I verbali inediti – Mafia di Barcellona, così il pentito Micale racconta gli omicidi in cui è stato coinvolto

29 settembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

Di Nuccio Anselmo – Tredici omicidi di mafia raccontati da uno che ha lavorato per Cosa nostra barcellonese, s’è sporcato le mani di proiettili e sangue, ha nascosto cadaveri, scavato fosse dell’ultima volta. E una lunga scia di “omissis” che fanno presagire molti altri racconti, ancora coperti dal velo del segreto e delle indagini. Il nuovo pentito barcellonese Aurelio Micale ha soltanto quarant’anni. E appena s’è seduto davanti ai magistrati della Dda di Messina e ai carabinieri del Ros, questa estate, tra luglio e settembre, nel corso di una lunga serie di incontri che ancora continuano, ha pensato subito a sua figlia: «… i motivi che mi hanno indotto a collaborare con la Giustizia per dare alla mia famiglia un futuro migliore in particolare a mia figlia che ha nove anni e nessuno mi ha aiutato per l’esigenze di mia figlia». E poi ha cominciato a raccontare. Tutto quello che sapeva di vent’anni di mafia alle spalle, a Barcellona e dintorni.

L’affiliazione nel 1994

«Ammetto di avere fatto parte dell’associazione mafiosa dei barcellonesi – ha esordito il neo pentito -, nella quale ho fatto ingresso più o meno tra il 1994/1995. All’epoca ero molto vicino a D’Amico Francesco con il quale commettevamo piccoli reati; ad un certo punto Carmelo D’Amico fece entrare nell’associazione il fratello Francesco e Calderone Antonino detto “Caiella” soprannome familiare procurò il mio ingresso nell’associazione nell’interesse della quale ho commesso plurimi reati percependo compensi originariamente corrisposte soprattutto in occasione delle feste così dette ricordanti. Nell’associazione ho avuto rapporti molto stretti tra gli altri con D’Amico Carmelo e Chiofalo Domenico detto “marocchino” o “u niru” per via della carnagione.

Le tre “anime” della famiglia

«Per quanto riguarda in linea generale l’associazione mafiosa posso dire che più o meno all’epoca del così detto triplice omicidio, anni 92/93, i capi dell’associazione erano Sem Di Salvo, Giovanni Rao, Pippo Gullotta, Eugenio Barresi, Filippo Barresi; si tratta del gruppo così detto dei vecchi che decideva qualsiasi cosa d’importante per l’associazione. Carmelo D’Amico per un certo periodo fu sotto ordinato rispetto a questi poi iniziò a lamentarsi perché non percepiva le somme che riteneva di meritare, quindi si pose a capo di un suo gruppo. Preciso comunque che l’associazione restò sempre unica e ripartita quindi in tre gruppi Mazzarrà, Barcellona P.G. e il gruppo dei vecchi rappresentato da Rao Giovanni. Da libero ho fatto sempre parte dell’associazione; in carcere l’associazione non si è curata di mantenermi, posso dire soltanto che quando mi lamentai col Chiofalo Salvatore questi mi disse che aveva fatto pervenire 500 euro alla mia famiglia che non so da dove provenissero».

Gli omicidi

Il pentito ha raccontato di aver preso parte direttamente a otto omicidi, e ha riferito quanto appreso per altri cinque. Ma questa è solo la prima tranche di dichiarazioni verbalizzate che è stata depositata dai magistrati della Dda peloritana agli atti dell’operazione antimafia “Gotha 6” ieri mattina, un processo che vede già il dibattimento in corso da parecchio tempo in corte d’assise. Sicuramente c’è molto altro.

Micale ha dichiarato: «… sono stato coinvolto personalmente in questi omicidi: Tramontana Mimmo, avvenuto nel 2001; Isgrò Giovanni detto “Maionese” avvenuto credo nel 2013; Sboto Antonino avvenuto credo nel 1999; Catalfamo Giovanni non ricordo l’epoca dell’omicidio ma avvenuto sicuramente subito dopo l’omicidio di Mario Milici; Ficarra Fortunato detto “Natittu”, aveva una Vespa 50 e abitava a Santa Lucia del Mela non ricordo l’epoca; Mazzù Nunziato avvenuto prima dell’arresto del D’Amico Carmelo del gennaio 1999 per l’operazione “Pozzo”; De Pasquale detto “u picuraru” avvenuto poco prima dell’arresto di D’Amico Carmelo e Calderone Antonino per l’operazione “Pozzo”». Poi Micale ha raccontato di altre esecuzioni per aver appreso da altri i particolari: «Da Campo di nome credo Salvatore, fu ucciso da Siracusa Nunziato e Calderone Antonino, perché sospettato di avere fatto una soffiata alle Forze dell’Ordine sulla latitanza di Calderone Antonino relativa al triplice omicidio (si tratta della triplice esecuzione Geraci-Raimondi-Martino, n.d.r.); Milici Mario, fu ucciso da D’Amico Carmelo e Carmelo Giambò; sono ancora in grado di riferire sui seguenti fatti di sangue: omicidio Di Paola Giovanni; omicidio Iannello Felice; omicidio Mazza Carmelo; secondo attentato a Carmelo Giambò».

