TRIBUNALE DI MESSINA, IL GIUDICE OLINDO CANALI REVOCA ALL’ULTIMO MOMENTO LA DOMANDA DI TRASFERIMENTO

21 maggio 2018 Inchieste/Giudiziaria

di EDG – La domanda di trasferimento era stata trasmessa in tempo. Erano infatti stati messi a bando dei posti e il magistrato Olindo Canali, tentato dalla nostalgia, aveva fatto domanda per tornare da giudice al Tribunale di Messina. Ma il Csm non ha avuto neanche il tempo di prendere in considerazione la richiesta e accettarla. Il magistrato Canali, primo in graduatoria in quanto magistrato più anziano, sarebbe potuto tornare molto presto nel distretto giudiziario di Messina, dove ha trascorso tanti anni da magistrato inquirente. Ma all’ultimo momento, non se ne conoscono i motivi, e nei termini previsti dalla legge ha rinunciato revocando la domanda. Il suo sarebbe stato un ritorno che avrebbe fatto rumore dopo le note vicende giudiziarie che lo videro protagonista prima e dopo il trasferimento di sede e il cambio di funzione (da requirente a giudicante) che lui stesso chiese nel 2010 per evitare il procedimento di trasferimento d’ufficio che era stato avviato per motivi di incompatibilità ambientale e funzionale su iniziativa di due consiglieri togati del CSM. Olindo Canali è nato e risiede a Lissone. Specializzato in Criminologia Clinica, Psicologo, ha lavorato come Pubblico Ministero a Monza e dalla primavera del 1992 per tantissimi anni in servizio alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto; è stato Giudice Penale presso il Tribunale di Milano; ora è Giudice presso la  IX sezione del Tribunale di Milano. Ha insegnato Criminologia presso l’Università di Milano. Il giudice non ha mai smesso di tornare periodicamente nella città dello Stretto, soprattutto per le vacanze che trascorre nella sua casa di Torre Faro. Il magistrato prese servizio a Barcellona nella lontana primavera del 1992, proprio l’anno in cui fu istituito il Tribunale della Città del Longano tanto che lo stesso Canali rispose per primo all’appello per il reclutamento di magistrati per gli uffici giudiziari del sud lanciato dall’allora ministro Claudio Martelli.

VICENDE GIUDIZIARIE

Il magistrato brianzolo dovette abbandonare la Sicilia travolto da inchieste e polemiche. Nel maggio del 2013 infatti Olindo Canali venne assolto in appello con la formula «perché il fatto non sussiste». Una frase che cancellava i due anni di condanna del primo grado. Canali era finito sotto processo con l’accusa di falsa testimonianza con l’aggravante d’aver favorito l’associazione mafiosa barcellonese per una sua testimonianza resa in appello, sul suo memoriale, al maxiprocesso alla mafia barcellonese “Mare Nostrum”, che si tenne a Messina. E in primo grado, nel marzo dello stesso anno il gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà lo aveva condannato per questa vicenda a due anni, escludendo la sussistenza dell’aggravante mafiosa. All’epoca l’accusa, il pm Federico Perrone Capano, il magistrato che condusse gli accertamenti insieme al suo capo dell’ufficio, l’ex procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, aveva chiesto una condanna più dura, a 4 anni di reclusione, ritenendo sussistente anche l’aggravante dell’art. 7 della legge n.203/91. Davanti al collegio di secondo grado presieduto dal giudice Giuliana Campagna e composto dalle colleghe Adriana Costabile e Angelina Bandiera, era stato il sostituto procuratore generale Francesco Mollace a rappresentare l’accusa. E aveva chiesto per il collega la conferma della condanna a 2 anni inflitta dal gup Barillà. Poi avevano discusso i difensori del magistrato, gli avvocati Fabrizio Formica e il suo collega di Milano Francesco Arata.

Il processo si inserisce in una vicenda molto più ampia, che parla dei veleni sulle due sponde giudiziarie dello Stretto e arriva fino ai retroscena dell’omicidio di Beppe Alfano, il cronista de “La Sicilia” ammazzato dalla mafia nel 1993 a Barcellona, e anche ai mille rivoli giudiziari del maxiprocesso alla mafia tirrenica “Mare Nostrum”, uno dei più elefantiaci, controversi e dilatati procedimenti della storia giudiziaria italiana. Il magistrato Canali era originariamente accusato di falsa testimonianza «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra ed in particolare della sua articolazione di Barcellona Pozzo di Gotto, facente capo a Gullotti Giuseppe». La vicenda è quella ormai stranota del memoriale scritto dal magistrato nel lontano 2006 su tutta la sua esperienza barcellonese e delle presunte “duplicazioni” dell’atto, mentre il giorno in cui si sarebbe concretizzata la falsa testimonianza secondo l’accusa iniziale poi caduta è quello della sua deposizione in aula, nel 2009, al maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum”, di cui tra l’altro il magistrato fu pubblico ministero in primo grado, applicato per questo alla Distrettuale antimafia di Messina. E si sarebbe concretizzata – sempre secondo l’accusa iniziale -, con una condotta specifica, perché nel corso della testimonianza resa in aula, Canali «negava il vero sostenendo di non aver redatto, nel periodo immediatamente successivo alle festività natalizie 2005, documenti e memoriali, relativi all’omicidio Alfano, diversi ed ulteriori rispetto al file inviato per posta elettronica al giornalista Leonardo Orlando e negava il vero sostenendo di non aver ricevuto confidenze da Beppe Alfano in merito all’omicidio in danno di Giuseppe Iannello (un boss barcellonese, n.d.r.)». Quindi avrebbe negato l’esistenza di più memoriali e le confidenze di Alfano sull’omicidio Iannello. L’ex pm sostenne l’accusa nel corso del processo di primo grado per la morte del cronista de “La Sicilia” Beppe Alfano, ucciso dalla mafia, e proprio con Alfano ebbe una costante frequentazione proprio fino alla mattina di quell’8 gennaio del 1993, il giorno in cui fu ucciso. La deposizione che ha costituito il punto fermo dell’accusa si tenne in due parti nel corso del maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum” a capi e gregari della mafia tirrenica, il 6 e il 15 aprile del 2009. E fu necessitata dal fatto che qualche tempo prima nel corso di una precedente udienza alcuni difensori avevano chiesto di mettere agli atti un memoriale pervenuto al loro studio in forma anonima. Solo in un secondo momento Canali riconobbe la paternità del memoriale, e la corte decise di sentirlo in aula, acquisendo il documento agli atti. Proprio su questi fatti l’ex pm Canali fu ascoltato in aula come teste al processo Mori a Palermo dal collega Nino di Matteo. Una lunga deposizione tutti incentrata sull’omicidio Alfano e sulla latitanza del boss etneo Nitto Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto poco prima della sua cattura.