MESSINA: IL PROCESSO PER L’OPERAZIONE MATASSA, ANGELO PERNICONE. “GENOVESE E RINALDI? SENZA LA LORO PAROLA NON SI FACEVA NIENTE”

14 febbraio 2018 Inchieste/Giudiziaria

Alla fine, dopo una lunga camera di consiglio per una diatriba processuale tra i difensori sulla necessità e opportunità di sentire il teste-chiave, la deposizione di Angelo Pernicone, circoscritta però nei limiti decisi dalla seconda sezione penale del tribunale presieduta dal giudice Mario Samperi (a gennaio le sue dichiarazioni spontanee avevano provocato un vero terremoto, facendo depennare Rinadli dalle liste per le Politiche di marzo), è stata una conferma di quanto dichiarato il 26 gennaio scorso in aula bunker. Ecco cosa ha detto a conclusione di una lunghissima udienza.

“Nel 2013 per il consiglio comunale ‘camminavano’ un maschio e una donna. Un amico mio mi presenta Paolo David. I voti non erano per me, erano per Genovese, Rinaldi e David. Con David faccio un accordo. Gli dissi, ‘…io non voglio soldi da te. Semmai lavoro per la cooperativa’. Paolo David accettò. David ‘camminava’ con la Mirabello (cognata di Paolo Siracusano ndr). David mi disse, ‘…se ha posti dove portare la spesa vada al Patronato’. La spesa arrivava da Catania. David prima di decidere parlava sempre con Genovese e Rinaldi. Senza la loro parola non si faceva niente. Paolo David mi mandava da Siracusano a prendere le borse della spesa. Sono passato per quello che ‘tutto io’ e io non ci sto! I voti non erano per me”. Angelo Pernicone l’aveva promesso. E anche se brevemente ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee sulla campagna elettorale per le amministrative 2013 dopo aver risposto alle domande del pm Todaro al processo Matassa, che vede coinvolti tra gli altri l’ex sindaco Francantonio Genovese, il cognato Franco Rinaldi e l’ex consigliere comunale Paolo David con l’accusa di corruzione elettorale. I Pernicone, padre e figlio, nell’ambito del processo nato dall’inchiesta Matassa rispondono di associazione di tipo mafioso e intestazione fittizia di beni. Giuseppe Pernicone è in stato di libertà, mentre il padre Angelo è in carcere. Per quest’ultimo pende la decisione del Tribunale della libertà dove i suoi difensori hanno chiesto un’attenuazione della misura.

Angelo Pernicone, sottoposto all’esame del pm Liliana Todaro, ha aggiunto anche diversi particolari soprattutto sui suoi rapporti con alcuni indagati: “Conosco Gaetano Nostro. Conosco Francesco Foti ha lavorato con me allo stadio Celeste per la sicurezza o come parcheggiatore”. L’accusa si è voluta soffermare su un pranzo avvenuto nell’agosto del 2013 in una casa di famiglia dei Pernicone.”Organizzavo spesso mangiate a Tipoldo nella casa di mio suocero. Il 23 agosto il suocero di Nostro mi chiese di organizzare. 8, 10 persone. Parlammo del concerto di Emma Marrone e dei mancati pagamenti da parte dell’impresario”.

A iniziare a rispondere al pubblico ministero Liliana Todaro, poco prima delle 17, nell’aula di Corte d’Assise del Tribunale (i giudici hanno ammesso l’esame dei Pernicone, sottolineando che avrebbe riguardato esclusivamente i fatti che gli sono contestati, ovvero l’appartanenza al clan di Santa Lucia sopra Contesse, la natura dei rapporti con i suoi esponenti di primo piano), era stato il figlio Giuseppe Pernicone, già condannato assieme al padre, con patteggiamento, per associazione finalizzata alla corruzione elettorale e al voto di scambio in concorso.

