RICICLAGGIO, CHIUSA L’INCHIESTA SULLA FAMIGLIA GENOVESE. C’E’ UN ALTRO INDAGATO ECCELLENTE, IL NOTAIO PADERNI. I NOMI, LE ACCUSE

20 Luglio 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Enrico Di Giacomo – Stampalibera – Spunta un nuovo indagato eccellente nella clamorosa inchiesta della Finanza che il 23 novembre dello scorso anno ha travolto la famiglia dell’onorevole Francantonio Genovese con un maxi sequestro milionario e la contestazione di un’accusa molto pesante come il riciclaggio e che adesso è arrivata a una svolta. C’è infatti anche il notaio Stefano Paderni tra i nomi degli indagati che compaiono nell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari (atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) notificato dalla procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia nei giorni scorsi all’ex onorevole Francantonio Genovese, alla moglie Chiara Schirò, al figlio Luigi, giovanissimo deputato dell’Ars dall’autunno scorso, a Rosalia Genovese, sorella di Francantonio, all’ex deputato regionale Franco Rinaldi e alla moglie Elena Schirò, a Marco Lampuri e a Daniele Rizzo (entrambi figli di Rosalia) e infine al notaio Stefano Paderni. E’ indagata anche la società attraverso la quale sarebbe stato realizzato tutto, la L&A Group srl (ex Ge.Fin. srl). Le accuse contestate dalla procura a vario titolo ai dieci indagati, che adesso rischiano il processo, sono sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte sui redditi (l’art. 11 D.Lgs. 74/2000, contestato a tutti gli indagati tranne che alla società), riciclaggio di denaro (l’articolo 648 bis, reato contestato a Francantonio, Luigi e Rosalia Genovese, a Chiara ed Elena Schirò e a Marco Lampuri), l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (art. 648 ter contestato a Luigi Genovese, Chiara Schirò e a Marco Lampuri), e l’autoriciclaggio (l’articolo 648 ter 1), contestato a Francantonio Genovese. Al notaio Stefano Paderni viene contestato l’essersi prestato a curare atti nonostante, per i magistrati, la loro natura fosse evidentemente fraudolenta. Gli atti sotto i riflettori della magistratura, ‘compiuti su propri (di Francantonio ndr) beni, idonei al fine di sottrarsi al pagamento dell’ingente debito tributario esistente nei suoi confronti’, sarebbero stati rogati tutti presso lo stesso notaio, appunto Stefano Paderni, ‘tra l’altro rogante non a Messina ma a Villa San Giovanni, con ogni probabilità – scriveva ancora il gip Mastroeni nel decreto di sequestro preventivo – al fine di evitare lo strepitus fori, in un ristretto arco temporale e tutti stipulati tra familiari’.  Al centro del meticoloso lavoro della procura un’impero economico, un giro vorticoso di denaro di una famiglia che conta e che ha fatto del sistema politico ‘feudale’, cioè di una concezione ereditaria della politica un vero e propio marchio. ‘Una fitta e complessa attività di trasferimento di denaro’ – come la definì il giudice Mastroeni – intercorsa tra Francantonio Genovese e i suoi congiunti: moglie, figli, sorella, nipoti nonché altri soggetti comunque vicini al nucleo familiare ‘e sottesi all’adempimento di contratti di compravendita, locazione e fatture varie’. Il gip Salvatore Mastroeni, nel decreto di sequestro, non utilizzò giri di parole: Luigi Genovese, 21 anni e un consenso da 17 mila voti, “ha svolto un ruolo centrale in tutta l’operazione, essendo soggetto destinato a subentrare in tutti i rapporti economici e con questa funzione ad operare ulteriori riciclaggi e sottrazioni in frode al fisco della garanzia patrimoniale del padre”. Non solo: “La centralità del suo ruolo e il ruolo rivestito di successore del patrimonio, nonché gli atti di successiva gestione dei beni (locazioni degli immobili a lui trasferiti, movimenti su conto posterai) danno la misura della elevata consapevolezza circa la illiceità delle operazioni poste in essere”. A cercare di smontare le accuse sarà adesso il collegio difensivo formato dal legale storico della famiglia Genovese, l’avvocato Nino Favazzo, dall’avvocato e già deputato Maurizio Paniz e da Emilio Fragale. EDG

nelle foto Di Giacomo gli indagati Marco Lampuri, Luigi Genovese e Rosalia Genovese il giorno dell’interrogatorio.

