INGANNO’ I GENITORI DI DOMENICO PELLERITI: TRUFFA AGGRAVATA DA MOTIVI ABIETTI. 8 ANNI E 6 MESI A FRANCESCO SIMONE

23 ottobre 2018 Inchieste/Giudiziaria

di Leonardo Orlando – I giudici del Tribunale di Barcellona (presidente Antonino Orifici, componenti Francesco Alligo e Daniele Buzzanca) hanno condannato, riqualificando l’originaria accusa di estorsione in unica ipotesi di truffa aggravata dai motivi abietti e dal danno di rilevante entità, ad 8 anni e 6 mesi di reclusione e ad una multa di 2500 euro, il montalbanese Francesco Simone, 44 anni, meglio conosciuto come ‘Franco’, cantoniere dell’ex Provincia. L’uomo è stato infatti riconosciuto colpevole del reato di truffa aggravata nei confronti dei due anziani genitori di Domenico Pelleriti, vittima di ‘lupara bianca’, fatto scomparire il 23 luglio del 1993 dal gruppo mafioso dei ‘barcellonesi’ capeggiato allora dal boss Pippo Gullotti e da suo luogotenente Salvatore ‘Sem’ Di Salvo. Il pubblico ministero, Rita Barbieri, aveva chiesto 10 anni di reclusione. La procura, infatti nel chiedere il giudizio immediato, aveva reiterato la contestazione oltre che di truffa aggravata, anche di estorsione. Il Tribunale ha invece accolto la linea difensiva dell’avv. Giuseppe Tortora, nella parte in cui ha sempre sostenuto che le condotte ascritte al Simone non rientrassero in ipotesi di estorsione ma in una unica ipotesi di truffa aggravata. L’uomo che dovrà risarcire le vittime in separata sede, resta ancora in carcere. Rassegnaweb da gazzetta del sud

 

L’ARRESTO – 

Domenico Pelleriti era un giovane ladro d’auto di Montalbano Elicona ( piccolo centro del Messinese) e aveva solo 20 anni quando, nel 1993, scomparve. Una delle tante vittime della “lupara bianca” della feroce mafia di Barcellona Pozzo di Gotto come hanno rivelato, molti anni dopo, alcuni collaboratori di giustizia autoaccusatisi del delitto ordinato dai boss per punire uno sgarro.

Ma Domenico, il cui corpo, non è mai stato ritrovato, è stato creduto vivo per 25 anni dagli anziani genitori, due braccianti agricoli, vittime della crudeltà di un uomo che, per 15 anni, con cadenza quasi quotidiana ha estorto loro soldi dicendo loro che il figlio era vivo, in fuga dalla mafia, nascosto nel nord Italia e bisognoso di soldi per curarsi da una gravissima malattia.

Il più crudele dei ricatti che ha consentito a Francesco Simone, 44 anni, operaio della Provincia metropolitana di Messina di impossessarsi di ben 200mila euro riducendo sul lastrico gli anziani genitori del ladro d’auto ucciso.

Francesco Simone (che è il fratello di quella che nel ’93 era la giovanissima fidanzata di Pelleriti) è stato arrestato dai carabinieri del Comando provinciale di Messina in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto su richiesta del procuratore Emanuele Crescenti e della pm Rita Barbieri. Truffa aggravata l’accusa nei suoi confronti.

A tradirlo, dopo tanti anni, la sua ormai ex compagna che Simone, negli anni, aveva messo a parte dell’ignobile inganno ma che poi, dopo la fine del loro rapporto sentimentale, si è presentata ai carabinieri per denunciarlo. Simone, con estrema crudeltà, era arrivato anche a camuffare la voce telefonando agli anziani braccianti e spacciandosi per il figlio. Quando la coppia, dopo aver venduto la casa e i pochi altri oggetti di valore di proprietà, non riusciva più a far fronte alle continue richieste di denaro, Francesco Simone li minacciava e, per disperazione, i genitori di Pelleriti erano arrivati ad impossessarsi anche dei pochi risparmi della nipote, una ragazza figlia del giovane ladro vittima della lupara bianca.

A svelare la fine di Domenico Pelleriti è stata recentemente l’inchiesta Gotha VI dei carabinieri che hanno scoperto che il giovane era stato attirato in un tranello e punti per aver partecipato ad un furto ai danni di un commerciante che pagava il pizzo e che dunque avrebbe dovuto essere protetto dalla mafia. Per questo i boss avevano deciso di punirlo. Lo torturarono cercando di fargli confessare il furto, gli scavarono una fossa e lo uccisero con due colpi di pistola alla testa ma i suoi resti non sono mai stati trovati.