L’uccisione di Antonino Sboto

Un racconto agghiacciante. L’esempio di sangue e morte della mafia che non perdona chi da ragazzino estraneo ai grandi giri “sgarra” e ruba dove non dovrebbe. A casa di un mafioso. Ad Antonino Sboto dopo averlo ammazzato, in una sorta di canyon lungo un torrente sperduto, il 3 maggio del 1999, gli mozzarono orrendamente le mani. Ecco il racconto che Micale ha fatto a magistrati e investigatori.

I motivi. «Sboto Antonino non era un associato, fu ucciso perché era dedito a furti non tollerati dall’associazione mafiosa. Sboto, in particolare, era sospettato di avere fatto un furto nell’abitazione della sorella di Salvatore Micale, Graziella; Sboto faceva, tra l’altro, anche scippi a vecchiette. L’iniziativa di eliminare Sboto fu presa da Salvatore Micale, detto “Calcaterra”, il quale non tollerava l’affronto subito con il furto a casa della sorella. “Calcaterra”, quindi, si confrontò con Carmelo D’Amico e questi, ritengo come accaduto in casi simili, si confrontò a sua volta con Sam Di Salvo detto “Rosalia”, anzi specifico meglio che fu lo stesso Carmelo D’Amico a darmi conferma del fatto che l’omicidio era stato autorizzato da Sam Di Salvo. Questa circostanza fu da me appresa nel corso di un incontro in cui Carmelo D’Amico disse a me e a Calderone Antonino che bisognava fare quest’omicidio e che, per farlo, era stato autorizzato da Sam Di Salvo. Sempre in quell’occasione, si decise che lo Sboto sarebbe stato attirato in un tranello da parte di Micale Salvatore. A distanza di qualche giorno da quest’incontro, Calderone Antonino mi disse di andare presso il negozio di Salvatore Micale, chiamato “La casa del canarino”, perché, quella stessa sera, lì si sarebbe recato anche Sboto Antonino. Io eseguii la disposizione del Calderone e lì, con Salvatore Micale, attendemmo Sboto. Quando questi arrivò, salimmo tutti e tre a bordo della Fiat 500 in uso a Micale Salvatore, condotta da questi con me seduto lato passeggero e Sboto Antonino sul sedile posteriore; ci recammo in contrada “Buddisco” dì Barcellona P.G.. Sboto era convinto che stavamo andando a fare un furto, circostanza questa che gli era stata detta da Salvatore Micale e che avevamo commentato anche nel corso del tragitto a bordo della Fiat 500».

L’esecuzione. Micale poi su ordine di Carmelo D’Amico tornò al negozio “La casa del canarino”, prese in consegna il motorino di Sboto, e lo nascose sulla spiaggia di Calderà, poi ritornò con Salvatore Micale in contrada “Buddisco” «dove avevamo lasciato lo Sboto. Appena arrivato, vidi che lo Sboto aveva le mani legate con un laccio di nailon, del tipo di quelli usati per legare la paglia. Salimmo, quindi, a bordo di una Nissan Patrol, di proprietà di Perdichizzi Ottavio ma in quel momento in uso a Calderone Antonino, collocandoci in questo modo: Calderone Antonino alla guida, io seduto lato passeggero, Carmelo D’Amico e Sboto Antonino seduti dietro sul passa ruota, poiché in quel modello di autocarro non ci sono sedili posteriori. Ci recammo, quindi, in una zona di montagna in località “Buzzurro”, nei pressi di un piccolo ruscello, salendo per il torrente Idria, a distanza di un chilometro circa dalla stalla di Giuseppe Isaja». E il racconto agghiacciante prosegue: «Ci fermammo lungo la strada, in una zona in cui c’è una salita con una collinetta; ricordo che in quel posto c’era anche un muretto; quindi, uscimmo dalla macchina lasciando le luci accese poiché era buio; il motore dell’auto fu spento. lo rimasi nei pressi dell’autovettura mentre D’Amico Carmelo e Calderone Antonino si allontanarono con lo Sboto per circa 30 metri; a questo punto, fecero fermare la vittima nei pressi del muretto, Calderone Antonino lo fece inclinare in avanti e gli sparò un colpo di pistola cal. 7,65 corto alla nuca; la pistola si inceppò; Calderone Antonino riuscì a sbloccarla e, poco dopo, sparò un altro colpo sempre alla nuca dello Sboto, che si trovava già riverso sul muretto. Anche D’Amico Carmelo era armato con una pistola cal. 7,65, più lunga rispetto a quella utilizzata dal Calderone, ma non esplose alcun colpo».