 

L’INCHIESTA, L’ATTO D’ACCUSA DEL GIP MASTROENI.

“La faccia della criminalità che vive nei piani alti e nei salotti buoni delle città, con abiti eleganti e quei grandi mezzi dalla capacità attrattiva immensa, non certo emarginata come i ladri di strada, con la differenza però fornita dal dato economico che disvela le vere capacità criminali“. E poi: “Una sorta di autostrada dell’impunità e della sottrazione di denaro e beni ad ogni controllo e tassazione, sia per le organizzazioni criminale che per le evasioni fiscali eccellenti“. Ma anche il “riconoscimento, sia pur lento, della abissale differenza, per entità di guadagni e gravità di effetti economici, tra una criminalità di strada (pur grave e pericolosa), spesso con proventi irrisori e sprogorzionati ai rischi, e criminalità economica“.

Sono le parole messe nero su bianco dal giudice per le indagini preliminari di Messina, Salvatore Mastroeni.  Giudizi pesantissimi su quella che è una delle famiglie più note e potenti della città ma anche dell’intera Sicilia: quella dei Genovese. È un sequestro multimilionario quello che ha colpito Francantonio Genovese il 23 novembre dello scorso anno, primo segretario del Pd in Sicilia, ora deputato di Forza Italia. Era già stato condannato in primo grado per associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, frode fiscale, peculato perché con enti controllati da lui e dai suoi familiari ha truffato la Regione siciliana. Per questo motivo è accusato di aver sottratto al fisco 20 milioni di euro. “Resta oggettivo – scrive dunque il gip – che rubare allo Stato circa 20 milioni di euro è, con ogni distinguo che si voglia fare, molto più grave del prendere di notte, sulla pubblica via, un’autoradio o un motorino, pur condotte che in flagranza portano quasi automaticamente al carcere e rendono soggetti miserabilie non da frequentare, delinquenti”.

Un’inchiesta su una dinastia lunga 3 generazioni – Il decreto di sequestro, chiesto dal procuratore di Messina Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Sebastiano Ardita (poi trasferito a Catania), infatti, ricostruisce la storia non ufficiale della dinasty dei Genovese: quella criminale, seppur dal punto di vista degli inquirenti e in fase d’indagine preliminare. “È la singolare storia di questo procedimento, che vede operare una dinastia, con tre generazioni implicate, di cui il primo indagabile (teorico) è Luigi Genovese senior, in realtà deceduto ed il fatto sarebbe prescritto, e con un ramo collaterale ancora più nobile, avendo riguardo a soggetto più volte deputato alla Camera e Ministro”, annota il giudice nel provvedimento. Che parte dal padre di Francantonio – Luigi senior, senatore della Dc dal 1972 al 1994 – e che arriva al figlio del politico passato dal Pd a Forza Italia. Per la prima volta nel registro degli indagati, infatti, è finito anche il giovane Luigi Genovese, 21 anni, studente di Giurisprudenza eletto all’Assemblea regionale siciliana con più di 17mila voti nelle file di Forza Italia. È l’ultimo rampollo della famiglia, che ha appena ricevuto il seggio a Palazzo dei Normanni in eredità dallo zio Franco Rinaldi, per volere del padre Francantonio.

Luigi, l’ultimo rampollo – Ma non solo. Perché per gli inquirenti Genovese junior ha ricevuto in dote anche altro: denaro, parecchio denaro che il padre con “recentissime operazioni illecite, spericolate se non grottesche” vuole “salvare dall’aggressione“. “E così dal nulla si staglia la figura di Genovese Luigi junior, che diventa consapevolmente, firmando atti e partecipando alle manovre del padre, ricchissimo – si legge nelle carte dell’inchiesta – La circostanza della ricchezza improvvisa del genovese Luigi, il suo notorio ingresso in politica, il modo spregiudicato di acquisizione della ricchezza, danno la probabilità, sia pur per la visione cautelare di protezione dei beni e dei soldi dovuti allo Stato, che si verifichi la stessa attività del padre”. E dunque l’ipotesi del giudice è che il giovanissimo Genovese sia l’ultimo tassello di un puzzle che nel decreto di sequestro è descritto così: “Il quadro è univoco circa 20 milioni di euro sottratti allo Stato e oggetto di riciclaggi ed evasioni sistematiche, conti offshore, ruoli parlamentari, mezzi ed introiti enormi, e peraltro, ciò, effettuato con indifferenza già agli obblighi di un cittadino e nei confronti di uno Stato, e correlativamente di cittadini lesi dall’evasione fiscale”.

