MESSINA: PROCESSO D’APPELLO ‘CORSI D’ORO 1’, A FINE MESE LA SENTENZA

11 settembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

Si avvia verso la conclusione il processo d’appello dell’operazione “Corsi d’oro 1” sulla gestione dei fondi destinati agli enti di formazione professionale. Nell’ultima udienza sono proseguiti gli interventi dei difensori dei principali imputati, quindi il processo è stato rinviato per eventuali repliche e la sentenza al 24 settembre.

In appello, davanti alla sezione penale presieduta dal giudice Franco Tripodi, sono coinvolti 18 imputati, 13 persone fisiche e cinque persone giuridiche, gli enti di formazione, più ben 18 parti civili, di cui 16 privati cittadini.

Il sostituto procuratore generale Adriana Costabile, condividendo l’appello della Procura, aveva chiesto per tutti gli imputati, l’aggravamento della pena.

In concreto il sostituto Pg ha chiesto alla Corte d’appello dieci richieste di condanna, anche per i due imputati assolti in primo grado, e tre conferme di pena.

Ecco il dettaglio delle richieste: 10 anni e 8 mesi per Elio Sauta, 7 anni e 3 mesi per Graziella Feliciotto, 4 anni e 11 mesi per Chiara Schirò, 2 anni e 8 mesi per Concetta Cannavò, 3 anni e 11 mesi per Natale Lo Presti, 4 anni e 4 mesi per Nicola Bartolone, 3 anni per Melino Capone, 7 mesi per Daniela D’Urso, un anno per Natale Capone e Giuseppe Caliri, che in primo grado erano stati totalmente assolti.

La PG ha poi chiesto la conferma del resto del verdetto, quindi dei 6 mesi decisi per Carlo Isaia, 1 anno e 8 mesi a Salvatore Giuffè, 3 mesi a Daniela Pugliares.

Chiesta la conferma anche delle condanne per le società imputate, ovvero l’Ancol, Pianeta Verde, Centro Servizi 2000, Sicilia Service ed Elfi Immobiliare.

La procura aveva appellato nei mesi scorsi la sentenza di primo grado che si è avuta nel marzo del 2017, poiché a giudizio dei magistrati che hanno retto l’accusa la sentenza non avrebbe tenuto conto  di quanto è accaduto nel corso del processo. ‘Il reato di peculato è sussistente e si devono riconsiderare le pene inflitte adeguandole’. L’atto è stato siglato a suo tempo dal procuratore capo De Lucia, dall’aggiunto Ardita e dai sostituti Monaco e Carchietti.

LA PROCURA HA APPELLATO LA SENTENZA. ECCO PERCHE’

