L’INCHIESTA SUL CAS. IL GIP: “Documentale corruzione. Gazzara collante dell’appalto illecito e degli ileciti a catena”

13 marzo 2018 Inchieste/Giudiziaria

Pubblichiamo uno dei passaggi più significativi ma anche più duri del giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, che ci ha abituato attraverso la lettura delle sue ordinanze di custodia cautelare a riflettere anche sui risvolti sociali di una gestione criminale della cosa pubblica.

“…Il presente procedimento riguarda reati, e connesse responsabilità penali, con riferimento ad un appalto pubblico. Si inserisce cioè su un campo ed un tema, gli appalti pubblici, su cui vi è la costante attenzione del potere legislativo e del potere esecutivo, con normative speciali, commissario ed autorità di controllo.

Le più gravi illegalità che si combattono sono l’inserimento mafioso (ormai diretto, con imprese proprie o in subappalto, restando minore addirittura l’incidenza delle pur gravi manifestazioni estorsive) e la corruzione, con la alterazione delle gare, illeciti profitti della parte pubblica o privata, con imprenditori o concussi o corruttori.

E, come sempre, alla tutela della legalità, si aggiunge la tutela della correttezza dell’operato della pubblica amministrazione e dei privati contraenti, l’esigenza di salvaguardare la corretta concorrenza e la libertà economica ed impedire che il denaro pubblico si disperda anche in tangenti e che, correlativamente, che i lavori siano realizzati correttamente, senza che, come da notorio e venendo allo specifico, cadano viadotti dopo la inaugurazione, si usi materiale depotenziati, si costruisca al risparmio, e senza controlli, opere pericolose per la vita degli utenti, in genera con una proiezione di danno nascosta e distante nel tempo, tale da garantire l’impunità anche a fronte di disastri e “tragedie”.

Nel caso di specie si verte in materia di appalto per la costruzione di una tratta di autostrada e risulta, come si vedrà, la illiceità della aggiudicazione, i ripetuti illeciti favoritismi verso la ditta aggiudicataria, la corruzione del funzionario pubblico che tutte le illiceità precedenti fa capire e qualificare penalmente.

Tutto grave, come si analizzerà, ma una delle cose che più colpisce, è la creazione di un fondo, con i soldi pubblici degli appalti, per consulenze e contatti, una riserva per tangenti e corrompere funzionari alla luce del sole e, ancor di più, che tale fondo sia stato autorizzato dall’amministrazione pubblica e come un subappalto, con un tasso di llegalità neanche facilmente immaginabile.

Tanto alla luce del sole da sbalordire, ma non certo per una assurda buona fede, che le risultanze processuali escludono, emergendo che la naturalezza dell’illecito trova con evidenza altra ragione, mera spregiudicatezza, basata evidentemente su un senso di impunità.

Senso di impunità che purtroppo non pare nascere dal nulla, ma ha il suo fondamento nei limiti oggettivi e riscontrati dei poteri di controllo, e degli stessi poteri giudiziari.

Controlli amministrativi spesso raggiunti dalla “longa manus” della corruzione e talvolta dalle mille accortezze degli autori di reato. Marginale ma emblematica, notoria per essere stato ripetuto in dibattimenti pubblici, resta l’asserzione di un pentito di mafia, sulla “applicazione, l’uso” della normativa antimafia sugli appalti da parte dei mafiosi : “prima dell’aggiudicazione aprivamo le buste e se c’era qualche concorrente pericoloso, toglievamo proprio il certificato antimafia dalla sua offerta e così veniva escluso”.

Il controllo giudiziario è limitato inevitabilmente a caso che emerge, nello specifico grazie ad una segnalazione del TAR, sia per difficoltà di penetrare nel complesso mondo degli appalti, sia per oggettivi limiti di forze rispetto ad un numero di reati sconfinato, talvolta per limitazione di metodo.

Si ritornerà sul punto in fase di valutazione del rischio, concreto ed attuale di reiterazione, ma è già evidente come una indagine, così accurata e compiuta, non dovrebbe prescindere da una verifica, almeno di massima, su numero e tipi di appalti gestito da soggetti autori dei reati in corso di accertamenti per un solo appalto.

Nella specie infatti non vi è alcun elemento di unicità, ove lo fosse tipo aiutare un congiunto, ed emerge una spregiudicatezza ed organizzazione a delinquere che ha inevitabili proiezioni.