Le mani mozzate. «A quel punto, Calderone mi disse di prendere dalla macchina i coltelli che aveva portato, avvolti in fogli di giornale. Ebbi così modo di verificare che erano due: uno più lungo, una specie di macete, e uno più corto, del tipo utilizzato per disossare. Calderone diede il coltello più lungo a D’Amico Carmelo, il quale iniziò a colpire una mano di Sboto per mozzarla ma non ci riuscì, tant’é che intervenne Calderone Antonino, più esperto in quanto macellaio, il quale, col coltello più piccolo, riuscì a staccare entrambe le mani al corpo dello Sboto, buttandole, successivamente, prima una e poi l’altra oltre il muretto. Anche il corpo di Sboto fu buttato oltre il muretto, dove c’era una specie di fossato con dei cespugli. Nel lanciarle, le mani mozzate finirono un po’ distanti dal corpo. Preciso che io vidi tutta la scena perché, come ho detto, i fari della macchina consentivano di avere luce sufficiente. A questo punto, andammo via con la stessa auto, da me condotta … lungo il tragitto, Calderone Antonino buttò i coltelli nel torrente Idria, a distanza di circa due chilometri, nei pressi del rione Panteini, lanciandoli dal finestrino».

Un racconto, per l’ennesima volta, agghiacciante.

 

Le esecuzioni di Cosa nostra

Gli omicidi di Cosa nostra barcellonese progettati a tavolino ed eseguiti senza alcuna pietà. E lui Aurelio Micale, il nuovo pentito, che era sempre di supporto, aspettava i killer dopo l’esecuzione o rubava le auto necessarie. C’è ancora tanto altro nei verbali che il collaboratore ha riempito in questi mesi davanti al procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e ai sostituti della Dda Fabrizio Monaco e Francesco Massara. Ecco alcuni passaggi su altre esecuzioni, di cui si sono occupati in questi mesi i magistrati e i carabinieri del Ros.

Tramontana voleva uccidere Bisognano

Mimmo Tramontana – ha raccontato Micale – era un associato di spessore, comandava nella zona di Terme Vigliatore ed era rispettato e temuto dagli altri associati. Fu ucciso perché, a sua volta, intendeva eliminare Carmelo Bisognano. Tra quest’ultimo e Tramontana vi erano, infatti, dei dissapori per questioni concernenti estorsioni. Tramontana, inoltre, sosteneva che Bisognano era un confidente delle Forze dell’Ordine anche a causa di una denuncia che aveva sporto. Bisognano, in quel periodo, era soggetto di spessore dell’associazione mafiosa, in particolare, aveva specifiche competenze in materia di appalti pubblici. Seppi da Calderone Antonino che Tramontana aveva provato ad uccidere Bisognano ma non vi era riuscito poiché era caduto con la moto. Tramontana intendeva uccidere Bisognano anche contro il volere dell’associazione mafiosa, che non ne avrebbe mai autorizzato l’eliminazione proprio per la sua importanza nel settore dell’aggiudicazione degli appalti pubblici… un giorno – prosegue Micale -, mentre mi trovavo intento ad effettuare delle opere murarie nella stalla di Calderone Antonino, questi mi disse che l’associazione mafiosa aveva deciso di eliminare Tramontana. Dopo la fase della progettazione Micale racconta che a bordo della Lancia Dedra rubata scelta per l’esecuzione c’era il gruppo di fuoco, che vide allontanarsi per l’appostamento finale: Calderone Antonino alla guida, D’Amico Carmelo seduto lato passeggero, Pietro Mazzagatti e Angelo Caliri nel sedile posteriore. I quattro – prosegue il pentito -, si recarono in una zona di Ponente, lungo il litorale compreso tra Milazzo e Barcellona, in un luogo in cui si appartavano le coppiette per non dare nell’occhio; costoro ritenevano prevedibile che il Tramontana sarebbe passato da quella strada per fare ritorno a Terme Vigliatore presso la sua abitazione… mentre io, Carmelo Mazza e Francesco D’Amico facemmo alcuni appostamenti a Milazzo; lì notammo Tramontana seduto ai tavoli del Bar Washington di Milazzo; in particolare, fu Francesco D’Amico a riferire tale circostanza al fratello Carmelo; anche io e Mazza Carmelo eravamo presenti… poi qualche giorno dopo – prosegue -, commentando con D’Amico Carmelo e Calderone Antonino l’omicidio di Tramontana, ebbi modo di apprendere alcuni dettagli sull’esecuzione. D’Amico Carmelo, in particolare, disse che si erano accostati con la Lancia Dedra all’Audi TT a bordo della quale si trovava il Tramontana, ed egli aveva sparato due colpi di fucile. A quel punto, l’Audi TT era andata a sbattere contro un muro ed aveva arrestato la marcia. D’Amico Carmelo era sceso dalla vettura ed aveva sparato al Tramontana con la pistola cal. 9X21; dalla macchina scesero pure Pietro Mazzagatti e Angelo Caliri. Sicuramente uno dei due sparò ma non ricordo chi. Calderone Antonino rimase alla guida dell’autovettura.

