“Tradita la fiducia dei cittadini”: Gettonopoli, la Procura Generale chiede la conferma delle condanne

15 novembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

“Rappresentare la cosa pubblica è un onere e un onore. In questo caso siamo in presenza di puro disprezzo dei beni comuni e danno all’immagine pubblica. Ma non a quella di facciata, bensì a qualcosa di più importante. E’ stata tradita la fiducia dei cittadini. E’ anche per questo che chiedo la conferma delle condanne principali”. Parole dure della pubblica accusa questa mattina nella prima udienza del processo d’appello ‘Gettonopoli’ (presidente Alfredo Sicuro (nella foto), a latere Eugenia Grimaldi e Maria Teresa Arena, pg Felice Lima (foto)), che vede imputati diciassette consiglieri comunali della scorsa sindacatura, tutti condannati in primo grado.

Dopo una breve introduzione del presidente Alfredo Sicuro, che ha ripercorso in breve il processo di primo grado, la parola è passata alla pubblica accusa rappresentata dal magistrato catanese Felice Lima che ha chiesto la conferma di tutte le condanne principali. “Bisogna chiedersi se sono stati percepiti dei vantaggi economici o no dalle sedute a cui non si è effettivamente partecipato”, ha esordito il sostituto pg Lima. “I tre minuti sono stati una scelta strategica, un criterio della Procura, per dire comunque che se sei stato meno di tre minuti ‘sei soltanto entrato e uscito'”. I consiglieri “non hanno fatto neanche fatto finta, hanno soltanto firmato senza partecipare”. E il sostituto procuratore generale ha voluto sottolineare che “l’assenza di un regolamento non giustifica il fatto, i consiglieri ‘non potevano non sapere’ che firmando avrebbero percepito il gettone, in piena consapevolezza. Il dolo c’era tutto perché i consiglieri sapevano che firmando avrebbero preso dei soldi”. “Dire che mettere un firma e andare via sia lecito è una pura provocazione”, ha concluso Felice Lima, noto per aver condotto negli anni delle stragi alcune importanti inchieste sui rapporti fra mafia, politica e impresa.

La procura generale ha dunque chiesto la conferma della sentenza per tutti gli imputati condannati per il reato di falso e chiesto l’assoluzione per Nora Scuderia e Libero Gioveni, con la formula perché il fatto non sussiste. Con la stessa formula chiesta l’assoluzione per Piero Adamo, Nicola Cucinotta e Giovanna Crifò per i reati di falso in qualità di presidente e segretario di commissione mentre per il resto – compresi Crifó, Adamo e Cucinotta nella veste però di consiglieri – ha chiesto la conferma della sentenza. Dopo le richieste dell’accusa, il processo è stato rinviato a dicembre per le udienze del 5 e del 12, quando la Corte d’Appello si riunirà in camera di consiglio per la sentenza. In aula presenti diversi imputati, tra i quali gli ex consiglieri Pio Amedeo, Angelo Burrascano, Daniele Zuccarello, Carlo Abbate, Piero Adamo, Nicola Cucinotta e Fabrizio Sottile. Fuori dal tribunale ad aspettare qualche notizia il consigliere Benedetto Vaccarino. Tra i difensori è stata notata la presenza ‘pesante’ dell’avvocato Carlo Taormina, che interverrà a difesa dell’ex consigliere Zuccarello nell’udienza del 5 dicembre. 

 

IL PROCESSO DI PRIMO GRADO.

I consiglieri comunali furono condannati il 3 luglio del 2017 per essersi intascati i gettoni di presenza senza aver partecipato alle commissioni dalla Prima sezione penale di Messina presieduta dal Presidente Grasso.

Queste le condanne: 4 anni a Nino Carreri, Santi Sorrenti, Andrea Consolo, AngeloBurrascano, Pio Amedeo, Nicola Crisafi e Carmelina David; 4 anni e tre mesi per Fabrizio Sottile e Paolo David; 4 anni e 6 mesi per Carlo Abbate, Daniele Zuccarello e Benedetto Vaccarino; 4 anni e 8 mesi per Piero Adamo e Nicola Cucinotta; 4 anni e 10 mesi per Giovanna Crifò. Condannati a tre mesi Nora Scuderi e Libero Gioveni per i quali il pm aveva chiesto l’assoluzione. Per tutti interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni.

 

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO

Era un “…generalizzato sfruttamento ad opera di ciascun imputato della propria posizione di consigliere comunale a scopi prettamente privati, assumendo assai spesso le condotte accertate toni a dir poco sconcertanti”. Nelle aule delle commissioni, spesso c’erano soltanto “effimeri e fugaci ingressi”. Eccola la sintesi giudiziaria delle 139 pagine di motivazioni della sentenza del processo “Gettonopoli”, depositate dai giudici della prima sezione penale, che il 3 luglio del 2017 dopo la clamorosa inchiesta della Procura portò alla condanna di diciassette consiglieri comunali per le ‘presenze lampo’ nelle commissioni di Palazzo Zanca, certificate dagli investigatori della Digos. Nelle motivazioni i giudici scrivono poi che “…in alcuni casi l’attività capitava ha addirittura permesso di accertare come le commissioni consiliari fossero vuoti involucri, riempiti solo formalmente ed apparentemente di contenuti, all’unico scopo di legittimare sedute che fossero idonee a far raggiungere ai consiglieri comunali, per ciascun mese, un numero di presenze cartolari pari al limite minimo necessario per l’erogazione del gettone di presenza nella sua misura massima”. Una corposa parte del provvedimento viene poi adoperata per esaminare le singole posizioni dei consiglieri con le condotte contestate, cioè o le “firme con successiva fuga” o le “presenze lampo”: Abbate 20, Adamo 9 (8 valutate), Amadeo 21, Burrascano 16, Carreri 7, Crifò 15, Crisafi 24, Cucinotta 9, Carmela David 12 (11 considerate), Paolo David 23, Sottile 23, Sorrenti 7, Vaccarino 27, Consolo 7, Zuccarello 20.