L’indagine nata a Milano – L’inchiesta sul tesoro dei Genovese non comincia a Messina, ma molto più a nord: a Milano: “Il dato di base, che scopre un reato e che, per continuare ad evadere le tasse, ne innesca una serie impressionante e continua, è un atto di indagine che parte da Milano, dalla Guardia di Finanza di quella città che indagava su una filiale di una banca svizzera e da cui emergeranno i conti svizzeri di ricchi italiani”. Alcuni mesi fa alle autorità elvetiche era stato chiesto di svelare i nomi dei circa diecimila clienti italiani che avevano polizze assicurative considerate sospette. Tra quei nomi era dunque spuntato anche quello di Francantonio Genovese, quel conto in Svizzera viene definito dal giudice come la “madre” di tutti gli illeciti. “Quel conto svizzero che non costituirà, per la famiglia Genovese, solo un tesoro immenso ma anche, come spesso succede col denaro, la scelta di campo di delinquere, senza poi più fermarsi, per proteggere sempre di più una ricchezza smisurata ma illegale”.

L’assicurazione alla Credit Suisse: “Soldi non sono noccioline” – “Appare evidente – si legge sempre nel provvedimento – che attraverso la sottoscrizione a proprio nome della polizza emessa formalmente da Credit Suisse (Bermuda) Ltd, con sede nelle isole Bermuda versando un premio di € 16.337.341,00. l’avvocato Genovese Francantonio abbia di fatto riciclato i proventi derivanti da reati fiscali perpetrati dal padre”. Quei soldi, infatti, sarebbero stati depositate in Svizzera dal padre di Francantonio. “Sul punto, su quella somma enorme esportata all’estero, evadendo il fisco (neanche una teorica emergenza di produzione o donativi dall’estero su estero per detto soggetto), vanno fatte una serie di considerazione. Risibile è la dichiarazione che fa Genovese Francantonio, che la esportazione avviene quando ha un anno e non ne sa molto. Innanzitutto i soldi, a differenza delle noccioline, sono cosi tanti e di cosi tanto valore, che non si potrebbe pensare mai, almeno da una certa età, che vi sia stata una detenzione inconsapevole, e se tutto inizia con Genovese Luigi senior, il reato prosegue e tanti ne derivare e fanno capo al figlio, con moglie e figlio e parenti”.

“Il padre non guadagnava tanto” – Durante l’inchiesta che lo ha visto imputato, Genovese senior si è trovato più volte a dovere spiegare da dove arrivassero le sue fortune economiche: spesso senza convincere i giudici. Nel verbale di interrogatorio del data 14 aprile 2015, Genovese ha dichiarato, e ammesso, che: “Le somme investite le ho ricevute da un conto corrente di mio padre (si tratta di somme che sia mio padre e forse anche mia madre detenevano all’estero), la cui accensione risale agli anni ’70. Già su punto la puntuale indagine della procura, con consulenza tecnica, ha accertato che il padre dell’avvocato Genovese Francantonio, Luigi, non risultava avere redditi tali da spiegare il “tesoro” all’estero. A fronte di una capacità reddituale media per anno (convertita in euro) di 117.034,00, avrebbe accumulato la somma di € 16 milioni in modo esterno ad ogni legale acquisizione, fondando il giudizio che tali somme siano state oggetto e frutto di evasione fiscale”. Un particolare lega Luigi Genovese senior a Francantonio: padre e figlio hanno sempre più denaro rispetto a quanto guadagnano. “Sulla base di quanto accertato dalla Guardia di Finanza di Milano, Genovese Francantonio ha sottoscritto, nel giugno del 2005, un prodotto finanziario (contratto assicurativo) con la società Credit Suisse Life. Il prodotto finanziario in questione è, palesemente, finalizzato ad occultare capitali all’estero e consente di sfuggire anche alla tassazione sugli interessi maturati sui depositi di capitali detenuti in Svizzera.  Si tratta di un investimento – non dichiarato al fisco italiano – non compatibile con il volume d’affari ed il reddito conseguito e dichiarato da Genovese Francantonio sino all’anno 2005. Cioè si procede nell’attività delittuosa del padre e con modalità analoghe”.

