LA RIFLESSIONE DI MASSIMILIANO PASSALACQUA: Università, le parole sono importanti. Ma anche i nomi

Stat rosa pristina nomine,

nomina nuda tenemus.

(U. Eco, da Bernardo di Cluny)

“Trend negativo”? Io non ho detto questo.
Le parole sono importanti!

(Nanni Moretti, Palombella rossa)

di Massimiliano Passalacqua – Il tempio del sapere. E’ una delle definizioni classiche dell’Università: luogo in cui viene non solo insegnato ma coltivato e preservato, dove il linguaggio è sacro, dove le parole sono importanti. Perché sì, «le parole sono importanti», lo dice anche Nanni Moretti e non a caso: le parole hanno un peso, attribuiscono al concetto sfumature e anche significati diversi, lo ravvivano o lo ammorbidiscono. Ma anche i nomi, che sono le parole per eccellenza – quelle che ci identificano, che dicono chi siamo e da dove veniamo – sono importanti. Sono segnali, messaggi, affermazioni di sé.

Tutte cose che sappiamo, certo. Anche noi che non abbiamo le scuole alte. Figurati se a fortiori (direbbero appunto quelli con le scuole alte) non le sanno i maggiorenti dell’Università. Ho già accennato all’aspetto di restaurazione “onomastica” rappresentato dall’elezione di Pietro Navarra a rettore, cinque anni fa: un rilievo che non riguardava il suo curriculum o il suo operato – per quanto l’articolo facesse riferimento a una storiaccia di ingiustizie e familismo al Policlinico, con il Magnifico direttamente coinvolto – né ovviamente la discendenza corleonese che tanto gli fa girare le scatole se solo qualcuno vi accenna. O meglio, non esattamente quella che gli fa girare le scatole (lo zio Michele, boss mafioso fatto uccidere nel 1958 da Luciano Liggio). Per capirci, mi interessava di più l’ascesa al rettorato del figlio – anzi, di uno dei tre figli professori ordinari all’Università di Messina – del medico Salvatore, dominus dell’Ateneo e del Policlinico per almeno un paio di decenni.

A distanza di tempo, grazie anche al fondamentale contributo di alcuni coraggiosi (penso a Le mani sull’Università. Borghesi, mafiosi e massoni nell’Ateneo messinese di Antonio Mazzeo, pubblicato da Armando Siciliano nel 1998), abbiamo chiaro che quello è stato una sorta di Medio Evo per il “tempio del sapere”, stretto fra l’ingordigia delle grandi famiglie dei “baroni” e la protervia dei clan della ’ndrangheta. Un periodo oscuro culminato in due rettorati discussi e finiti in maniera ingloriosa, tra arresti e dimissioni: quello del principe Guglielmo Stagno d’Alcontres (1982-1993) e quello del farmacista Diego Cuzzocrea da Seminara (1993-1998). Peraltro entrambi tragicamente legati all’episodio che ancora oggi, a distanza di vent’anni, costituisce la più grande ferita mai inferta all’istituzione: il delitto Bottari.

Sarebbe terribilmente ingenuo pensare che un sistema di potere così articolato e condiviso potesse sparire con il rettorato di Gaetano Silvestri (1998-2004): e già l’alleanza tra Giovanni Dugo e Franco Tomasello che portò all’ermellino quest’ultimo (altro Magnifico caduto in disgrazia, tanto da essere sospeso dalla carica per ben due volte senza che sentisse il bisogno di dimettersi) chiarì che a piazza Pugliatti comandavano ancora queste famiglie. Poi è toccato appunto a Navarra, che si è dimesso con qualche mese di anticipo sulla scadenza per candidarsi alla Camera con il PD il prossimo 4 marzo aprendo i giochi per la successione.