“Facevo parte di un Consorzio che si occupava di servizi. Il 23 agosto 2013 ci fu una pranzo nella nostra casa di Tipoldo. Parlammo dei servizi di sicurezza dei concerti. Franco Foti, io e mio padre eravamo interessati al servizio. Per due gli spettacoli prendemmo 3000 euro per il servizio svolto, sicurezza e facchinaggio. 1500 a concerto (agosto 2012)”. “25000 euro (Emma Marrone ‘1500 biglietti’ e Afterhours ‘sulu  iddi’) era la somma che l’impresario Pasquale Grasso doveva raggiungere per pagare noi. Abbiamo gestito i parcheggi durante le partite”. “Conosco Perticari (‘ce lo mando’ il sindacato Orsa attraverso Caruso, 17 erano iscritti all’Orsa’) perché è il mio migliore dipendente. Facevamo potature per il Comune (2500 alberi previsti nell’appalto). Facevamo anche lavori di cortesia per i consiglieri di quartiere, comunali, dirigenti del comune, il prete della chiesa di Via Palermo o fuori dall’abitazione di Tibia che però non conosco personalmente. Per la Festa della Polizia abbiamo fatto lavori alla caserma Calipari fuori dall’appalto”. “La cooperativa Angel’s nasce nel 2007. 5 persone, tutte parenti.  Fino a quando l’Angel’s entra nel consorzio. Il consorzio nasce da un’idea di Caruso per far lavorare le 13 cooperative e affrontare e vincere tutte le gare di appalto”.

Giuseppe Pernicone, assieme al padre Angelo, deve rispondere con rito ordinario anche di associazione di tipo mafioso nell’ambito dello stesso procedimento.

 

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Esce dal carcere e va ai domiciliari Angelo Pernicone, arrestato nell’ambito dell’operazione Matassa. Lo ha deciso la seconda sezione penale del tribunale accogliendo l’istanza dei difensori, gli avvocati Salvatore Silvestro ed Alessandro Billè. Pernicone aveva patteggiato la pena a 2 anni e 10 mesi per associazione finalizzata alla corruzione elettorale (il figlio Giuseppe a 2 anni e 6 mesi). La vicenda è quella che vede indagati anche il deputato nazionale Francantonio Genovese ed il cognato Franco Rinaldi, l’ex consigliere comunale Paolo David ed altri per i quali il processo è ancora in corso davanti alla Seconda sezione del Tribunale.

L’inchiesta al centro dell’operazione Matassa, scattata nel 2016, riguardava presunti intrecci tra mafia e politica in occasione delle elezioni amministrative e regionali del 2013 e 2012.

PATTEGGIAMENTI
C’è una prima “sentenza” per il processo Matassa sulle commistioni tra mafia e politica nelle passate consultazioni elettorali, tra il 2012 e il 2013, e sulla nuova geografia dei clan cittadini, che vede tra i 44 imputati anche l’on. Francantonio Genovese e il cognato ed ex parlamentare regionale Franco Rinaldi.
E deriva dal fatto che la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di Angelo e Giuseppe Pernicone, padre e figlio, ovvero due dei 44 imputati del processo in corso di svolgimento davanti alla seconda sezione penale del tribunale, presieduta dal giudice Mario Samperi.
I Pernicone, che sono assistiti dagli avvocati Salvatore Silvestro e Alessandro Billé, nel corso dell’udienza preliminare celebrata nel novembre del 2016 davanti al gup Maria Vermiglio, avevano scelto infatti di patteggiare la pena solo per una delle varie accuse contestate dai sostituti della Dda peloritana Liliana Todaro e Maria Pellegrino, la corruzione elettorale, mentre per il reato più grave di associazione mafiosa avevano scelto il rito ordinario, ed erano stati rinviati a giudizio (è il processo in corso citato prima).
I legali dei due avevano poi presentato ricorso in Cassazione in relazione solo al patteggiamento. Patteggiamento che adesso, però, con il rigetto dei ricorsi da parte della Cassazione, è divenuto definitivo. Quindi si è creata una prima “sentenza” – semplificando -, sui casi di corruzione elettorale a Messina durante le elezioni avvenute tra il 2012 e il 2013.
Angelo Pernicone – che durante le indagini fu seguito e fotografato dagli investigatori Mobile mentre cenava con l’allora consigliere comunale Paolo David -, è considerato in pratica dalla Dda peloritana il “cassiere” e “l’imprenditorie di riferimento” del clan mafioso di S. Lucia sopra Contesse e “anello di congiunzione” con la politica. I giudici della seconda sezione gli hanno concesso – per l’accusa di associazione mafiosa -, gli arresti domiciliari, facendolo così uscire dal carcere, mentre il figlio Giuseppe era già stato scarcerato a suo tempo – sempre in relazione al reato di associazione mafiosa -, dal gip Vermiglio.
L’accusa in concorso
Dai capi d’imputazione dell’indagine – per citare una delle vicende principali dell’inchiesta -, si evince che l’onorevole di FI Francantonio Genovese, il cognato ed ex parlamentare all’Ars Franco Rinaldi, l’ex consigliere comunale Paolo David, Angelo e Giuseppe Pernicone, Baldassarre Giunti, Giuseppe e Cristina Picarella e l’imprenditore Paolo Siracusano (candidato in passato alla presidenza della Provincia), devono rispondere in concorso di associazione «allo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti di corruzione elettorale». A Genovese e Rinaldi viene attribuito il ruolo di «promotori e organizzatori, in quanto interessati direttamente al buon esito delle consultazioni elettorali».
In sintesi
Tre tornate elettorali
L’inchiesta ha focalizzato l’attenzione della Procura e della Squadra mobile sulle tornate elettorali per il rinnovo del consiglio regionale del 28-29 novembre 2012, sulle Politiche del 24-25 febbraio 2013 e sulle Amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Messina del 9-10 giugno 2013. Ma ha anche fotografato la geografia mafiosa della città, con particolare riferimento al clan Ventura di Camaro.