Sotto il profilo della metodica di esposizione, la motivazione, seguendo la informativa e la richiesta, che fedelmente riportano gli atti, segue uno schema di prove basato innanzitutto su dati documentali, che gli illeciti si consumano proprio con una serie di atti che come si è già detto appaiono fondarsi su un assoluto senso di impunità, su intercettazioni che spiegano come gli assurdi atti abbiano vita e perché e su testimonianze.
Vi è da dire che la caratteristica del procedimento appare essere quella di un surplus di prove, tante e non solo indiziarie.
Al riguardo la circostanza che per una misura siano sufficienti i gravi indizi non può certamente limitare, nella esposizione come nella definizione, le prove in indizi, essendo evidente che un plus probatorio non è dato da rinnegare.
Né appare utile limitare il quasi eccesso di prove. Esemplificativamente, le intercettazioni evidenziano interessamente illeciti ulteriori rispetto alle mere contestazioni. Ne sono esempio tutte le intercettazioni sulla revoca del rapporto tra il CAS e la ditta Techinical, in sé estranea alle vicende contestate ma significative sul ruolo che si autoriconosce il Gazzarra.
Ed è proprio il Gazzarra, nei suoi continui rapporti con gli altri protagonisti dei fatti, ad assumere il ruolo principale in tutte le vicende, il collante dell’appalto illecito e degli ileciti a catena.
Anche qui la esposizione potrebbe essenzializzarsi ai fatti ma intercettazioni, anche ultronee, spiegano compiutamente il suo ruolo e provano tutti i dati di contestazione indicati nella fattispecie ascrittagli di corruzione.

Correttamente è richiesto che la valutazione delle prove ad opera del giudice, nella misura, sia autonoma rispetto rispetto alla richiesta. Ovviamente se vi è una diversa valutazione delle prove, e concretamente, come può avvenire fisiologicamente, un non accoglimento delle richieste, il fatto diventa agevole quasi conseguente.

Vi può anche essere, al contrario, e parimenti fisiologicamente, concordanza con le richieste, che di base nasce da concordanza nelle valutazioni, in tal caso esprimere una autonoma valutazione non è affatto agevole, che ovviamente gli indizi, la gravità, la concordanza, la pluralità richieste non possono avere chiavi di interpretazioni diverse, salvo rifugiarsi in esposizioni diversificate ma analoghe.

E nel contempo, si osserva lo strano fenomeno che un procedimento, pur essendo delimitato nei tempi di indagine, e non potendosi ritenere che la esigenza costituzionale di una ragionevole durata riguardi il solo processo, vede richiedere ed emettere misure a quattro anni dai fatti.

Ciò a fronte di altra norma insuperabile, secondo cui il pericolo di reiterazione, che fondi una misura, deve essere “ATTUALE” e concreto. Esaminando i procedimenti, questo come altri, si nota che, fino alla misuta, contengono sostanzialmente tre motivazioni, quella della informativa finale, quella della richiesta e quella della misura che sono inevitabilmente sulle identiche prove. Quando poi vi è richiesta di abbreviato vi sarà, di massima sempre sugli stessi atti, la quarta motivazione della sentenza.

Ne discende una durata del procedimento molto lunga, ne discende la difficoltà estrema di autonoma valutazione sulle stesse prove quando in concreto le valutazioni concordano.

Il presente procedimento offre una prova grave ed, plurima ed univoca, a carico degli indagati, in ordine ai reati ascritti. La base è totalmente documentale, emergendo il complesso degli atti illeciti dalle procedure esaminate, significativamente con trasmissione al giudice penale, dal Tribunale amministrativo in sede di ricorsi amministrativi agli stessi.

Nella medesima direzione, ed individuando rapporti, accordi e moventi, si muovono le intercettazioni.
E così parimente le testimonianze acquisite.
Una cosi ponderosa serie di prove, può essere, per corrispondenza verificata con gli atti, ripresa e riportata dalla richiesta.

La giurisprudenza della Corte Suprema richiede infatti solo l’autonoma valutazione delle prove, la riscrittura di esse in termini di differenziazione stilistica appare opera non rilevante, dilatoria, in contrasto stesso con principi di celerità di natura costituzionale e anche da esigenze di concretezza ed attualità prescritte per le misure e spesse vanificate da informative trattati, richieste-trattati, misure trattati, con talvolta ritardo anche di un paio d’anni sui fatti.

Alla esposizione delle prove, seguirà, o sarà contestuale, la valutazione di questo giudice.

Va premesso un dato di evidenza. Ragionevolmente non si può pensare che le fattispecie contestate, la turbativa d’asta e la corruzione possano essere provate con un filmato o un contratto, in cui un imprenditore dichiari al pubblico ufficiale che lo vuole corrompere e, correlativamente, che il pubblico ufficiale dichiari di accettare e che stabiliscano la entità della tangente o, meglio, la versino contestualmente. Come detto la base processuale probtoria può essere costruita come nel presente procedimento.

