Tragedia Sansovino: il 18 giugno l’udienza preliminare per i 6 indagati. La procura li accusa di negligenza, imprudenza e imperizia

28 marzo 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Manuela Modica – “Negligenza, imprudenza, imperizia”: è questa la tesi della procura di Messina che ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque persone e della compagnia Caronte&Tourist Isole minori per la morte dei tre marittimi sulla nave Sansovino il 29 novembre del 2016. Con l’accusa, a vario titolo, di omicidio colposo e violazione delle norme di sicurezza sul lavoro e nell’espletamento di operazioni portuali, dovranno comparire davanti al giudice per le indagini preliminari il prossimo 18 giugno: Luigi Genghi, amministratore delegato della Caronte, Salvatore Virzì, comandante della nave, Domenico Cicciò, ispettore tecnico della società di navigazione messinese, Fortunato De Falco, direttore di macchina, Giosuè Agrillo in qualità di Dpa (designated person ashore, responsabile a terra) della Seastar Shipping Navigation Ltd, società deputata al controllo e alla verifica della corretta attuazione delle procedure previste dal manuale di gestione della sicurezza a bordo della nave. Infine, è imputato anche Vincenzo Franza in qualità di legale rappresentante di Caronte &Tourist Isole minori.

Nella richiesta di rinvio a giudizio i pm della procura di Messina Federica Rende, Marco Accolla e Roberto Conte ripercorrono i tragici momenti del 29 novembre del 2016 quando il primo ufficiale Cristian Micalizzi, 38 anni, di Messina, il secondo ufficiale Gaetano D’Ambra, 29 anni, di Lipari, il motorista Santo Parisi, 51 anni, di Terrasini, “privi dei necessari strumenti di protezione indispensabili per l’ingresso in spazi chiusi e confinati (autorespiratore, cintura di sicurezza e rilevatore di gas)”, persero la vita.

Nessun controllo, nessuna preparazione, nessun equipaggiamento: così sono morti, stando ai fatti ripercorsi, dopo un anno e quattro mesi di indagini, dalla procura peloritana: “Si introducevano all’interno dello spazio vuoto n.6 di sinistra, situato nel ponte di stiva n.1 per chiudere il “passo d’uomo” della cassa di raccolta delle acque di lavaggio garage si sinistra, i cui bulloni di fissaggio erano stati allentati poco prima da Parisi e Puccio per poter fare defluire il liquido presente nella cassa, all’interno dello spazio vuoto (da cui il liquido sarebbe stato successivamente prelevato a mezzo di autobotte) provocando all’interno dello spazio vuoto, a causa di tale procedura, la diffusione di gas altamente tossici e sin particolare di idrogeno solforato. Cristian Micalizzi, privo di protezione e di dotazione per effettuare il salvataggio, faceva ingresso all’interno dello “spazio vuoto” per tentare di soccorrere gli altri membri dell’equipaggio. Antonio Lombardo (sopravvissuto, ndr), pur dotato di autorespiratore (dispositivo reperito a bordo della nave ma in luogo non idoneo, in quanto non prossimo a quello in cui stavano svolgendosi i lavori) a causa della rilevata assenza di adeguati mezzi atti a soccorrere i membri dell’equipaggio entrati all’interno del predetto spazio vuoto, rimaneva privo di ossigeno durante le operazioni di soccorso e quindi forzatamente esposto alle sostanze tossiche sprigionatesi”.

Il prossimo 18 giugno, quindi, anche Vincenzo Franza dovrà comparire di fronte al gup. La Caronte &Tourist, secondo la procura di Messina, è responsabile per reati commessi “nel suo interesse o vantaggio”, in questo caso di omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Secondo la ricostruzione dell’accusa, infatti, la tragedia del 29 novembre avvenne “a causa di omissioni imputabili a persone che rivestivano funzioni di rappresentanza di amministrazione o di direzione dell’ente, nel corso delle operazioni finalizzate allo svuotamento delle casse di raccolta delle acque di garage, della Sansovino, omissioni consistite nel non effettuare la necessaria caratterizzazione del liquido contenuto all’interno delle predette casse al fine di accertarne l’effettiva composizione e di predisporre adeguati strumenti di bonifica e smaltimento, nel non eseguire i necessari lavori volti a ripristinare la funzionalità delle pompe di bordo attraverso cui dovevano essere effettuate le operazione di svuotamento delle casse e nel non rivolgersi a una ditta specializzata che potesse eseguire la bonifica in sicurezza affidando invece l’esecuzione dei lavori al personale di bordo, sprovvisto di adeguata formazione e di idonei dispositivi di protezione”. Per queste omissioni, secondo l’accusa, la Caronte “conseguiva un vantaggio”, consistito nel risparmiare sui costi delle procedure di bonifica.

FONTE: Rassegnaweb da palermo.repubblica.it