L’omicidio di Giovanni Catalfamo

Secondo quanto racconta Micale, che eseguì gli appostamenti preliminari su ordine di Carmelo D’Amico, la causale dell’omicidio è duplice: fu eliminato perché era dedito all’usura, attività non tollerata dall’associazione mafiosa; inoltre, faceva delle truffe, nel senso che acquistava merce e materiali da alcuni imprenditori senza pagare il corrispettivo in denaro; detti imprenditori erano protetti dall’associazione mafiosa, nel senso che pagavano il “pizzo”, e quindi si lamentavano del comportamento del Catalfamo. L’esecuzione andò diversamente da come era stata programmata: D’Amico Carmelo e Calderone Antonino – racconta Micale – non riuscirono a raggiungere l’auto a bordo della quale si trovava Catalfamo Giovanni, una Fiat 500 di colore verdina, in quanto arrivarono in leggero ritardo sul posto concordato inizialmente. La vittima raggiunse la propria abitazione e, attraverso il telecomando a distanza, riuscì ad aprire il cancello che delimitava l’ingresso del relativo condominio. D’Amico Carmelo e Calderone Antonino inseguirono l’auto del Catalfamo all’interno del complesso edilizio. D’Amico Carmelo, quindi, sparò diversi colpi che colpirono la vettura del Catalfamo, che andò a sbattere contro un muretto o una panchina. Il Catalfamo scese dal mezzo e D’Amico Carmelo lo finì a colpi di pistola. Forse la moto dei killer urtò contro l’auto del Catalfamo.

La morte di Nunziato Mazzù

Mazzù era un associato, era cognato di Sam Di Salvo nel senso che lui e Di Salvo avevano sposato le due sorelle di Salvatore Ofria e Domenico Ofria. Il Mazzù – racconta il pentito -, fu ucciso per diversi motivi: spacciava droga, si lamentava spesso con Carmelo D’Amico perché, a suo dire, non veniva mantenuto economicamente dall’associazione, inoltre, come ho detto, era imputato per alcuni omicidi e si temeva che potesse divenire collaboratore di giustizia nel caso di condanna. Queste motivazioni mi furono riferite sia da Calderone Antonino che da Carmelo D’Amico. La progettazione: … nel corso di quell’incontro, Calabrese Tindaro si mostrò d’accordo con Carmelo D’Amico; si stabilì che il Calabrese avrebbe procurato una macchina rubata da utilizzare per l’omicidio del Mazzù e che il gruppo di fuoco sarebbe stato composto da tre persone: Calabrese Tindaro, Chiofalo Domenico e un terzo soggetto, che sarebbe stato individuato dallo stesso Calabrese. Micale poi si appostò alla stazione ferroviaria di Barcellona, perché Mazzù non guidava e per fare rientro a Oliveri adoperava spesso il treno. L’esecuzione: fu Chiofalo Domenico a raccontarmi i dettagli di questo omicidio; in particolare, mi disse che avevano fatto parte del gruppo di fuoco, oltre a lui, anche Calabrese Tindaro e Trifirò Carmelo, detto “carabbedda”. Il Mazzù fu ucciso mentre scendeva dal lato passeggero di un’autovettura Citroen C3 cabrio di colore arancione, a bordo della quale si trovava anche una donna che era seduta sul sedile posteriore; alla guida vi era un altro soggetto di sesso maschile, che scappò a piedi al momento dell’agguato. Tindaro Calabrese – prosegue il pentito -, armato di fucile, e Chiofalo Domenico, armato di una pistola, credo una 38. Calabrese fece fuoco per primo ferendo Mazzù, il quale ebbe il tempo di esclamare “bastardi…bastardi”. Anche Chiofalo fece fuoco. Entrambi erano travisati, come credo anche il Trifirò, che rimase alla guida dell’autovettura. Per come mi disse lo stesso Chiofalo, l’agguato avvenne nei pressi della stazione ferroviaria di Oliveri, nelle cui vicinanze abitava il Mazzù.

