LA STORIA SIAMO NOI, 1978-2018: ECCO COME REAGI’ MESSINA AL RAPIMENTO DI ALDO MORO

9 maggio 2018 Culture

di Enrico Di Giacomo – “Non lacrime ma coraggio”. Intitolava così il quotidiano locale Gazzetta del Sud il 17 marzo del 1978, il giorno dopo il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro. Sono trascorsi 40 anni, da mesi tutti provano a ricordare e ricostruire quei giorni terribili. Libri, trasmissioni televisive, fiction, reportage. Ci proviamo anche noi. Rileggendo, attraverso i giornali dell’epoca, la reazione che ebbe la città e quella dei suoi rappresentanti politici e sindacali. La notizia del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della scorta si diffuse rapidamente anche nella città di Messina provocando scoramento e disorientamento generali. Si fermarono le attività negli uffici pubblici, i centralini di Questura e Prefettura rimasero in filo diretto per l’intera giornata con la capitale. Furono rinforzati i normali servizi d’ordine nei punti strategici cittadini. La reazione dei lavoratori fu immediata. Altoparlanti percorsero le vie cittadine invitando le masse a partecipare a una manifestazione che si sarebbe svolta alle 12,30 a Piazza Cairoli con la presenza dell’allora sindaco Antonio Andò, dei segretari di partito e rappresentanti delle organizzazioni sindacali. Centinaia di cittadini parteciparono testimoniando la propria solidarietà a Moro e alle vittime.

 

 

LE REAZIONI

A intervenire su un palco improvvisato furono come detto rappresentanti sindacali e politici. Le reazioni furono tante e anche di diverso tenore. Dalla ‘non repressione’ addirittura alla pena di morte invocata dall’allora Movimento Sociale. Muscolino, a nome della triplice sindacale (Cgil, Cisl e Uil) disse che “gli assassini della democrazia hanno colpito ancora. Le brigate rosse assassine della libertà hanno rivendicato la brutale aggressione. E’ un tentativo omicida per non far svolgere il processo a Torino; è un tentativo di ricattare lo stato democratico; è un tentativo di ricattare il governo nato dall’adesione dei partiti democratici attorno all’emergenza; è un tentativo di ingenerare il terrore per provocare il caos. E’ un tentativo per intimidire le grandi organizzazioni dei lavoratori impegnate a provocare una svolta per il Mezzogiorno e la piena occupazione. Il parlamento, i partiti democratici, le grandi organizzazioni dei lavoratori, ogni cittadino sinceramente democratico di fronte a questa folle violenza che fa il gioco delle forze reazionarie, rispondono con fermezza, con decisione, con energia: Basta! Basta agli attentatori della libertà! Basta agli assassini! Oggi il Paese chiede giustizia e libertà. Giustizia e non vendetta, libertà e non repressione. Non parole ma fatti. Non lacrime ma coraggio”.

Per i democratici cristiani di Messina prese la parola il segretario Nino Galipò. “Esprimiamo costernazione, orrore e sdegno per questo ultimo atto di criminosa ferocia dell’estremismo terroristico che nel colpire la migliore espressione dei cattolici democratici, ha inteso compiere un estremo atto di violenza volto a scardinare le istituzioni democratiche del Paese”. “E’ questo l’ultimo atto di una strategia che in questi anni ha puntato ad incentivare il clima di tensione rivolto alla modifica violenta di un assetto di convivenza civile, soprattutto all’abbattimento del significato della democrazia cristiana come massima, insostituibile garante delle libertà costituzionali”. E conclude, “lungi dall’assumere posizioni di rassegnazione e peggio di ritorsione, i democratici cristiani fanno appello alle forze politiche e sindacali, a tutti gli uomini liberi perché resistano anche in questa tragica evenienza ed esprimono fermezza nella convinzione che i valori della democrazia e della libertà devono essere difesi a tutti i costi”. Per Nino Messina, comunista, il sequestro Moro “costituisce l’atto più grave e infame compiuto dalle forze eversive nel tentativo di creare nel paese un grave clima di caos per far arretrare i processi unitari e la democrazia. L’ora è grave per l’intero paese – aggiunse – ma i piani dei nemici della repubblica debbono fallire. Onore alle forze dell’ordine vittime dello squadrismo, solidarietà alla dc”.