L’EFFETTIVA PARTECIPAZIONE

Il concetto tecnico più importane che viene poi affrontato dai giudici è quello di “effettiva partecipazione”, che è stato richiamato spesso nel corso del dibattimento sia dall’accusa, il pm Francesco Massara, sia dai numerosi difensori. Proprio gli avvocati hanno fatto riferimento a un “vuoto normativo” nel combinato tra la legge regionale e il regolamento comunale, la mancata previsione cioè di un’indicazione certa di tempo minimo di permanezna per poter “guadagnare” il gettone. Questo “vuoto normativo” secondo i difensori avrebbe autorizzato “…la permanenza in aula del consigliere anche per il solo tempo strettamente necessario ad apporre la firma, senza partecipare alla seduta o, addirittura, a seduta ancora non aperta, con ciò conseguendo legittimamente il gettone di presenza”. Secondo i giudici “siffatto suggestivo argomentare è affetto da evidenti vizi logici”. Dopo aver passato in rassegna per analogia i regolamenti di altri comuni (Roma, Cadoneghe, Busto Arsizio e Terni), il collegio conclude che ci si rende agevolmente conto “…come la nozione di ‘effettiva partecipazione’, nelle esplicazioni normative comunali, sia stata intesa univocamente come partecipazione alla seduta per un tempo superiore alla metà della sua seduta”. Quindi, anche se all’epoca dei fatti – oggi tutto è cambiato – il Comune non si era dotato di un regolamento che specificava il tempo di permanenza, i giudici ribaltano completamente la prospettiva: “…in mancanza di siffatta specificazione e tenuto conto del significato dell’etimologia della espressione ‘effettiva partecipazione’, può concludersi che, se non è possibile quantificare in positivo quando vi è l’effettiva partecipazione rilevante è,  al contrario, possibile attraverso un ragionamento per esclusione definire con ragionevole certezza ciò che partecipazione effettiva non è”. E infatti – scrivono i giudici – “…come emerge dall’esame analitico delle risultanze investigative acquisite in ordine alle singole sedute contestate a ciascun consigliere comunale, l’attività tecnica eseguita nel corso di appena tre mesi d’indagine ha consentito di acclarare che la totalità delle condotte accertate sia consistita nella permanenza dei consiglieri nell’aula ove si svolgeva la commissione per il tempo strettamente necessario ad apporre la propria firma con conseguenze definitivo allontanamento dalla sala”, e “…in alcuni casi le risultanze sono davvero sconcertanti: la permanenza in aula è infatti registrata per un tempo stringatissimo, pari a pochissimi secondi”. I giudici argomentano ancora sul punto: “…non possono certamente ritenersi condotte partecipative alla seduta quegli effimeri e fugaci ingressi in commissione, durante i lavori, che is sono risolti nella mera apposizione della firma o, comunque, nella permanenza in aula limitata a pochissimi minuti e il più delle volte a pochi secondi”.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA – IL PASSAGGIO-SIMBOLO

“L’unico obiettivo preso di mira dai consiglieri – scrivono i giudici in un passaggio della sentenza – è risultato, in un clima assolutamente desolante, quello di raggiungere un determinato budget di presenze, per arrivare – indipendentemente dalla produttività voluta dalla legge – a quel massimo di trentanove gettoni di presenza pagati, ciascuno del valore di 56,04 euro, che avrebbero consentito a ciascun consigliere di percepire un ammontare di 2.184,82 euro netti al mese, a cui poi andrebbero aggiunti eventuali rimborsi ai datori di lavoro per il tempo impiegato al di fuori dell’ufficio per svolgere la propria attività politica. Orbene, si è assistito ad una affannosa corsa contro il tempo al fine di accumulare quante più presenze possibili, mediante la semplice apposizione di firma non seguita da alcuna partecipazione, in un imbarazzante quadro di illegalità diffusa che involge al totale disprezzo delle norme e delle istituzioni. La generale prassi illegale – concludono i giudici su questo punto – invocata dalle difese a fondamento delle condotte contestate agli odierni imputati, non può certo rappresentare valida e sostenibile giustificazione di alcunché, testimoniando, invece, la stessa una radicata e pervicace insensibilità dei consiglieri comunali all’osservanza delle regole”.

L’ABUSO D’UFFICIO

Otto consiglieri (Abbate, Adamo, Consolo, Crifò; Cucinotta, Sorrenti, Vaccarino e Zuccarello), sono stati assolti nel luglio dello scorso anno dal reato di abuso d’ufficio (partecipazione alle sedute in assenza di delega scritta). Ecco spiegato perché: “…l’analisi combinata dalle risultanze documentali in atti – scrivono i giudici – e dei dati emersi dall’istruttoria dibattimentale non consente di ritenere raggiunta la prova, della penale responsabilità degli imputati in ordine al contestato delitto di abuso d’ufficio”, questo perché “…non può escludersi la, invero, residuale ipotesi che le deleghe relative alle sedute contestate, pur non allegate ai rispettivi verbali di seduta, potessero, invece che totalmente inesistenti, essere state predisposte e successivamente sparite per scorretta conservazione”.