LA STORIA: “QUELLA VOLTA CHE STEFANO CUCCHI SCOPPIO’ A PIANGERE IN ASCENSORE…”. LA TESTIMONIANZA DELLA VICINA DI CASA ‘MESSINESE’ CHE HA VISTO CRESCERE IL GIOVANE VITTIMA DI OMICIDIO DI STATO

20 settembre 2018 Culture

DI ENRICO DI GIACOMO – Quella di Stefano Cucchi – per citare Fabrizio De Andrè che scrisse una straziante canzone dedicata alla tragica morte di Pier Paolo Pasolini – ‘è una storia da dimenticare, e’ una storia da non raccontare, e’ una storia un po’ complicata, e’ una storia sbagliata…è una storia di periferia, e’ una storia sconclusionata, e’ una storia mica male insabbiata, e’ una storia sbagliata. É una storia da carabinieri…’. E’ soprattutto una storia di tradimenti. E ad essere tradito è stato lo stesso Stefano, e sono stati la verità, la fiducia che poneva Stefano nelle istituzioni dalla gambe troppo corte, il suo dolore, il suo sacrificio.

Non capitava da anni in Italia che un film diventasse un fenomeno sociale: sta succedendo con Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, che ricostruisce gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi (interpretato da uno straordinario Alessandro Borghi), che vanno dall’arresto di Cucchi alla sua morte. Il 31enne romano venne arrestato il 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, a Roma, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportarono in caserma con loro e lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l’arresto, fissando una nuova udienza. Era solo l’inizio di quelli che sarebbero stati quasi dieci anni di inferno. Una cicatrice. Nove anni non sono bastati per conoscere la verità sulla morte del fratello Stefano, per la quale sono imputati cinque carabinieri, tre per il pestaggio, due per calunnia.

Il sostegno al film Sulla mia pelle sta diventando virale e ha trovato sui social network la vetrina ideale, con migliaia di tweet e commenti. Hanno partecipato anche protagonisti dello spettacolo e della società civile, da Jovanotti (“Bellissimo film. La vicenda di #stefanocucchi fa ancora male, questo film però fa bene a tutti”) a Pietro Grasso, secondo il quale, vedendo Sulla mia pelle “È stato quasi come sentirla addosso l’agonia di quel ragazzo che è morto mentre era in custodia cautelare – ha scritto su facebook -. Molte cose, come tutti, le avevo lette sui giornali; altre me le aveva raccontate tra rabbia e dolore Ilaria, quando ci incontrammo in Senato quattro anni fa. Ricordo bene le sue parole, la sua sete di giustizia e di verità”.

A Messina vive una donna che ha conosciuto bene Stefano. La signora Annabella Bocale è nata a Roma, dove lavorava come impiegata e poi, come spesso succede nella vita, per amore ha lasciato il mestiere e si è trasferita a Messina. Ha conosciuto la madre di Stefano, Rita Calore, che era giovanissima. “Abitavo in quel palazzo, a Tor Pignattara, dal 1962. Siamo cresciute assieme, noi al sesto piano e loro al primo, come due amiche e anche vicine di casa abbiamo condiviso gli anni della adolescenza e poi della maturità. Il matrimonio ci separò per qualche anno. Fino a quando Rita, la signora Cucchi, non è tornata a vivere da sposata la sua casa d’origine. Dove sono cresciuti Stefano e Ilaria. Io tornavo nel frattempo sempre a far visita a mia madre. Ad Ilaria e Stefano li ho visti crescere. Ci siamo sempre frequentati. Quante chiacchiere nell’androne del palazzo… Quella di Cucchi è una famiglia come tante, normalissima, una famiglia di persone oneste e di lavoratori (il padre Giovanni è ragioniere)”.

“Stefano non era un delinquente – dice con forza la signora Annabella -, era un bravo ragazzo anche molto sensibile, dolcissimo. Ricordo un episodio che mi toccò molto. Una volta entrando in ascensore, eravamo soltanto io e lui, gli chiesi come mai fosse mancato per così tanto tempo (Stefano si assentò per un lungo periodo perché decise di entrare in Comunità di recupero). Lui mi guardò negli occhi e scoppiò a piangere. Gli chiesi, ma perché piangi? Lui abbassò lo sguardo, rimase in silenzio e andò via”. Stefano in passato ebbe problemi di tossicodipendenza. Nel 2004 decise di entrare in comunità di recupero in maniera autonoma. Sembrava si stesse riprendendo. Ma a fine 2007 ebbe una terribile ricaduta.