“Quei soldi ereditati da mio padre”. Ma era ancora vivo – Diventa addirittura surreale la giustificazione fornita da Genovese quando nel 2013 trasferisce nel “principato di Monaco a partire dall’anno 2013, fondi di importo consistente (per l’ammontare complessivo di 10 milioni di euro) su un conto esistente presso un intermediario monegasco, la banca Julius Bar, e intestato alla società panamense Palmarich Investments“. Secondo le indagini degli inquirenti in quel caso Genovese e la moglie Chiara Schirò avevano giustificato quegli accrediti, affermando che si trattava di fondi provenienti “da una eredità a seguito della morte del padre, Signor Luigi Genovese (testualmente dalle carte: “Portion of the inheritance received by Mr Genovese following the death of his father Mr Luigi Genovese”)”. Solo che il giudice fa notare come “all’epoca dei fatti “il padre di Francantonio Genovese “risultava essere ancora in vita“. “Questo dichiarare morto il padre vivo è uno dei tantissimi escamotage cui quel “tesoro” ha costretto il Genovese, e che giudicherà lui stesso, al condizionale eventuale, come fatto che sarebbe altamente spiacevole”.

Il ritorno in Italia: “Gli spalloni, trucco da Alì Babà” –Ricostruita nell’indagine è anche la fase in cui Genovese prova a recuperare quel denaro: secondo l’accusa lo fa tramite spalloni, cioè persone che trasportano personalmente il denaro alla frontiera. “Discorso plasticamente lesivo della dignità del ruolo ma spia della capacità di movimenti illeciti, è farsi portare miliardi in contanti dalla Svizzera da spalloni, riceverli in alberghi, di nascosto, scambiando parole convenzionali, una sorte di apriti sesamo che ricorda la favola di Ali Babà e i 40 ladroni”. Poi comincia una “impressionante attività di dismissioni, avvalendosi appunto di figli e nipoti. Qui Genovese Francantonio si va spogliando di tutto, talvolta con trucchi banali, talvolta con una serie di sotterfugi, anche geniali, in un contesto complessivo, che sorretto dalla evidenza del fine e del metodo, non dà alcun dubbio su gesti effettivi e reali di mera liberalità. Al riguardo, come detto, la liberalità non è prospettabile visto che ogni atto viene fatto apparire, magari faticosamente, ma oneroso per i beneficiari (curiosamente a Genovese Luigi passa un patrimonio enorme, con operazioni finanziarie, prestiti e sostanziali “pagherò)”.

Non è stata ritenuta credibile neppure la ricostruzione della fase successiva e cioè quella in cui, a dire di Francantonio Genovese, i soldi prelevati in Svizzera sarebbero stati spesi “per esigenze familiari, mie, di mia moglie, mio figlio, di mio padre, ristoranti, matrimoni, regali, ho ricevuto annualmente almeno cinquanta inviti di matrimonio. Facendo politica ovviamente… pranzi, cene, vestiti, gioielli, mobili antichi, quadri. È un dato oggettivo… io conducevo una vita abbastanza dispendiosa e anche abbastanza generosa nei confronti degli altri tenuto conto anche del mestiere che facevo”.

Le spese personali, alla fine, ammonterebbero a otto milioni di euro. Troppi, secondo i finanzieri, per non ipotizzare operazioni di riciclaggio. Il passaggio sui regali di matrimonio viene così commentato dal giudice: “Otto milioni richiederebbero partecipazioni da tutta Italia, forse Europa”. Il commento si fa ancora più duro sulla generosità che avrebbe contraddistinto l’operato di Francantonio Genovese: “Chi ruba per gli altri ha sullo sfondo la figura di Robin Hood”.

“Se l’impero economico dei Genovese si caratterizza ormai per illiceità e reati, Genovese Luigi è l’erede”. “Se l’impero economico dei Genovese si caratterizza ormai per illiceità e reati, il Genovese Luigi è l’erede designato a raccogliere l’eredità di tutto ciò, e non già un mero beneficiario ma agendo con comportamenti dello stesso livello del padre, e con alta proiezione di rischio di reiterazione”, è quanto scrive il gip Salvatore Mastroeni nel decreto di sequestro preventivo del patrimonio milionario della famiglia Genovese.