E quello che è successo con le candidature è veramente la summa del discorso fatto sopra: sono già due e sono ufficiali, e sono quelle del figlio di Diego Cuzzocrea, Salvatore, e del nipote di Guglielmo Stagno d’Alcontres, Francesco. Ora, voglio sgomberare subito il campo da illazioni nei confronti sia dei due docenti che nei miei: quando Salvatore Cuzzocrea si è laureato in Farmacia (1995) il padre era ancora rettore, ma tutta la carriera accademica l’ha sviluppata successivamente. Dottorato in Medicina sperimentale nel 1999, cattedra di professore associato nel 2002, è ordinario di Farmacologia dal 2011. La sua indicazione a prorettore da parte di Pietro Navarra ha saldato definitivamente i rapporti tra queste due famiglie, e oggi si presenta come successore designato dell’aspirante onorevole del PD, espressione di una componente molto ampia e che dovrebbe rivelarsi ancora maggioritaria.

Anche Francesco Stagno (che è nato a Malta, mentre Cuzzocrea a Ginevra) ha una carriera accademica che si è dipanata più che altro lontano da Messina: laureato nel 1979, ha studiato a Barcellona con una borsa “Bonino-Pulejo” ed è stato per molti anni ricercatore all’Università di Catania, in aspettativa dal 1996 al 2012 per il mandato parlamentare. Figlio di Ferdinando, esponente DC che fu presidente dell’Ars, Francesco è stato infatti deputato di Forza Italia per quattro legislature, fino alla decisione di non votare la fiducia al governo Berlusconi sul rendiconto generale dello Stato che portò alla crisi e alle dimissioni del Cavaliere. Nel frattempo, vinceva il concorso per associato di Chirurgia plastica all’Università di Cagliari e otteneva il trasferimento a Messina dove è poi diventato professore ordinario.

Ora, al di là dell’aspetto – sopravvalutato ed estraneo alle dinamiche dell’Università – dello scontro “politico” tra un esponente di Forza Italia e uno dei prorettori che hanno firmato la lettera in difesa di Navarra dopo il duro attacco di Marco Travaglio al PD per averlo candidato, ce n’è un altro che vorrei sottolineare. Era proprio necessario? Voglio dire: onorevole Navarra (e sono più garbato di Renzi che a Messina lo ha apostrofato «Ciao Magnifico, anzi ex»…), proprio non c’era, all’interno del nutrito gruppo alla guida del quale Lei rivendica di aver innovato e modernizzato l’Università, un’alternativa di egual valore che però non sapesse così tanto di restaurazione, che non riproponesse l’ombra di potentati il cui lascito all’Ateneo peloritano è, in definitiva, il “caso Messina”? Ovvio che no, non era necessario. E allora devo pensare che la candidatura di Salvatore Cuzzocrea sia un messaggio, un segnale inequivocabile. Che quel cognome eserciti ancora un’attrattiva, una suggestione, fors’anche delle pressioni sul corpo docente, e che le famiglie che non hanno mai smesso di comandare sull’Università non vogliano più farlo sottotraccia.

Anche all’onorevole Stagno vorrei chiedere: era proprio necessario? Cioè, è stato quando ha saputo della candidatura di Cuzzocrea che ha scelto di correre contro di lui? Ci sono ancora scorie, faide, conti da regolare tra due “correnti” spesso in guerra tra loro, a volte magari alleate per forza, ma comunque sempre condizionanti per la vita dell’Ateneo? O più semplicemente, la sua discesa in campo è un modo per serrare le fila dei fedelissimi e “contarsi” in prospettiva di scenari futuri?

E ad entrambi: a vent’anni dal funerale di Matteo Bottari durante il quale – si racconta – Guglielmo Stagno d’Alcontres, suocero dell’endoscopista ucciso, rifiutò le condoglianze di Diego Cuzzocrea del quale Bottari era il “pupillo”, forse ritenendolo indirettamente responsabile della sua morte, era proprio necessario legare ancora una volta l’Università di Messina a quelle parole, a quei nomi? La vostra ambizione personale – legittima, per carità – persino la vostra convinzione di poter bene operare da rettore, valgono la ricaduta negativa in termini di immagine che inevitabilmente questa contrapposizione avrà su un Ateneo già etichettato negli anni – e non a torto, purtroppo – come un tempio non del sapere, ma del nepotismo? Perché le parole sono importanti, ma anche i nomi. E i cognomi…

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