MESSINA: ABUSATA DALLO ZIO QUANDO AVEVA 9 ANNI. I RETROSCENA DI UNA STORIA TERRIBILE

13 Dicembre 2018 Inchieste/Giudiziaria

Una verità scomoda e dolorosa emersa a distanza di 6 anni per una circostanza fortuita legata ad un ricovero in ospedale a seguito di un litigio con il padre. Gli esami clinici ai quali viene sottoposta la quindicenne costituivano l’occasione per narrare abusi sessuali cui la giovanissima vittima era stata sottoposta all’età di nove anni. Il racconto continuava e si arricchiva di particolari sempre più tristi e drammatici. La ragazza, infatti, aveva denunciato quanto accadutole alla madre che per quanto sconvolta non aveva avuto la forza ed il coraggio di tutelarla, vittima, pure lei, di violenze fisiche e verbali poste in essere dal marito che non poche volte l’aveva costretta a ricorrere alle cure mediche ed al quale era totalmente soggiogata. A raccogliere le confidenze della minore anche una sorella che però non riesce a denunciare chiaramente, racconta a denti stretti ai poliziotti lasciando soltanto intuire. L’attività d’indagine, delegata alla Squadra Mobile della Questura di Messina dalla Procura della Repubblica del locale Tribunale, puntuale, immediata, dettagliata permette di riscontrare i fatti riferiti dalla giovane che trova nella nonna materna sostegno, protezione, conforto e forza. Ieri la polizia ha dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Salvatore Mastroeni in tempi brevissimi nei confronti dei due fratelli, di 38 e 30 anni, resisi responsabili rispettivamente del reato di violenza sessuale, uno e maltrattamenti e lesioni, l’altro e portati in carcere dagli uomini della squadra mobile.

I FATTI

A metà ottobre la ragazzina di 15 anni viene ricoverata nel reparto di chirurgia pediatrica del Policlinico per un trauma cranico. A raccontare la terribile storia descritta nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Mastroeni è Sebastiano Caspanello su Gazzetta del Sud. A picchiarla era stato il padre, furibondo perchè la figlia si era trattenuta fino a tardi con il fidanzato e per questo aveva perso l’autobus, costringendo l’uomo ad andarla a prendere. Giunti a casa, mentre la sorella più piccola di un anno era chiusa in bagno, l’uomo aveva preso a schiaffi la figlia, facendola sbattere contro il cornicione della porta. Così forte che la quindicenne aveva avuto dei mancamenti. Una prima tac in ospedale non aveva riscontrato nulla, ma il giorno dopo, quando la ragazzina continua a sentirsi disorientata tanto da non reggersi in piedi, diventa necessario il ricovero al Policlinico. Qui vengono fatti una serie di accertamenti, tra i quali un’ecografia. “Mio padre è venuto a sapere che non ero più vergine e si è arrabbiato”, rivelerà poi la ragazzina alla polizia. Ed è a quel punto “che ho deciso di raccontare che è vero che non sono vergine, ma è anche vero che il primo ad avermi toccato era stato mio zio, fratello di mio padre”. Un incubo che risale a molto tempo prima, quando la ragazzina di anni ne aveva 9. Il racconto di quel giorno è struggente. La zia le aveva chiesto di andare a casa sua per farle un pò di compagnia e lei accettò. Quella sera lo zio era a cena con amici, ma la mattina dopo “era un pò alticcio”. La zia era uscita per andare a lavoro “ed io mi ritrovai mio zio nel letto in cui dormivo”. Lui cominciò a toccarla nella parti intime, “provocandomi dolore”. Lei lo scongiurò di smetterla perchè le faceva male. Ma lui continuava. Allora la bambina si alzò e andò in bagno, lo zio se ne tornò in camera sua e “mi chiamò dicendomi di andare li con le mutandine abbassate. Ma gli io dissi che preferivo fare le faccende di casa”. Tutto questo accadeva sei anni fa. Un segreto coltivato per tre anni, fino a quando la bambina non decide di raccontarlo alla madre. La donna “è rimasta sconvolta – racconta la figlia alla polizia – ma non ha fatto altro, forse non aveva coraggio”. Lo stesso racconto viene fatto alla sorella, più piccola di un anno. E la risposta è ancora più disarmante: “Mi ha detto che anche a lei lo zio l’aveva toccata, anzi aveva fatto di peggio, ma non mi ha raccontato cosa”. Quando anche la sorella verrà ascoltata dalla Mobile, insisterà nel riserbo: “E’ successo qualcosa ma non ne voglio parlare perchè io le mie cose me le voglio vedere da sola, tra dieci anni andrò a denunciare ma adesso non voglio che succeda nulla né alla mia famiglia né ai miei cugini”. Ecco perchè toccherà alla nonna materna, solo tre ani dopo, e solo dopo quella ecografia che nulla aveva a che fare col resto, andare alla polizia e rivelare gli orrori perpetrati nella sua famiglia. Anche perchè quando la donna viene a sapere ciò che è successo direttamente dalla voce della nipote e chiama al cellulare la figlia, “lei insieme al marito mi dicevano che dovevo farmi gli affari miei e che non era vero niente”. Sia la madre che la sorella della quindicenne inviano messaggi alla ragazza, cercando di convincerla a dire di aver mentito e di modificare la versione dei fatti. Quando la ragazzina è ancora in ospedale, avviene anche il primo confronto aperto con lo zio “orco”, insieme alla moglie. Lui prima nega, poi chiede di scusarlo “se ha fatto una cosa del genere”. A quel punto sapevano praticamente tutti. Ma perchè la sconvolgente reticenza della mamma della vittima, anzi, a questo punto delle vittime degli abusi dello zio? “Penso che mia figlia stia facendo tutto per tutelare suo cognato perchè teme suo marito” spiega la donna agli agenti. E qui si apre un’altra pagina drammatica, raccontata nelle pagine della Gazzetta del sud, che si incrocia con quelle già venute fuori. “Mio genero – prosegue il racconto – è un tipo violento”. Ma la figlia non ha mai denunciato. Il marito, il papà delle ragazzine abusate dallo zio e quindi da suo fratello, era un capodanno, le tirò addosso una bottiglia di vetro, provocandole delle ferite alla testa. In altre occasioni la donna si mostrava davanti alla madre con un occhio gonfio oppure con un cerotto in testa, ma negava, negava continuamente che a ferirla fosse il marito. Del resto anche quando i due erano fidanzati l’indole violenta di lui era emersa chiara, tanto che i suoceri non condividevano il rapporto con la figlia. Una sera, era la festa di San Nicola a Ganzirri, l’uomo ruppe il telefono all’allora fidanzata e glielo lanciò nel lago. “Anche la madre – scrive nell’ordinanza il giudice Mastroeni – è palesemente una vittima, ha una paura ed incapacità di reazione, è palesemente dominata dal Mario, vive in una situazione prolungata di violenze, dove gli schiaffi e le percosse e le lesioni ne hanno fiaccato con evidenza lo spirito”. A tal punto da farle tacere il più squallido degli orrori.