LA RIFLESSIONE DI SEBASTIANO ARDITA: Catania, dove la mafia si confonde con lo Stato

di Sebastiano Ardita
Dopo che per anni è stata sinonimo di violenza, ci  svegliamo un mattino e ci accorgiamo che la mafia non spara più. Quello che prima si otteneva terrorizzando, adesso avviene corrompendo. Alla paura si sostituisce la seduzione, la persuasione, il patto.
Sempre più son coloro che dicono che la mafia è sconfitta, superata, che è una brutta storia da dimenticare. Ma non è così. Si è vestita degli stessi panni dell’uomo comune e non fa più paura perché ne coltiva le debolezze ed i peggiori difetti. E per questa via, strizzando l’occhio ai corrotti, fa in modo che ci si dimentichi di lei.
Se vogliamo capire cosa abbiamo di fronte, dobbiamo saper leggere nella sua brutta storia.
Mentre a Palermo negli Anni Ottanta si attaccava lo Stato, a Catania Cosa Nostra vi s’infiltrava a tal punto che in città si negava la sua stessa esistenza. E riusciva a crescere e penetrare nelle istituzioni e nel mercato, pur rimanendo ortodossa e fedele alle sue regole, così da essere forte e radicata nel potere pubblico e nel consenso popolare, in quel modello denominato “Catania bene”.
La lunga parentesi di comando dei Corleonesi finì per esaltare il ruolo dei catanesi: dapprima migliori alleati degli stragisti, ma poi abili a smarcarsi e a contrapporvisi, essendo capaci di ricorrere alle proprie coperture istituzionali per resistere più a lungo degli avversari. Concreti, dediti agli affari e interessati al profitto più che alle forme, essi hanno costruito da sempre un patto con le istituzioni divenendo precursori nella capacità di “trattare” con lo Stato.
Dopo le stragi, nella resa dei conti interna a Cosa nostra, hanno fatto valere la propria formula vincente, costruita negli anni, rilanciando la fase di occultamento. Ma mentre nelle altre province ci si adeguava alla sua linea, questa mafia catanese si trasformava ancora, tentando di recidere ogni legame con l’ala militare, fino quasi a sparire alla vista.
Tutto questo non è avvenuto per caso. Dietro c’è stata una strategia di seduzione istituzionale  che dura da decenni e che adesso è diventata comune non solo alle altre famiglie dell’isola, ma a tutte le mafie.
Non possiamo dire che i catanesi siano gli unici ad operare così, ma certamente sono stati i primi. Non saranno oggi la mafia più forte, ma hanno insegnato alle altre mafie a confondersi con lo Stato; hanno spiegato a politici corrotti come è facile stingere alleanze  senza destare clamori. Oggi sono un esempio di come ci si può nascondere, rimanendo forti e minacciosi.
Sono capaci di mettere i killer fuori dall’organizzazione, utilizzandoli solo se necessario e senza spiegare loro da dove arriva gli ordini.  Sanno trattare coi colletti bianchi e se necessario indossarli in prima persona in modo ancora più disinvolto ed elegante. Hanno elevato il “concorso esterno” a  metodo mafioso primario, mentre se ne vuole sterilizzare l’uso nei tribunali. Hanno blandito e svuotato il 416 bis, demonizzato lo Stato di diritto, assunto il ruolo di vittime del carcere duro. Vogliono riprendersi tutto e guadagnare il terreno perduto, corrompendo le istituzioni e mettendo a rischio la democrazia. Se non li studiamo a fondo per riconoscerne le mosse, questa volta ci attaccheranno senza bombe e noi perderemo la partita.

Mafie
Da un’idea di Attilio Bolzoni

Tratto da: mafie.blogautore.repubblica.it