IL PM ARDITA: Una riforma giusta, eppure non basta

6 novembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

Sebastiano Ardita, che da pm antimafia e anticorruzione partecipò lo scorso anno al meeting grillino di Ivrea, oggi siede al Consiglio superiore della magistratura per la corrente di Autonomia e indipendenza, al fianco di Piecamillo Davigo.

Che cosa pensa della proposta di interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado?

«Penso che sia una misura dettata da una giusta intenzione, ma non ancora sufficiente a ridare credibilità al sistema penale italiano, visto che in molti Paesi il termine si interrompe addirittura prima del rinvio a giudizio. Poi però ci vorrebbe un intervento di sistema. Vi sono molte altre norme che rendono strumentale l’accesso agli strumenti processuali, come il divieto di reformatio in peius in appello e le norme che ci costringono a ripetere gli atti del dibattimento in caso di sostituzione di un giudice del collegio».

Ma è giusto che dopo il primo grado un imputato possa veder trascinare il suo processo senza scadenze?

«Potrei ribaltare la domanda: è giusto mandare in fumo anni di attività processuali per la esistenza di un termine? Se i processi si trascinano a lungo è proprio per la prospettiva della prescrizione. Qui non si tratta di negare le giuste garanzie ad un cittadino imputato in un processo, ma di impedire che l’inefficienza di un sistema consenta di difendersi dal processo. E cioè farla franca puntando sulla bancarotta della giustizia. In tutti gli altri paesi d’Europa questo non accade».

Oltre la metà delle prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari…

«E’ la conseguenza di una scelta fatta in modo razionale dai capi degli uffici su procedimenti per i quali (decorrendo i termini dal commesso reato e non dalla sua scoperta) visto il poco tempo a disposizione sarebbe inutile esercitare l’azione penale».

Perché non basta la sospensione complessiva di tre anni dopo primo e secondo grado, già in vigore?

«Perché la prospettiva di un termine che si sospende e poi continua a decorrere non è un deterrente alla velocizzazione di una causa, ma anzi è una controspinta verso un forte rallentamento».

Con le ultime riforme per la corruzione la prescrizione arriva dopo 15 anni. Non è sufficiente?

«No, fino a quando qualcuno penserà che è utile e possibile di far durare un processo fino a 15 anni pur di ottenere la prescrizione». Rassegnaweb dal Corriere della Sera del 6.11.2018