La fine di Fortunato Ficarra “nanittu”

Le motivazioni di questa esecuzione sono agghiaccianti. Racconta Micale che: Ficarra “nanittu” era dedito all’abuso di alcool, abitava a Santa Lucia del Mela, nelle case popolari. Fu ucciso perché era solito ubriacarsi nei due bar di Mazzagatti Pietro Nicola, ubicati a breve distanza l’uno dall’altro a Santa Lucia del Mela; in buona sostanza, dava fastidio ai clienti. Fu Mazzagatti Pietro a chiedere a D’Amico Carmelo di eliminare il Ficarra, appunto perché dava fastidio nei suoi locali. Per il compimento dell’omicidio, D’Amico Carmelo chiese l’autorizzazione ai vertici dell’associazione mafiosa barcellonese, non so nella persona di chi, credo o Sam Di Salvo o Rao Giovanni. Sono certo che D’Amico Carmelo disse che l’omicidio era stato autorizzato; quindi, iniziammo a progettare l’uccisione del Ficarra. L’esecuzione: … in particolare, appresi che la moto utilizzata per l’omicidio era guidata da Calderone Antonino mentre D’Amico Carmelo si trovava nella parte posteriore del sedile. D’Amico Carmelo era entrato nel bar del Mazzagatti ed aveva fatto fuoco contro Ficarra, uccidendolo.

L’uccisione di Carmelo De Pasquale

De Pasquale – racconta Micale -, era organico alla associazione ed era vicino ai vecchi. Aveva rapporti stretti con Porcino Angelo, detto formaggino, e con Foti Carmelo Vito, di cui era cognato. Foti è soprannominato Corleone. De Pasquale, nonostante associato, faceva uso di stupefacente. Con Carmelo D’Amico, De Pasquale non aveva un buon rapporto. D’Amico rimproverava a De Pasquale di ubriacarsi e di fare uso di stupefacente. Chiofalo Domenico riferì a D’Amico Carmelo di avere visto, nel gennaio 2009, De Pasquale Carmelo vicino all’abitazione della compagna di D’Amico, tale Neri Lina; in quella circostanza, il De Pasquale era camuffato con degli occhiali ed un cappello, ed era insieme ad un altro soggetto, anche egli camuffato, che non era riuscito a riconoscere, ma che poteva essere o Alessandro dentino (il cognome dovrebbe essere Genovese) o Gitto Nino di Merì. I due erano a bordo di una Y 10 bianca… D’Amico Carmelo indisse una riunione alla quale prendemmo parte io, D’Amico Francesco, Munafò Franco, lo stesso Chiofalo Domenico e Calderone Antonino, il grande, anno 75… D’Amico disse di tenere gli occhi aperti in quanto De Pasquale poteva attentare alla nostra vita; ci disse anche che il De Pasquale doveva essere ucciso; nessuno dei presenti si oppose a questa decisione. L’esecuzione: … quindi, sull’auto rubata si disposero nel seguente modo: Giambò alla guida, D’Amico Carmelo accanto, Chiofalo Domenico e Calderone Antonino sui sedili posteriori. D’Amico Carmelo aveva un fucile calibro 12 a canne mozze e una pistola cal. 38 o una 357. Calderone Antonino aveva una 357. Domenico Chiofalo una 7,65. Una di queste armi la aveva portata sul posto Carmelo Giambò. A me e D’Amico Francesco fu dato il compito di recuperare i killer a Spinesante, in un posto ubicato proprio dietro casa di Giambò Carmelo. Io ero con una Ford Focus, mentre D’Amico Francesco era con una Fiat Punto.

(2. continua) – Rassegnaweb da Gazzetta del Sud