 

CHI È
Dagli appalti al concerto di Emma. Gli interessi del “sistema” Pernicone.
Dagli appalti del Comune, che consentivano anche di svolgere lavori “privati” in favore di qualche “amico”, al controllo dei servizi di sicurezza allo stadio o in occasione di concerti. E poi l’attività «incessante nell’ambito dello scambio illecito di consensi elettorali». C’è una figura chiave attorno alla quale ruotano molti aspetti dell’inchiesta che ha portato all’operazione “Matassa” ed è Angelo Pernicone. Soprannominato “Berlusconi”, insieme al figlio Giuseppe è risultato, per gli inquirenti, «pienamente inserito nelle dinamiche illecite della consorteria mafiosa in esame», per il suo «legame affaristico intrattenuto con Gaetano Nostro». Incensurato, era stato indagato ma poi assolto per le estorsioni ai danni dell’Fc Messina nell’ambito del servizio di “maschere” al vecchio stadio Celeste. Un campo in cui Pernicone, comunque, continuerà a muoversi, in uno dei suoi molteplici interessi. La centralità della figura di Angelo “Berlusconi” Pernicone è palesata dall’ordinanza: «Le emergenze in atti hanno dimostrato, in termini adeguati, i collegamenti, per un verso, tra Angelo Pernicone e la criminalità organizzata messinese, in specie, il gruppo ricondicibile a Gaetano Nostro e, per altro verso, alla politica locale ed in particolare a Giuseppe Capurro e Paolo David».