 

L’APPROFONDIMENTO

L’INTERROGATORIO DEL PROCURATORE ARDITA A GENOVESE: “I CONTANTI (CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO) ME LI PORTAVANO GLI ‘SPALLONI’ IN HOTEL”. REGALI, GIOIELLI, MATRIMONI. LA BELLA VITA DELL’ONOREVOLE.

La mattina del 14 aprile del 2015 Francantonio Genovese viene sottoposto all’interrogatorio da parte dei magistrati Fabrizio Monaco e Sebastiano Ardita all’interno del carcere di Gazzi. L’oggetto dell’interrogatorio è l’origine del possesso dei fondi esteri. Genovese non si sottrae alle domande alla presenza del suo legale, l’avvocato Nino Favazzo. Alla domanda del pm Monaco su quale fosse l’origine delle somme detenute all’estero sin dagli anni ’70 Genovese la attribuisce al reddito proveniente dalle società cui il padre era socio fondatore (Caronte & Tourist).

“Non avendo fornito alcun elemento volto a dimostrare la provenienza illecita delle somme detenute all’estero… egli ha detto indiretta conferma alla circostanza che esse erano, di fatto occultate, come d’latra parte poteva desumersi dalla circostanza che fossero state depositate su un conto estero e poi schermate con una polizza” scrive il gip nel decreto di sequestro e aggiunge, “ulteriore riscontro alla necessità di mantenere coperte le operazioni di utilizzo e trasferimento su dette somme veniva dato dal Genovese nel rispondere alle domande con le quali gli si chiedeva conto di alcuni ingenti movimenti che erano stati da lui effettuati senza passare dal circuito bancario nazionale”.

Alla domanda dei pm, l’on Genovese risponde che per prelevare il denaro detenuto in Svizzera si recava fuori Italia, dava indicazioni sugli importi di cui necessitava, e poi riceveva somme in contanti (nell’ordine di centinaia di migliaia di euro), direttamente in Italia attraverso gli ‘spalloni’.

Genovese spiega al pm Ardita che i soldi non venivano prelevati direttamente all’estero, ma che li portavano direttamente in Italia. Dove? “Che io mi ricordi qualche volta all’Hotel Manaus 8”. “O all’Hotel dei Verdi”.

Ma chi portava queste somme? “Non li conoscevo, sono soggetti diversi”, risponde Genovese. “Ma come si presentavano? Dando una sorta di parola di tipo convenzionale?”, ribattono i magistrati. “In linea di massima si avvicinava, io ero li che passeggiavo, si avvicinavano e mi chiedevano, mi chiedevano, e poi mi davano comunicazione”. “Una parola convenzionale?” ribadisce Ardita, “si” risponde Genovese.

‘Con riferimento alla successiva destinazione del denaro – continua il gip Mastroeni – le circostanze riferite da Genovese non apparivano credibili, poiché asseriva di avere speso tutti il denaro prelevato per contanti per esigenze familiari’.

PM Ardita: Se ci da’ solo una indicazione di massima per capire in quali attività la maggior parte di questi soldi sono stati spesi, in  quale settore sono stati spesi?

Genovese: Esigenze familiari e personali, esigenze familiari di mia moglie, dei miei figli, di mio padre, ristoranti, matrimoni, regali…Io devo dire che conducevo una vita abbastanza…., con relazioni molto (elevate). Credo di avere ricevuto annualmente, almeno cinquanta inviti l’anno di matrimonio, comprese…escluse le partecipazioni. Facendo politica ovviamente (…) il regalo anche in partecipazioni. Pranzi e cene che costantemente…sicuramente quattro giorni la settimana nel ristorante, e non in ristoranti, ovviamente, dove il costo era basso. Poi vestiti, ovviamente, sia per me sia per la mia famiglia e sia per tutti. Fra regali, gioielli, regali a mia moglie eee, per dire mobili antichi, quadri, dico, potrei stare qui all’infinito, dico, se mi dare il tempo scrivo pure, cioè non è questo lo chema di riferimento. Oltretutto, vi erano esigenze familiari personali, mio padre (…), in alcuni casi mio padre, mia sorella. Affrontavo pure le spese del… e poi della famiglia che, in maniera abbastanza evidente e parecchio (…). Sono in grado di continuare se lei…?