“Stefano era un ragazzo buono, educato; pensi che quando arrivavo con la spesa e capitava di incontralo lui veniva a prendermi dalle mani le buste della spesa per aiutarmi. Sembrava un fanciullone, fine in volto”, aggiunge fissando la foto del ragazzo sul computer di casa.

“Tor Pignattara era un quartiere periferico ma allo stesso tempo vicino al centro. Un quartiere tranquillo all’epoca, lavoravamo tutti; poi col tempo si è un pò degradato” aggiunge la signora Annabella.

Un territorio che ha sempre agito come un laboratorio, politico e sociale, anche nei suoi estremi degli anni Settanta, quando ci fu un forte inasprimento della contestazione, in un clima difficilissimo.

Tor Pignattara è un quartiere che ha vissuto mille vite, superando anche lo sfaldamento degli anni Novanta, quando tanti abitanti preferirono andare via per lasciare il posto agli immigrati o agli studenti. Nel 2007 però la crisi economica ha colpito tutti, e molti sono tornati a vivere qui in quelle che erano le case dei nonni. Da allora, Tor Pignattara è ripartita ancora, tagliando nel 2017 il traguardo dei novanta anni di storia. Tutto il quartiere si è stretto attorno alla famiglia fin dai primi giorni della tragedia.

“Quando scoppiò il caso Cucchi, mi trovavo a Messina e rimasi sconvolta. Nella foto che la famiglia ha deciso di pubblicare (quella del cadavere con volto tumefatto) Stefano era irriconoscibile”.

“Stefano fosse stato un delinquente si sarebbe salvato”. Ne è certa la signora Annabella che aggiunge, “ha pagato l’essere stato un bravo ragazzo. La famiglia non lo lasciò mai, neanche in quei giorni dell’arresto. Tentarono in tutti i modi di contattare il ragazzo, ma furono sempre respinti. Non è vero quello che è stato detto che in quei giorni fu abbandonato. La gente sa solo mormorare…”. In questi giorni la signora Bocale e il marito Giovanni si trovano ancora una volta a Roma. Per incontrare amici e parenti. E per poter riabbracciare Rita, Giovanni e Ilaria.

“Ho incontrato tante altre volte sia Rita che Ilaria (che tra l’altro amministra il nostro condominio). Li ho sempre spinti a continuare a combattere, a non fermarsi. ‘Fatevi sentire!’, gli ho detto. Ilaria è sempre stata una ragazza dinamica, forte e coraggiosa, e si esprime bene. Quando la incontro le dico, ‘sei la più bella amministratrice d’Italia’”. Ilaria Cucchi fin da Venezia ha accompagnato e continua ad accompagnare Sulla mia pelle, in molte proiezioni nei cinema di tutta Italia, per parlarne con il pubblico: “È un film che mi restituisce, che ci restituisce mio fratello, morto di indifferenza – ha detto qualche giorno fa in una intervista. Con l’associazione che ha fondato, la Stefano Cucchi – Onlus, aveva da subito lanciato l’iniziativa #StefanoCucchiinognicittà per proiezioni autorizzate anche al di fuori del circuito cinema, a partire dal 12 ottobre (un mese dopo l’uscita su Netflix e in sala): le richieste sono già un centinaio.

“Siamo sempre stati convinti che l’aggressione fosse avvenuta quella maledetta prima notte. A casa Cucchi Stefano è ancora vivo. La sua presenza si sente ancora, come se fosse ancora a casa”. Un ricordo importante che si sente sempre e che spesso si fa tristezza, quella che ‘ti frega e ti prende le gambe’. Rita e Giovanni vorrebbero fermare il tempo a prima di quel maledetto 15 ottobre. Ma non si può. E allora bisogna andare avanti con tutta la forza che rimane. Non arrendersi. Il film appena uscito ha dato un grande contributo in questo senso.

Grazie al lavoro straordinario fatto in questi anni di battaglie legali dalla famiglia insieme all’avvocato Fabio Anselmo si è riusciti a ricostruire ciò che Stefano subì in quei giorni, dai soprusi ai pestaggi. E il film, grazie alla magnifica interpretazione di Borghi, fa immaginare anche lo stato d’animo di Stefano in quella maledetta settimana di passione che lo ha portato al sacrificio.

“Andrò a vedere il film – conclude Annabella -. So che non sarà facile. Ma so che è un dovere sostenere questa causa e questo film in particolare che è una testimonianza di resistenza civile contro il muro di gomma che si è voluto alzare intorno alla vicenda”.