Il Consorzio “pigliatutto”
Uno dei settori di “collegamento” tra le varie componenti in gioco è quello delle cooperative e degli appalti comunali. Angelo Pernicone, tramite il figlio Giuseppe, amministratore unico della “Angel – Società cooperativa sociale” e socio del “Consorzio Sociale Siciliano soc. coop. Sociale” «controlla il settore delle cooperative operanti, soprattutto nel settore della cura e della manutenzione del verde urbano». E che fossero gli appalti pubblici, legati direttamente o indirettamente al Comune, la “torta” principale di cui si nutriva il Consorzio emerge chiaramente dalle carte. «Tra il 2010 ed il 2011 il Consorzio sociale ha stipulato con il Comune di Messina contratti per la scerbatura e la potatura di alberi, lavori affidati a trattativa privata. Nel 2013 è stato, altresì stipulato un ulteriore contratto con il Comune per il servizio per la prevenzione e il controllo dell’infestazione del punteruolo rosso. Diversi sono stati inoltre i lavori affidati negli anni passati, al Consorzio, ad opera di “partecipate” attraverso un meccanismo di frammentazione di servizi omogenei in modo da non superare il limite soglie degli importi stabiliti dalla normativa di settore. Tutto ciò è avvenuto senza che risulti, dagli atti, alcun accertamento volto a verificare se il Consorzio avesse o meno i requisiti previsti dalla legge». Nel gennaio 2013 anche Gazzetta del Sud si occupò dei tanti appalti assegnati al Consorzio, dalla scerbatura nei cimiteri al “Punteruolo rosso”, per un totale, nei suoi primi anni di vita, di oltre 500 mila euro di appalti. «Il Consorzio – si legge ancora – garantendone l’assunzione, è stato “utilizzato” al fine di fare ammettere, guarda caso, esclusivamente soggetti vicini ai clan (…) a benefici detentivi quali la concessione del regime della semilibertà». Assunti non perché «in possesso di particolare esperienza», ma solo perché il Consorzio era «a disposizione delle consorterie». Tanto da svolgere anche attività «che nulla avevano a che fare con gli obblighi contrattualmente assunti» (vedi scheda).

Calcio e musica
Un uomo a tutto campo, Pernicone. «Nell’interesse del clan Spartà, “l’imprenditore”, controlla l’attività di stewarding e dei servizi di sicurezza ad eventi sportivi e concerti oltre che in fiera». Non contento, Pernicone aveva concordato con un altro indagato, Francesco Foti, di incontrare l’ex presidente dell’Acr Messina Pietro Lo Monaco «in vista dell’avvio del campionato di calcio, per garantirsi l’affidamento di alcuni servizi esterni benché fosse noto a tutti i presenti al summit che gli stessi erano già stati assegnati». Ad occuparsene la cooperativa Angel e la ditta Ser.Ge.93. Eloquente un “summit” tenutosi a Tipoldo, in una proprietà a disposizione di Pernicone, «in cui erano oggetto di discussione proprio i concerti tenuti presso Villa Dante il 9 e l’11 agosto 2012», in particolare quelli di Emma e degli Afterhours. Proprio in quella riunione «emerge il diretto interesse di Nostro alla percezione dei compensi per le prestazioni fornite nel corso degli eventi organizzati a Villa Dante», da cui inizialmente ci si attendeva un ricavo di almeno 50 mila euro, salvo poi lamentarne solo la metà.

I rapporti politici
I magistrati lo scrivono chiaramente: «Angelo Pernicone rappresenta il trait d’union tra il politico e gli elettori in quanto costui, legato alla criminalità organizzata ed in specie al clan Spartà ma anche a quello di Ventura, si prodiga per garantire un pacchetto di voti con l’evidente obiettivo di assicurarsi l’affidamento di lavori da parte del Comune e non solo, garantendo come conseguenza, anche l’assunzione per sodali ed amici». E infatti «durante la campagna elettorale per il rinnovo del parlamento regionale nelle quali era candidato l’on. Rinaldi, Paolo David e Angelo Pernicone si occupavano di organizzare i vari appuntamenti elettorali (la cena presso il ritrovo Moschella, la riunione presso la Chiesa di Montalto, il comizio dell’on. Crocetta a Piazza Duomo durante il quale, proprio Giuseppe Pernicone era l’addetto al servizio d’ordine, la cena presso il ristorante il Campanile).

I favori “privati”
«Il Consorzio Sociale Siciliano è un’entità nella disponibilità degli ambienti malavitosi messinesi e nonostante il rapporto convenzionale che lo legava al Comune di Messina, agiva a titolo di cortesia utilizzando uomini e mezzi per fini squisitamente privati». Ad esempio gli operai del Consorzio, tra i quali Adelfio Perticari, «usano il carrello elevatore in uso al Consorzio» anche «a titolo di “cortesia”» per Luigi Tibia, nel cortile di casa sua a Giostra, ma anche nell’abitazione di Giuseppe Cutè, sempre a Giostra, dove «provvedevano a potare un pino in un’area di pertinenza dell’abitazione».