Pm Ardita: No no, va bene. Diciamo è una quantità di denaro molto ingente con le norma che stabiliscono anche un tetto, un pagamento.

Genovese: Ma lo rispettavo, se no non credo che potesse accettare il pagamento colui che lo riceveva.

Ardita: otto milioni di euro sono tanti per una giustificazione di spese personali, anche se lei ha una vita molto dispendiosa.

Genovese: Che siano tanti sono consapevole, ma che li abbia spesi così è…

Genovese: E’ un dato oggettivo, però è anche un dato per cui io conducevo una vita abbastanza dispendiosa e anche abbastanza generoso nei confronti degli altri, tenuto conto anche del mestiere che facevo e tenuto conto del fatto che dai miei conti correnti non prelevavo.

Un’ammissione che il gip, Salvatore Mastroeni che ha firmato l’ordinanza di sequestro per la famiglia Genovese, definisce “inquietante” e che “prospetta uno scenario di gravità inaudita”.

 

Luigi Genovese non rispose al pm. “Io estraneo, piena fiducia nei magistrati”.

“Luigi Genovese, Rosalia Genovese e Marco Lampuri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Abbiamo bisogno di capire più approfonditamente quali sono gli elementi di accusa e lo faremo nei prossimi giorni”. A parlare alla stampa fu uno dei legali degli indagati, Nino Favazzo, al termine dell’interrogatorio, fatto dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, nell’ambito dell’inchiesta della guardia di finanza che portò al sequestro di diversi milioni di euro alla famiglia del deputato nazionale di Fi Francantonio Genovese. “Colpisce la tempistica del provvedimento – dice il penalista – che, in relazione ad una notizia di reato risalente a circa tre anni addietro viene, forse richiesto, ma certamente emesso dopo che la dottoressa Chiara Schirò ha definitivamente regolarizzato, attraverso lo strumento della ‘voluntary disclosurè, la propria posizione con lo Stato italiano versando quanto dovuto a titolo di imposta sanzioni ed interessi ed all’indomani della recente tornata elettorale, in cui Luigi Genovese è stato eletto alla Assemblea Regionale Siciliana, registrando un significativo consenso”.

“Non sono stati certo giorni semplici quest’ultimi – scrisse, subito dopo l’interrogatorio, in una nota il deputato regionale di Fi Luigi Genovese riferendosi all’inchiesta sul riciclaggio in cui è indagato insieme ai genitori e alcuni familari -. Ho letto più volte le 179 pagine che mi sono state consegnate la mattina del 23 novembre; pagine che mi vedono al centro di un’indagine preliminare che è arrivata in un momento fondamentale della mia vita, a poco più di due settimane dall’esito del voto che mi ha consegnato l’onere e l’onore di dover rappresentare la mia città e la mia provincia all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana”.

“Sul procedimento in corso – proseguì – mi preme solo ribadire quanto già dichiarato a caldo: nutro profondo rispetto nei confronti della magistratura. Un rispetto non di circostanza o retorico, ma granitico e sincero, di chi fa della giustizia un caposaldo della propria vita. Dalla lettura di quel provvedimento ho maturato la piena consapevolezza della mia assoluta estraneità rispetto all’interpretazione data alle vicende”.

”Da studente – aggiunse – prossimo al conseguimento di una laurea in Giurisprudenza, però, avverto la necessità di sottolineare con forza che ogni parola ha un senso e che l’utilizzo delle parole non è mai banale, soprattutto quando si affrontano articolati temi giuridici. Perché c’è una differenza netta tra un indagato ed un imputato, o tra un imputato e un condannato, o tra una sentenza di primo grado e una condanna definitiva. Eppure, nel tritacarne mediatico, spesso intriso di moralismo, le parole vengono impropriamente utilizzate come fossero sinonimi. Puntualmente, la gogna riprende forza e vigore, il più delle volte senza considerare il peso specifico delle diverse fasi in cui si articola un procedimento in corso”.

