MAFIA: Ecco i verbali inediti del collaboratore Gianfranco Bonanno. Affari e interessi del capo Luigi Tibia

26 maggio 2018 Inchieste/Giudiziaria

Riccardo D’Andrea – «La quarta arma, un fucile doppietta, calibro 12 o 16, la tenevo io anche per conto di Filippo Bonanno. Io l’ho venduta a Luigi Tibia per il prezzo pagato di 400 euro. Anche per questa arma mio fratello mi ha costretto a venderla. È stato lui a contattare Luigi Tibia e poi a dirmi di andare a piazza Casa Pia, al campetto di calcio di Luigi Tibia».

Raccontano questo e altro, tra i tanti omissis, i verbali inediti di Gianfranco Bonanno, che da alcuni mesi si sta soffermando sui retroscena degli “affari” del clan mafioso di Giostra. Compresi quelli della recente inchiesta “Totem”, condotta dalla Squadra mobile della Questura di Messina e dai carabinieri sull’industria del divertimento gestita dal sodalizio guidato dallo stesso Tibia. Pochi giorni fa, durante il processo in corso di svolgimento davanti ai giudici della seconda sezione penale, presieduta da Mario Samperi, i sostituti della Dda peloritana Maria Pellegrino e Fabrizio Monaco, con la collega della Procura ordinaria Antonella Fradà, hanno depositato nel loro fascicolo processuale agli atti del dibattimento una serie di dichiarazioni, acquisite nei mesi scorsi nel corso di lunghi “faccia a faccia” riservati con Bonanno, il quale, comunque, non è imputato in questo procedimento penale.

Le rivelazioni sulle armi sono state fatte il 19 marzo scorso, davanti ai pm Maria Pellegrino e Francesco Massara. Ai magistrati ha detto anche che «al campetto Tibia mi attendeva insieme a Peppe “U bombularu”», suo autista, «e a Tibia ho consegnato il fucile. Il pagamento è stato effettuato da Tibia, 400 euro, a mani di Antonio Bonanno. Antonio ha dato a me e a Filippo la somma che abbiamo diviso, 200 euro». Un affare maturato «dopo il capodanno 2009».

Quanto ai rapporti col reggente del clan di Giostra, Gianfranco Bonanno ha specificato che «i miei fratelli Antonio e Letterio erano intimi di Luigi Tibia. Io in una occasione in cui mi sono recato a casa sua, a San Matteo, dal balcone di casa sua abbiamo sparato con un mitragliatore. Ritengo che fosse ai domiciliari».

Il 18 gennaio dello stesso anno, altre dichiarazioni. «Ci sono due soggetti che hanno lo stesso soprannome. Tutti e due sono soprannominati “topolino della via Palermo”, perché uno abitava in via Palermo e l’altra aveva una sala giochi nella stessa via. Parlo del primo, un tipo robusto, più grande di me, stempiato, aveva un T-Max grigio e aveva una sala giochi a Castanea, dove io ho commesso un furto intorno al 2008-2009. Credo che il furto non sia stato denunciato». Scorribanda notturna che ha fruttato «circa 10mila euro di monete dalle macchinette. Poi è venuto da me Luigi Tibia, chiedendomi la restituzione anche di pezzi della macchinetta cambia-soldi, ma gli ho detto che li avevo buttati. Io a Luigi Tibia ho detto, quando è venuto a cercarmi per sapere del furto, che ero stato io a commetterlo».

Il 26 aprile scorso, inoltre, a Bonanno viene sottoposto in visione un file pdf contenente 44 foto, redatto cinque giorni prima dalla Squadra mobile di Messina. «La foto numero 4 ritrae Luigi Tibia. Era molto amico dei miei fratelli Antonio e Letterio, specialmente di quest’ultimo. Gestiva insieme a mio fratello Antonio, nel 2007-2008, il Malibù. Anzi preciso che i suddetti erano soci del Lido, avendolo comprato insieme, mentre lo gestiva Eduardo Puglisi. Ricordo che Tibia ha venduto a mio fratello Antonio una moto d’acqua, forse nel 2008-2009. Da mio fratello ho saputo che Luigi Tibia era il boss di Giostra, tanto che se succedeva qualche fatto particolare, lui (Tibia) veniva informato». Rassegnaweb da Gazzetta del Sud

 

Gli indagati.

