MESSINA: ABORTI CLANDESTINI, PENE CONFERMATE ANCHE IN APPELLO PER I MEDICI LUPPINO E COCIVERA

20 febbraio 2018 Inchieste/Giudiziaria

Conferma delle due condanne durissime inflitte in primo grado nel febbraio dello scorso anno. E’ stata questa la sentenza d’appello al processo per la vicenda sugli aborti clandestini che vedeva imputati due medici: Giuseppe Luppino, primario anestesista, all’epoca dei fatti in servizio alla Rianimazione dell’Azienda Papardo-Piemonte e il ginecologo Giovanni Cocivera, all’epoca dei fatti in servizio nel reparto di Ginecologia del Papardo. Avrebbero convinto donne incinte che volevano abortire che un intervento in ospedale non fosse possibile, per mancanza di posti disponibili e per lunghissime liste d’attesa. L’anno scorso fu il gip Monia De Francesco a condannare Cocivera a 6 anni e 6 mesi di reclusione, e Luppino a 6 anni, riconoscendo ad entrambi le attenuanti generiche. Ieri, intorno alle 21,30 la sentenza del collegio di secondo grado presieduto dal giudice Alfredo Sicuro: conferma delle pene ma con revoca delle statuizioni civili decise in primo grado. Il 5 febbraio scorso il sostituto procuratore generale Felice Lima aveva formulato le richieste per conto dell’accusa. Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Carlo Autru Ryolo, Alberto Gullino e Nicola Giacobbe.

L’INDAGINE 
“Pervicacia e spregiudicatezza nella commissione dei delitti, doti criminali che suscitano allarme sociale ed inquietudine trattandosi di soggetti che ricoprono ruoli apicali nell’ambito delle professioni sanitarie…”. Non usa mezzi termini il sostituto procuratore Marco Accolla nel definire la personalità di Giovanni Cocivera e di Giuseppe Luppino, arrestati per aver dirottato pazienti (almeno tre i casi di aborti clandestini accertati dagli investigatori) dalla struttura pubblica al loro studio privato effettuando aborti clandestini. E la richiesta della più grave delle privazioni della libertà, il carcere, poi accolta dal gip ed eseguita dalla Squadra Mobile che ha svolto le indagini, viene motivata con altrettanta severità. Viene giudicato alto il rischio di un pericolo di fuga “in considerazione delle loro possibilità economiche che li rende in grado di procurarsi appoggi idonei a garantire la latitanza ed eventualmente recarsi all’estero, ciò anche in considerazione della personalità degli indagati che si connota in maniera assolutamente negativa…”. L’inchiesta sarebbe nata nell’ambito di un’attività investigativa della polizia stradale finalizzata ad accertare la veridicità di un sinistro stradale denunciato da una cittadina rumena in stato di gravidanza che a causa di un incidente avrebbe perduto il bambino in grembo. Poi una serie di intercettazioni tra i due medici, nelle quali si programmavano e definivano tempi, costi e modalità di esecuzione degli interventi illeciti di interruzione di gravidanza e tra il Cocivera e le donne in stato di gravidanza, avrebbero confermato i dubbi degli investigatori. Le avrebbero infatti fatte abortire nello studio privato di Giovanni Cocivera, dirigente medico dell’azienda Papardo-Piemonte (già consigliere comunale dal 2008 al 2013, un piede nel Pdl e l’altro nel Pd, e ricorrente secondario nel ricorso perso contro l’elezione a sindaco di Accorinti del 2013, amministrative dove arrivò primo dei non eletti nella lista del Pd), una struttura non abilitata, priva di ogni requisito igienico-sanitario, mettendole a serio rischio di vita. Poi una volta eseguito l’intervento, i due professionisti avrebbero provveduto a gettare nell’immondizia comune il materiale organico e gli scarti dei medicinali. E le avrebbero costrette a dichiarare che non era più’ possibile interrompere la gravidanza nella struttura pubblica nel rispetto dei termini di legge (90 giorni dall’inizio della gravidanza), dichiarando la non disponibilità di posti letto. Avrebbero fatto apparire tutto l’iter come difficile e impraticabile, quindi dando come unica via possibile quella di far ottenere l’aborto in tempi brevi sottoponendosi a un intervento nello studio di Cocivera in cambio di denaro (da 750 a 1.200.00 euro il tariffario). Inoltre, sempre secondo l’accusa, i due professionisti si sarebbero appropriati dei farmaci forniti alla struttura pubblica, approfittando del loro ruolo apicale all’interno dell’azienda in cui lavoravano.