 

IL TRIBUNALE DEL RIESAME

Aveva retto davanti al tribunale del Riesame di Messina (presidente Antonio Genovese, Alessia Smedile e Giuseppe Miraglia) l’inchiesta della Procura su una maxi elusione fiscale a carico del deputato nazionale di FI Francantonio Genovese e di alcuni suoi familiari come il figlio Luigi, neo eletto all’Ars, a cui i pm sequestrarono beni per circa 100milioni di euro (il valore delle due società). L’indagine è stata coordinata dal procuratore Maurizio De Lucia. I giudici hanno confermato il sequestro stabilendo la restituzione solo dei beni della moglie di Genovese, circa 2 milioni, in quanto è caduta nei suoi confronti l’ipotesi di riciclaggio. L’accusa sarebbe venuta meno, per il collegio, a causa della voluntary disclosure.

Ecco il dispositivo di ordinanza pronunciato dal Tribunale del Riesame

Dichiara inammissibili le richieste di riesame proposte nell’interesse di L & A Group s.r.l. e di Ge.Pa. s.r.l. che condanna al pagamento delle spese del presente procedimento.

In parziale accoglimento delle richieste di riesame nell’interesse di Francantonio Genovese, Chiara Schirò, Elena Schirò, Rosalia Genovese, Luigi Genovese, Marco Lampuri così provvede:

  • annulla il provvedimento impugnato in relazione ai capi 2), a), c), c1), d), e), f), h), 11), 13);
  • individua in relazione ai restanti reati rispettivamente ascritti ai ricorrenti l’importo complessivo suscettibile di sequestro diretto o per equivalente in euro 4.372.000 e, per l’effetto, riduce il sequestro nei confronti di Francantonio Genovese fino alla concorrenza di tale importo, nei confronti di Chiara Schirò fino alla concorrenza di euro 1.357.500, nei confronti di Luigi Genovese fino alla concorrenza di euro 1.942,500;
  • conferma il sequestro disposto nei confronti di Rosalia Genovese, Elena Schirò e Marco Lampuri in relazione ai reati loro rispettivamente ascritti ai sensi dell’art. 11 D.L.vo n. 74/2000 fino alla concorrenza degli importi indicati nel decreto impugnato;
  • conferma il sequestro dei beni immobili ai capi g), i), l), per quest’ultimo capo fino al valore di euro 953.343,75, delle quote societarie nella L&G Group s.r.l. del ricorrente Luigi Genovese con relativo compendio aziendale, delle partecipazioni societarie della Ge.Pa. s.r.l. in capo a Luigi Genovese;
  • dispone la restituzione dell’eccedenza eventualmente sequestrata rispetto agli importi sopra indicati per ciascuno dei ricorrenti e sull’importo massimo sequestrabile.

@stampalibera.it

 

“La notizia relativa alla decisione del Tribunale del Riesame di Messina in merito al sequestro Genovese, richiede alcune doverose precisazioni. Posto che non si è mai trattato di un sequestro di ‘circa 100 milioni di euro’, la misura cautelare è stata emessa fino alla concorrenza di poco più di venti milioni di euro, non risponde al vero che i giudici della Libertà hanno confermato il sequestro stabilendo la restituzione solo dei beni della moglie di Genovese, circa 2 milioni, in quanto è caduta nei suoi confronti l’ipotesi di riciclaggio”, prosegue il legale. “Il Tribunale, invero, ha così provveduto – aggiunge – ‘annulla il provvedimento impugnato in relazione ai capi 2), a), c), c1), d), e), f), h), l1), l3); individua in relazione ai restanti reati rispettivamente ascritti ai ricorrenti l’importo complessivo suscettibile di sequestro diretto o per equivalente in euro 4.372.000′”. “Il decreto di sequestro – ripete – è stato annullato per tutte le ipotesi di riciclaggio e reimpiego contestate a tutti gli indagati, ritenendo la insussistenza dei fatti”. I giudici messinesi comunque nel dispositivo di due pagine confermano “il sequestro disposto nei confronti di genovese Rosalia, Schirò Elena e Lampuri Marco in relazione ai reati loro ascritti fino alla concorrenza degli importi indicati nel decreto impugnato, confermano il sequestro dei beni immobili…delle quote societarie nella L&G Group srl del ricorrente Genovese Luigi con relativo compendio aziendale, delle partecipazioni societarie della Ge.Pa srl in capo a Genovese Luigi”.