L’inchiesta antimafia “Totem”, condotta da polizia e carabinieri nel 2016, è sfociata in 23 arresti e, successivamente, nell’applicazione del regime del “41 bis” al presunto reggente Luigi Tibia. Poi c’è stata una prima chiusura delle indagini preliminari e il rinvio a giudizio per 24 imputati. Quindi, i sostituti procuratori della Dda Maria Pellegrino, Liliana Todaro e Fabrizio Monaco hanno firmato un nuovo atto di conclusione delle indagini preliminari. Cinquanta gli “avvisati”: Antonino Barbera, Fortunato Bellamacina, Francesco Bitto, Natale Caruso, Paolo Chiaia, Maria Antonia Cicero, Antonio Civello, Rosario Costantino, Giuseppe Cucinotta, Massimo Currò, Paolo Currò, Antonino Cutè, Luciano De Leo, Santi De Leo, Antonino Agatino Epaminonda, Roberto Ferrara, Francesco Forestiere, Francesco Gigliarano, Francesco Giuffrida, Antonino Guglielmino, Giovanni Ieni, Francesco Irrera, Luigi Irrera, Francesco La Camera, Roberto Lecca, Michele Lombardini, Giovanni Mancuso, Orazio Margurio, Filippo Marsala, Anna Morana, Giovanni Pagano, Daniele Pantò, Concetta Pappalardo, Simone Patì, Veronica Pernicone, Carmelo Rosario Raspante, Maria Rello, Pasquale Romeo, Gaetano Russo, Toruccio Salvatico, Carmelo Salvo, Pietro Santamaria, Giuseppe Schepis, Carlo Sergi, Luigi Tibia, Francesco Tomasello, Giovanni Versaci, Daniele Vinci, Ignazio Vinci, Giovanni Zanghi. Sono accusati, in concorso, di esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa, con l’aggravante di avere commesso il fatto «per agevolare l’attività dell’associazione mafiosa facente capo a Luigi Tibia».

 

 

La competizione clandestina si sarebbe svolta a Catania

«Ha perso 100mila euro in una corsa di cavalli».

Non mancavano le questioni da dirimere. Alcune anche piuttosto delicate. «Ricordo che una volta mio fratello Antonio Bonanno ha litigato con un soggetto di Mangialupi perché aveva aggredito sia mio fratello Antonio che Giuseppe Fusco, nel corso di una serata in discoteca al Flexus. Poiché sia quest’ultimo che mio fratello volevano sparare al soggetto di Mangialupi, che è il nipote di Santino Caleca, di nome Peppe Caleca, ho saputo sempre da mio fratello che è stato interessato Luigi Tibia per risolvere la lite», ha riferito Gianfranco Bonanno. E ancora: «Tale fatto l’ho appreso dallo stesso Antonio Bonanno, che aveva pure una cicatrice in viso, a seguito dell’aggressione subita in discoteca. Ricordo che io proposi a mio fratello di vendicarsi e che saremmo andati a sparare a Peppe Caleca, ma mio fratello mi disse che era intervenuto Luigi Tibia, il quale ha risolto la situazione. In ogni caso “si intricava” Tibia».

Altri soggetti «vicini» a quest’ultimo, «in quanto li vedevo quando venivano a casa mia e mi portavano i regali sono Massimo Galli, Angelo Galli detto il “nano”, Natale Ragusa, Massimo Opinto, Fabio e Lillo Opinto. Questi ultimi due però erano solo amici con Tibia, a differenza di Massimo. So che Tibia riforniva tutta Messina, ossia le sale giochi, i bar, di macchinette. Inoltre, comprava locali e armi. Nulla posso riferire di estorsioni commesse da Tibia. Anzi, preciso che alcune macchinette le ha date pure a mio fratello Antonio, per il bar che era della sua convivente».

A proposito delle corse clandestine di cavalli, uno dei “core business” del clan di Giostra, «Tibia aveva un cavallo, detto Storno, del quale ho sentito parlare quando ero in permesso premio. Ho appreso nel 2017 da Cristian Romeo che Tibia aveva perso più di 100mila euro in una corsa di cavalli importanti a Catania. So che Tibia aveva pure una stalla, salendo dal Seminario».

Tornando all’argomento della disponibilità di armi, «ritengo che se ne occupasse Giuseppe “il bombolaro”, avendolo io visto personalmente portarsi sia la mitragliatrice cromata, con la quale Tibia aveva sparato un capodanno, sia il fucile che io gli avevo consegnati al campetto di calcio di Casa Pia. Un altro soggetto che credo si occupasse anche lui delle armi di Tibia è quello raffigurato nella foto n.14, essendo anche lui molto vicino a Tibia e un personaggio di cui questi si fidava molto. Non sono però a conoscenza di dove Tibia detenesse le armi». Rassegnaweb da Gazzetta del Sud