Quel venerdì furono convocati in serata i consigli comunali e provinciali “al fine di esprimere solennemente i sentimenti della popolazione messinese e testimoniare la unanime mobilitazione delle forze politiche e delle istituzioni a difesa della democrazia repubblicana”. Anche la giunta comunale volle esprimere lo sdegno, la commozione e la condanna per l’attentato terroristico, partecipando in serata a un corteo organizzato dalle forze politiche. Il sindaco Andò nel suo discorso definì l’attentato “un criminale atto terroristico che provoca commozione, sgomento e sdegno; un attacco al cuore dello stato per la personalità di Moro. Le brigate rosse, i gruppuscoli eversivi hanno inferto un durissimo colpo e nei prossimi giorni la tensione per le richieste che forse in parte sono prevedibili sottoporrà le istituzioni ad una grave pressione”. “La risposta deve essere dura e decisa, ma anche composta e responsabile” concludendo il suo intervento con un “viva la Repubblica e la costituzione democratica”.

CITTO SAIA (DEMOCRAZIA PROLETARIA) E I SERVIZI SEGRETI 

L’allora responsabile di Democrazia Proletaria, lo storico Citto Saia, intervenne duramente denunciando con “orrore il rapimento di Aldo Moro e l’infame assassinio degli agenti della sua scorta”. Ma dando una lettura diversa rispetto a quella degli altri rappresentanti politici, lettura che vedremo verrà ripresa più volte nei decenni successivi. “L’operazione ha un solo obiettivo, quello di togliere col terrore al popolo italiano il diritto di decidere. Bersaglio di questo terrore non solo la democrazia borghese ma l’intero movimento operaio. Solo servizi segreti statali di paese molto potenti possono organizzare una simile offensiva, per aprire il terreno ad una repressione militare totalitaria“.

 

 

IL MSI-DN E LA PENA DI MORTE

La Segreteria provinciale reggente del Mai-dn in un comunicato espresse il proprio cordoglio alle famiglie “dei valorosi servitori dello Stato caduti nell’adempimento del proprio dovere”. Il Msi “chiede che questa volta sia messa fine al consueto rituale farisaceo delle condanne meramente verbali e che alle belve rosse le quali hanno dichiarato guerra allo stato e ai suoi cittadini si risponda con provvedimenti straordinari. Il Msi chiede in particolare che il ministero degli Interni rassegni le dimissioni e vanga sostituito con urgente decreto del Presidente della Repubblica, da un esponente delle Forze Armate e che venga ripristinata la pena di morte per i delitti particolarmente efferati”.

Il capogruppo al consiglio comunale del MSI-DN in una nota afferma che “non era difficilmente prevedibile l’escalation del terrorismo fino a colpire il cuore del stato. Era prevedibile fin da quando il prefetto Mazza nel ’72 denunciò che a Milano bivaccavano ventimila guerriglieri di sinistra militarmente organizzati”. “Il governo e i partiti del cosiddetto arco costituzionale sono responsabili morali di quanto succede”.

Anche l’on. Nicola Capria, della direzione nazionale del PSI, intervenne prendendo posizione e chiedendo fermezza, affermando che “non ci si può fermare alla doverosa solidarietà umana nei confronti delle vittime, ma occorre che questo sgomento si esprima attraverso concrete ed adeguate misure capaci di dare risposte positive alle ansie dell’opposizione pubblica democratica del nostro Paese”.

Una richiesta di mobilitazione generale arrivò dal segretario regionale della Cisl Cristoforo Gallina. Per il segretario provinciale dell’Upl-Cisnal Franco Bisognano si trattò di un atto di criminalità politica, una sfida allo stato, un’intimidazione nei confronti dei cittadini che ancora credono nella convivenza civile”. “Bisogna reagire con vigore, senza incertezze”, concluse, invitando i lavoratori a esprimere lo sdegno e la riprovazione. Per i giovani DC “non possiamo permettere che un branco di esaltati portatori di idee eversive ci privino di quei valori che i nostri padri ci hanno consegnato”.

Per il segretario provinciale di democrazia nazionale – infine – , l’avvocato Giuseppe Toscano “il rapimento moro costituisce un’altra tappa di quell’attacco al cuore dello stato che le brigate rosse hanno sempre preannunziato. Lo si deve al permissivismo dimostrato  nei confronti dei complici morali, materiali e psicologici delle BR e allo smantellamento dei servizi segreti, annullando così quell’opera di informazione necessaria per prevenire simili efferati delitti”.

IN PROVINCIA

Si registrarono sdegno ed emozione anche in provincia. A Barcellona i sindacati unitari proclamarono lo sciopero generale e il lavoro nei cantieri e nelle fabbriche si fermò. In mattinata fu organizzato un comizio con il segretario provinciale della Cisl La Malfa e in serata fu convocato d’urgenza il consiglio comunale. Tema trattato, “Ordine pubblico e tutela delle libertà democratiche”. Ma reazioni ci furono a Milazzo, Taormina, Patti con manifestazioni improvvisate, assemblee e scioperi in fabbrica.

 

IL RAPIMENTO DI VIA FANI

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati, fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.

In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a poca distanza[1] dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.