Ove attente e puntuali indagini fanno emergere fatiche procedurali immani, faticosi sforzi, violando la legge ma anche la logica, per favorire una ditta in una gara d’appalto.
Gli sforzi sono tanti ed in unica direzione, spesso titanici, sempre univoci, non altrimenti comprensibili se non con una gara d’appalto e una gestione dell’appalto continuamente falsati, con tutto poi giustificato da una documentale corruzione.

E nel perfetto puzzle probatorio, ricostruito interamente con le indagini, si incastano tantissime telefonate che chiariscono i rapporti, gli interessi tutelati, gli attori in campo, gli strumenti utilizzati e gli obiettivi perseguiti, il tutto permeato di illiceità e reati.
I documenti acquisiti dimostrano i reati quasi del tutto in sé. Si aggiungono molte testimonianze consonanti con la valutazione di illeciti penali in tutta la vicenda.
Infine, come si usa molto in questa fase storica, non la consegna di denaro, come i sette milioni all’imputato Chiesa, nel notorio processo Mani pulite di milno, presso il Pio Albergo Trivulzio, ma tangente pagata con ricche consulenze. Meno pericolose, meno avvertite e più giustificabili ove emergono, di un pagamento all’estero, susocietà nei paradisi fiscali.
La prova, come detto immane, si dispega in tanti tasselli convergenti, centinaia di pagine di fatti, documenti, telefonate, accertati, acquisiti, registrati.
Ma i pezzi, tanti e sparsi, si saldano armonicamente, con un incastro logico e di diritto che appare certo, in un unico quadro che, in una lettura unitaria di tutti gli elementi, porta ad una certezza della responsabilità. La stessa progressione delle contestazioni ha una sua logica, una impresa favorita con una turbativa d’asta della sub commissione Sceusa, poi agevolata e con favori perfezionati con una serie di abusi che si definiscono enormi, ed infine spiegata da una documentata corruzione.

Accennato ai fatti si può anche premettere, invece di posporre, la valutazione della estrema gravità dei fatti.
Intanto si impone una premessa.
La valutazione della gravità, non è un giudizio aggiuntivo od ultroneo, in quanto espressamente la legge richiede che, nell’applicazione delle misure, si valuti la gravità dei reati e la stessa proporzionalità e congruenza della misura, come del resto avviene in sentenza. I criteri cardine non sono opzionali ma individuati dall’art. 133 cp. In base ad esso torna la valutazione della gravità del fatto, l’intensità del dolo e la valutazione del fatto nel contesto in cui si esprime (cpv n.1). Questo è un dato lapalissiano ma spesso travisato.

Il giudice deve interpretare il fatto nella realtè in cui si svolge e ne deve valutare la gravità. Non si operano valutazioni extra giuridiche, sociologiche e meno che mai moralistiche. Ma se norme e fatti non vengono interpretati nella realtà e non in base a presunte “volutas legis” racchiuse in dotti ma datati trattati, non si percepisce bene né la prova, né i fatti né la gravità.

Incassare denaro e vendere una funzione pubblica, pur a fronte di stipendi ed indennità, va assumendo sempre maggiore gravità rispetto ad un contesto economico difficile e di aumento della povertà.

Alterare gare d’appalto è minare la sopravvivenza delle imprese oneste.
Inserire fondi milionari per la corruzione è sottrarre il medesimo denaro alle stesse opere e ai cittadini.

Fare tutto ciò in una isola, la Sicilia, in cui notoriamente la realizzazione delle autostrade è sempre stato gravoso e dispendioso, in cui notoriamente in alcune tratte le condizioni di abbandono giungono al livello di rischio della incolumità pubblica, con frane crollo di ponti e strade dissestate, è particolarmente grave. Sono soldi sottratti ai lavori, sono rischio di uso di materiali scarsi o depotenziati, di controlli superficiali o di favori, di limitazione nella realizzazione delle opere.

Nella fattispecie in esame il danno, oltre quello economico e la stessa lesione della funzione, ha spesso proiezione, come già osservato, in “tragedie” in cui le responsabilità per le opere restano remote ed impunite.
Se ne valuta per queste ragioni la estrema gravità, così come per la intensità del dolo della stessa arroganza nell’abitudine a comprare vendersi ed alterare appalti, dei fatti.

E tutto ciò con meccanismi che hanno un che di paradigmatico, di schema cognito ed usato, un percorso segnato, con aspetti di ineluttabilità, dalla scelta dell’opera alla aggiudicazione, alla gestione dei lavori e, se e quando finiti, al collaudo, con una serie di “attori” necessari, nelle istiruzioni, negli enti pubblici, nella fascia della intermediazione illegale e nelle fasce imprenditoriali, vittime o complici secondo i casi…”