MUORE IN OSPEDALE FRANCO CANNIZZO. APERTA UN’INDAGINE PER OMICIDIO COLPOSO. LE IENE RACCONTARONO LA SUA STORIA

12 novembre 2018 Cronaca di Messina
Giuseppe Lazzaro – La Procura di Parma ha aperto un fascicolo d’indagine, sull’ipotesi di reato di omicidio colposo, in relazione al decesso, per cause naturali, di Francesco Cannizzo, 58 anni, di Capo d’Orlando, ricoverato all’ospedale Maggiore di Parma e deceduto domenica della scorsa settimana. La notizia è stata confermata ieri mattina dall’avvocato Tommaso Autru Ryolo, del foro di Messina che, insieme al collega, avvocato Massimiliano Fabio, del foro di Patti, assiste Maria Antonia Caliò, moglie del Cannizzo e le figlie Elisa, Pamela e Roberta. A seguito di ciò è stata effettuata l’autopsia sul cadavere di Cannizzo e venerdì è arrivato il nulla osta della magistratura: come riportato nelle carte funerarie, la salma di Cannizzo arriverà a Capo d’Orlando nei prossimi giorni e mercoledì pomeriggio verranno celebrati i funerali nella chiesa di Maria Santissima della Catena di Bazia, a Naso, centro di origine della moglie. Da circa tre anni Cannizzo accusava problemi ad una gamba, per questo aveva subito una amputazione e si ipotizza che, a seguito dell’intervento chirurgico eseguito all’ospedale di Parma, possa avere contratto una infezione batterica che lo ha potuto portare alla morte.
Franco (come era chiamato da tutti) Cannizzo, originario di Caronia, era conosciuto per essere uno chef a livello internazionale, tanto da avere rappresentato una volta l’Italia in una manifestazione culinaria in Giappone per conto di un noto ristorante di Fiumara di Naso dove lavorava. Poi le vicende umane e giudiziarie che ne avevano segnato la vita.
La mattina del 29 ottobre 1991, uscendo da casa, la villa di contrada Marcaudo a Capo d’Orlando, poi confiscata, fu vittima di un agguato: due killer gli esplosero contro una decina di colpi di pistola, Cannizzo si finse morto ma si salvò rimanendo però paraplegico alle gambe. Successivamente venne coinvolto nell’operazione “Mare Nostrum” con l’accusa di associazione mafiosa finalizzata all’omicidio. Stando alla sentenza, diventata definitiva il 17 ottobre 2011, Cannizzo, quale componente del clan dei Bontempo Scavo di Tortorici, insieme al giovane orlandino Fabio Cozzupoli (scomparso l’8 maggio 1992 e rinvenuto cadavere, a Polverello di Montalbano, l’1 ottobre successivo), avrebbe partecipato all’omicidio di Calogero Franco, giovane operaio, avvenuto a Capo d’Orlando, lungo la provinciale da San Gregorio, la sera del 29 giugno 1990. Vicenda per quale Cannizzo era stato condannato all’ergastolo pur dichiarandosi sempre innocente e venendo accusato dai pentiti.
Il 16 giugno 2005 Cannizzo venne arrestato, ritenuto a capo di una organizzazione dedita al traffico e alla cessione di stupefacenti, nell’ambito dell’operazione “Due Sicilie” che, coordinata dalla Dda di Messina, venne eseguita dalla polizia del Commissariato di Capo d’Orlando. Per questo fatto Cannizzo era stato condannato a 16 anni e 8 mesi. A causa delle condizioni di salute l’uomo aveva fatto la spola tra il carcere e i domiciliari ma, dopo la sentenza per la “Mare Nostrum”, era stato rinchiuso a Parma, dove esiste una speciale sezione per i diversabili. Infine, l’ultimo episodio: il 3 dicembre 2014 la Dia di Messina eseguì la confisca di casa Cannizzo, in contrada Marcaudo a Capo d’Orlando, su decisione della Corte d’Appello di Messina. I familiari da allora si sono trasferiti altrove, la casa è rimasta chiusa, ed al momento è pendente un ricorso in Cassazione. Il tutto unito al precedente sequestro dei beni di Franco Cannizzo con una seconda casa, quattro automobili, tre conti correnti bancari e cinque carte credito per un totale di oltre 1 milione. RASSEGNAWEB – Da Gazzetta del Sud

Del ‘caso Cannizzo’ se ne occupò il programma de le Iene con Giulio Golia. Di seguito pubblichiamo un articolo della Gazzetta di Parma dedicato al servizio de le Iene.

Ergastolano degente, detenuto ma non troppo.

Al mattino lo si trova davanti a un cappuccino con brioche al bar del Maggiore, lato via Volturno. Il resto della giornata, lo si vede girare per i corridoi del Monoblocco o infilarsi con la carrozzella negli ascensori per andare su e giù da un piano all’altro. Non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che il protagonista di queste attività è Francesco Cannizzo, un uomo che secondo la giustizia (al terzo grado di giudizio) è un boss della mafia di Capo d’Orlando responsabile di almeno un omicidio, oltre che di tentato omicidio e associazione mafiosa. I proiettili che gli hanno sparato contro due killer di una cosca rivale lo hanno condannato su una sedia a rotelle. L’ergastolo che gli hanno inflitto i giudici prevederebbe invece che fosse almeno agli arresti domiciliari, per il lungo periodo (non c’è quasi organo che non sia stato leso dai proiettili durante l’agguato) nel quale deve curarsi in ospedale.
A documentare quanto siano «elastici» questi domiciliari sono state le Iene di Italia Uno, con un servizio intitolato «Il boss ergastolano in carrozzella». Cannizzo si è dapprima raccontato a Francesca Di Stefano, che ha finto di avvicinarlo per caso, spacciandosi come una normale visitatrice del Maggiore, quindi a Giulio Golia, in un’intervista «ufficiale», anche se sempre a telecamera nascosta. Il degente-detenuto ha raccontato di uscire dall’ospedale e di spingersi fino in viale Piacenza (ad acquistare le ricariche per la sigaretta elettronica) e in via Volturno (a fare bancomat). Intanto, si è detto lieto dell’arrivo delle Iene, vedendo nell’intervista la possibilità di chiedere la revisione del processo: l’ergastolano proclama la propria innocenza dall’accusa di omicidio, mentre ammette di aver spacciato droga e di aver piazzato banconote false. Ogni tanto, gli squillava il cellulare (due ne sono spuntati dalla sua borsina). E anche questo ha fatto sorgere qualche domanda nell’intervistatore sugli «arresti domiciliari» di Cannizzo. Domande rimaste in sospeso alla fine del servizio.
A questo proposito, la Direzione dell’ospedale ricorda i continui rapporti mantenuti con l’autorità giudiziaria, «in particolare il magistrato di sorveglianza, al quale vengono riferiti tutte le situazione e i comportamento di pericolo o mancata inosservanza delle norme e dei regolamenti interni».
«Va precisato – prosegue la direzione dell’ospedale – che i regimi di detenzione domiciliare non sono tutti uguali: alcuni sono più restrittivi, altri lo sono meno». Dei comportamenti del detenuto, segnalati dal personale sanitario, sono stati informati la procura e il magistrato di sorveglianza. E’ ciò che prescrive la prassi per quanto riguarda questioni di questo tipo, visto che «l’ambiente sanitario non è un ambiente di reclusione».r.c.

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https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/leiene/golia-il-boss-ergastolano-in-carrozzella_FD00000000014811