Una sentenza che non ha tenuto conto di quanto è accaduto nel corso del processo. Il reato di peculato che a differenza di quanto è stato scritto nelle motivazioni depositate a giugno è invece sussistente, e deve far riconsiderare le pene inflitte, adeguandole.
Ecco i due punti-chiave dell’appello presentato dalla Procura contro la sentenza di primo grado del processo “Corsi d’oro 1”, registrata nel marzo scorso, ovvero la prima tranche del maxiprocedimento sulla formazione professionale.
Un atto che è siglato dal procuratore capo Maurizio De Lucia, dall’aggiunto Sebastiano Ardita e dai sostituti Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti.
I motivi tecnicamente scanditi dai magistrati dell’accusa nel loro atto sono, ovviamente secondo la loro valutazione, essenzialmente due: una “Erronea valutazione dei fatti, con richiamo ai precedenti del giudizio cautelare ed omessa valutazione degli esiti del dibattimento”, e una presupposta “Erronea applicazione della legge penale” sul fondamento del peculato e le sue caratteristiche distintive rispetto alla truffa, con “l’errore in fatto” che avrebbe commesso il tribunale che si “riverbera sulla applicazione della legge penale”. I magistrati scrivono per esempio che “…il Tribunale ha deciso riportandosi a quelle decisioni provvisorie (quelle adottate dal Riesame in sede cautelare nella dicotomia tra peculato, considerato non sussistente, e truffa aggravata, il ‘nuovo’ reato riqualificato, n.d.r.): come se mai si fosse celebrato il dibattimento nel quale invece i momenti ed i presupposti giuridico di acquisizione del denaro pubblico sono stati con evidenza chiariti con testimonianze e documenti”. Secondo la Procura cioè il peculato si è verificato non nella prima fase della vicenda-formazione, quando si doveva solo genericamente spiegare alla Regione – semplifichiamo – il perché della richiesta di finanziamento senza alcuna pezza d’appoggio, ma invece nel secondo step: “…sarebbe stato sufficiente – scrivono i magistrati della procura – prendere visione della circolare-vademecum per comprendere che sulla base del progetto approvato non era necessario ai fini dell’ottenimento degli anticipi (almeno per il primo acconto del 50%) nessun contratto o altra pezza giustificativa di spesa”. Ci sarebbe stato per la Procura, ad esempio, anche un caso concreto che enuclea la vicenda: “…è stato sottoposto all’attenzione del collegio almeno un caso di distrazione e successiva appropriazione di denaro che non sarebbe stato in nessun caso suscettibile di essere compendiato nella truffa. Si tratta dell’acquisto dell’immobile di via Pascoli avvenuto utilizzando il denaro della formazione, e per il quale come si è avuto modo di vedere e contattare – sulla base dell’interrogatorio dell’imputato Sauta – non si è poi provveduto (né si poteva provvedere) a rendicontare con fattura il costo. Ciò per la semplice ragione che non era prevista la possibilità per gli enti di acquistare immobili. Tale operazione dunque non sarebbe stata neanche astrattamente sussumibile all’interno della ripartizione dei budget di spesa indicati in progetto”. Sempre sulla sussistenza del peculato in questa vicenda, i magistrati dell’accusa scrivono nell’atto di appello che “…la condotta fraudolenta è, dunque, successiva ed arriva alla fine del progetto e dopo che si siano spesi i fondi: essa consiste nella predisposizione di documenti per operazioni parzialmente inesistenti, nella costituzione o nell’impiego di società ed aziende di comodo e nella interposizione fittizia dei rapporti: tutte condotte non volte a conseguire l’approvazione del progetto e l’erogazione del finanziamento, bensì ad occultare l’appropriazione del denaro di cui l’ente aveva già conseguito la disponibilità, a fornire un’apparente giustificazione contabile alla già operata illecita distrazione”. Concludendo, secondo la Procura, nella sentenza di primo grado “…il tribunale pertanto, ricostruendo erroneamente l’iter di approvazione del progetto e della successiva legittima erogazione del denaro pubblico ha proceduto ad una erronea applicazione della legge penale. I fatti compendiati nelle imputazioni oggetto di gravame pertanto devono reputarsi ascrivibili alla ipotesi delittuosa del peculato – e non solo della truffa aggravata – e deve conseguentemente elevarsi la pena adeguandola alla più grave qualificazione della condotta nei margini dei più ampi limiti edittali previsti dall’art. 314 c.p.”.

 

LA SENTENZA DEL 30 MARZO 2017

Si chiuse con undici condanne e due assoluzioni il primo grado del processo Corso D’Oro 1, il filone principale di indagine sulla gestione del pianeta formazione a Messina. La seconda sezione penale del tribunale è stata presieduta dal giudice Rosa Calabrò (nella foto).

Condannato a sette anni e sei mesi Elio Sauta, tre anni e sei mesi per la moglie Graziella Feliciotto, due anni e due mesi per Chiara Schirò, moglie dell’onorevole Francantonio Genovese, un anno a Concetta Cannavò, un anno e cinque mesi a Natale Lo Presti, un anno e quattro mesi a Nicola Bartolone, sei mesi a Carlo Isaja, due anni per Carmelo Capone, un anno e otto mesi a Salvatore Giuffrè, quattro mesi a Daniela D’Urso, moglie del’ex sindaco Buzzanca, tre mesi infine a Daniela Pugliares.

Due le assoluzioni: Natale Capone, fratello di Carmelo, ex assessore, per associazione a delinquere. Ha ottenuto la prescrizione per il reato di truffa. Giuseppe Caliri assolto dall’accusa di associazione a delinquere e anche per lui arriva la prescrizione per truffa. Disposta per Elio Sauta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per tre anni. Cinque anni di interdizione a Graziella Feliciotto. Incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione: Chiara Schirò, Natale Lo Presti e Salvatore Giuffrè. Interdetti dai pubblici uffici per la durata delle rispettive pene, Concetta Cannavò, Nicola Bartolone e Carmelo Capone. Interdetti per un anno dai pubblici uffici, invece, Carlo Isaja e Daniela D’Urso. Disposta la sospensione della pena per le condanne sotto i due anni.

L’INCHIESTA

Lo scandalo sul sistema formazione scoppia a Messina con gli arresti del 17 luglio 2013. In manette anche le mogli degli ex primi cittadini messinesi, Genovese e Buzzanca insieme al consigliere comunale Elio Sauta e l’ex assessore comunale Melino Capone. Secondo la procura gli indagati avrebbero simulato prestazioni, gonfiato spese di affitti, noleggiato attrezzature e pulizia dei locali adibiti ad aule per i corsi di formazione, per ottenere finanziamentimaggiori di quelli in realtà dovuti.