Nell’arco di soli 15 giorni, le indagini dei carabinieri, hanno documentato ben 11 consegne di denaro a Francesco Simone. Da 50 a 100 euro al giorno che l’operaio passava personalmente a prendere da casa dell’anziana coppia a cui, al culmine della crudeltà, aveva fatto credere che servissero quotidianamente a pagare i farmaci salvavita per il figlio affetto da una gravissima malattia.

IL CASO: LA TRUFFA NEI CONFRONTI DEI GENITORI DI DOMENICO PELLERITI GIA’ DENUNCIATA IN UN ARTICOLO DEL 2011 DAL GIORNALISTA LEONARDO ORLANDO.
“…A quanto pare da anni, personaggi che ancora non hanno un volto, avrebbero approfittato del dolore manifestato dagli anziani genitori dello scomparso per spillare soldi. Sembrerebbe infatti che la storia sia di dominio pubblico, anche se nessuno è mai intervenuto per spezzare la catena della speculazione. Persone ancora senza volto avrebbero fatto credere negli anni ai due anziani che il figlio è vivo, inducendoli a consegnare soldi. Sembrerebbe addirittura che nelle azioni di sciacallaggio portate avanti dagli sconosciuti agli anziani rimasti soli sarebbe stata fatta sentire per telefono persino una voce artatatamente attribuita al figlio scomparso. Una storia sconcertante che durerebbe da anni, con gravi conseguenze economiche per i due pensionati che non hanno mai smesso di credere che il figlio sia in vita. Tutto il paese sa di questa storia, anche se viene solo sussurrata. La rinnovata attenzione che, grazie alle indagini della Procura distrettuale antimafia, ha riportato in primo piano il dramma dei “desaparecidos” fatti scomparire dalla mafia col sistema atroce della lupara bianca ha portato i residenti di Basicò a rievocare queste storie di speculazioni messe in atto da sciacalli che potrebbero persino sapere la sorte toccata a Pelleriti di cui non si hanno più notizie da ben 18 anni e che i genitori, ingenuamente, credono ancora vivo”. A scrivere questo articolo pubblicato dalla Gazzetta del Sud nel 2011 è l’esperto cronista di mafia Leonardo Orlando, corrispondente da Barcellona del quotidiano messinese. Ben 7 anni (pare che Simone avesse iniziato la sua azione di sciacallaggio più di 1o anni fa) prima dell’arresto di oggi di Francesco Simone, 44 anni, operaio della Provincia metropolitana di Messina che è riuscito ad impossessarsi di ben 200mila euro riducendo sul lastrico gli anziani genitori (costretti a vendersi anche un appartamento e dei terreni) del ladro d’auto ucciso. Sette lunghi anni per arrivare alla verità nonostante una notitia criminis pubblicata da un quotidiano. Eppure sono bastati solo 15 giorni ai carabinieri per documentare ben 11 consegne di denaro a Francesco Simone. Da 50 a 100 euro al giorno che l’operaio passava personalmente a prendere da casa dell’anziana coppia a cui, al culmine della crudeltà, aveva fatto credere che servissero quotidianamente a pagare i farmaci salvavita per il figlio affetto da una gravissima malattia. Viene da chiedersi perché tutto questo tempo. Perché se tutti sapevano in paese, quindi a maggior ragione le forze dell’ordine, se un cronista coraggioso come Orlando lo scrive sul principale quotidiano della città’ e della provincia, nessuno fino a ieri ha voluto mettere fine alla cattiveria inusitata, al clima di paura, intimidazione e sofferenza subito dai due genitori? Perché si è dovuto aspettare l’inchiesta del procuratore Emanuele Crescenti e della pm Rita Barbieri?
ECCO COME VENNE UCCISO DOMENICO PELLERITI NEL RACCONTO DEI PENTITI.
Il boss Giuseppe Gullotti che l’8 gennaio del 1993 aveva ordinato l’eliminazione del giornalista Beppe Alfano, il 23 luglio dello stesso anno assieme a Salvatore “Sem” Di Salvo, avrebbe ideato e compiuto uno dei più efferati e ignobili delitti partecipando personalmente alle sevizie che furono inferte alla vittima, tale Domenico Pelleriti di Basicò, ritenuto autore di un furto ai danni di un commerciante che pagava il pizzo. 
Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, che ancora avevano la pretesa di farsi passare per persone per bene, ricoprendo invece il ruolo di meri ideatori e mandanti di una esecuzione mafiosa classificata poi come “lupara bianca”, avevano ordinato a Santo Gullo, divenuto poi collaboratore di giustizia, di prelevare Domenico Pelleriti e condurlo sul luogo dell’omicidio, consegnandolo poi ai suoi aguzzini che lo attendevano in contrada Salicà di Terme Vigliatore nel vivaio di proprietà di Nunziato Siracusa. In particolare Pippo Gullotti, Sem Di Salvo e Mimmo Tramontana, costringevano Domenico a subire un pesante “interrogatorio” contro la sua volontà, immobilizzandolo e legandolo ad una sedia, colpendolo ripetutamente con schiaffi e pugni al fine di costringerlo a confessare la commissione o comunque la sua partecipazione ad un furto, così sottoponendolo a sevizie fisiche e morali.
Secondo il racconto di Nunziato Siracusa, il secondo collaboratore di giustizia che partecipò al delitto, all’interno del rudere ubicato nel vivaio il Pelleriti era stato immobilizzato su una sedia, quindi, mentre il Siracusa ed il Giambò attendevano all’esterno, anche con l’incarico di scavare una fossa, lo stesso era stato sottoposto, ad opera del Gullotti, di Di Salvo e del Tramontana, ad una sorta di violento interrogatorio durato una trentina di minuti. Terminato di scavare la buca, Siracusa aveva fatto rientro nel rudere, dove aveva constatato che il Pelleriti, ancora vivo, presentava il volto tumefatto per le percosse ricevute. Nel frangente Gullotti aveva concesso alla vittima una sigaretta, quindi aveva ordinato che gli venisse tolto il portafogli ed i gioielli, sicché il denaro ed i preziosi erano stati distribuiti tra i presenti, infine si era allontanato assieme al Di Salvo, ordinando al Tramontana di fare quanto già concordato e di seppellire il cadavere dopo averlo coperto con della calce. I suoi resti, nonostante gli scavi, non sono stati ritrovati.
In effetti, allontanatisi il Gullotti ed il Di Salvo, il Siracusa, assieme al Giambò ed al Tramontana, avevano provveduto a immobilizzare ulteriormente il Pelleriti, ad incappucciarlo, quindi lo avevano calato nel fosso, scavato ad una trentina di metri dalla proprietà del Siracusa, dove gli avevano sparato due colpi di pistola alla testa, il primo esploso dal Tramontana, il secondo, con la medesima pistola, una cal. 7,65 ricavata da un’arma giocattolo, dal Siracusa. Verificata la morte della vittima, il cadavere era stato coperto prima con calce, quindi con terra e fogliame.
Già le rivelazioni di Gullo del 2011 furono sensazionali. Il pentito raccontò, così come si sospettata già all’atto della sparizione, che il giovane fu ucciso perché sospettato di aver rubato un camion carico di sanitari a Basicò ad una ditta che pagava il pizzo. Per questo caso si sarebbero mobilitati persino il capo di allora della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, il boss Giuseppe “Pippo” Gullotti che avrebbe protetto il commerciante che pagava il pizzo. Gullo all’epoca non seppe indicare la tomba di Pelleriti perché come da regola non tutti partecipavano alla fase successiva, quella di far sparire il cadavere negli abissi della “lupara bianca”. L’auto del giovane invece fu spostata da contrada Salicà e abbandonata a Patti. I genitori della vittima, a causa di azioni di sciacallaggio, per quasi vent’anni hanno creduto che il figlio fosse vivo. Per la stessa vicenda, in precedenza dieci giorni prima – il 23 marzo del 1993 –, si era verificata la sparizione di altro giovane, Antonino Ballarino, ucciso dopo essere stato rapito con la complicità di Santo Gullo, da Mimmo Tramontana e Carmelo Giambò. Il cadavere fu poi fatto sparire da Carmelo Bisognano, aiutato a sua volta da Enrico Fumia e Ignazio Artino, che lo seppellirono in contrada Gorne a Mazzarrà, dove durante la campagna di scavi del 2011 furono ritrovati i resti. fonte: di Leonardo Orlando da Gazzetta del sud
IL VIDEO DELLE IENE SUL CASO.
Il giornalista Gaetano Pecoraro raccontò in un servizio alla Iene l’atroce truffa di Francesco Simone, che negli anni ha estorto 180 mila euro a Vincenza e Pino, i genitori di Domenico Pelleriti, vittima di lupara bianca nel 1993 nel piccolo paese di Basico’ in Sicilia. Francesco ha fatto credere ai due che Domenico fosse ancora vivo. I soldi che chiedeva ai due anziani, persone semplici e povere, diceva, servivano a curarlo.