebiti profitti».
Le verifiche fiscali Il procedimento – scrivono quindi i giudici – ha poi portato anche alle «… verifiche fiscali alle quali Genovese Francantonio… nonché alcune società a lui reputate comunque riferibili sono state sottoposte sulla scorta di quanto l’attività di indagine andava delineando con sempre maggiore chiarezza. Un vorticoso giro di fatture per compensare un’asserita attività di consulenza (mai svoltasi nell’ottica accusatoria)…». Da Gazzetta del Sud