L’INTERVISTA: Parla per la prima volta ex collaboratore dell’ambasciatore messinese Fulci

13 Gennaio 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Stefania Limiti – È un ‘giovane’ ottantasettenne il generale X, stretto collaboratore dell’ambasciatore messinese Fulci nei primi anni ‘90, gioca a tennis, fa parole crociate ed è molto accogliente quando vado a trovarlo della sua casa nei pressi della capitale. Accetta di parlarmi ma non vuole che sia fatto il suo nome, non gli piace la pubblicità. E sia. “Come ha fatto a trovarmi, non mi ha mai cercato nessuno…”. L’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, a cui Andreotti e Cossiga chiesero di coordinatore i Servizi segreti, lo volle con sé. “Ci eravamo conosciuti a Bruxelles, lui era ambasciatore presso il Consiglio Atlantico. Nel ‘91, io ero già in pensione, mi chiamò per sostenerlo in questo suo nuovo incarico. Accettai volentieri di seguirlo, con l’animo di collaboratore dello Stato, pensi che rientrai in servizio non come militare ma come civile, il mio segretario guadagnava più di me”.

Fulci aveva un potere reale sui servizi?
Lui doveva essere il coordinatore di Sisde e Sismi (il nome delle due agenzie dei Servizi prima della Riforma del 2007), ma non aveva alcun potere su quelle due strutture. In effetti, lo stesso Fulci, in un passaggio della sua testimonianza del 23 novembre scorso al Tribunale di Reggio Calabria nel processo in corso denominato ‘ndrangheta stragista lamenta di essere stato completamente scavalcato in alcune circostanze: “il Sismi si ritagliò la competenza sulla criminalità organizzata e io non ne sapevo nulla…questo aumentava la sua amarezza…

E allora, generale, perché un uomo con l’esperienza diplomatica di Fulci al Cesis?
Andreotti gli chiese di fare pulizia nei Servizi, doveva ‘ripulire’. E lui creò le condizioni per far venire giù tutto il sistema dei fondi neri del Sisde.

Avete mai capito a cosa servissero quei soldi, solo ad ingrassare le tasche di qualcuno?
“Sicuramente alcuni funzionari dell’allora Servizio civile possedevano beni di gran lunga superiori alle possibilità dei loro stipendi ma non so se era tutto lì. Erano parecchi soldi (60 miliardi di vecchie lire in cinque anni secondo i calcoli della Corte dei Conti, ndr), come è emerso dai processi, e nessuno ha mai capito se avessero altre destinazioni. Anche Scalfaro fu coinvolto, ed era coinvolto”.

Venne fuori dall’inchiesta che tre ministri dell’Interno, tra cui Scalfaro, futuro Capo dello Stato, ricevevano fondi riservati dal Servizio, vennero avviate indagini dal Tribunale dei Ministri che, tuttavia, decise di archiviare tutto. Scalfaro fu a capo del Viminale dall’agosto del 1983 al luglio 1987: dunque anche quando non era più ministro poteva accede a quei fondi? (perché questo può spiegare quale fosse il reale obiettivo di Andreotti…):
“Non voglio parlare di questo, non avrei le carte per dimostrarlo… Poi le mie competenze furono ben presto molto ristrette. Al Cesis arrivò infatti il generale Rolando Mosca Moschini a fare il vice di Fulci: da quel momento si può dire che fu praticamente esautorato”.

L’altra grande questione che dominò la vita dell’intelligence italiana, mentre si sfalda la Prima Repubblica, è il mistero della fantomatica Falange Armata, sigla usata a partire dal 27 ottobre del 1990 per rivendicare la paternità di episodi delittuosi di varia importanza e gravità, spesso solo per protagonismo di rivendicazione e di accreditamento (secondo un documento del Sisde datato 17 febbraio 1992, le comunicazioni telefoniche della Falange Armata dal 27 ottobre ‘90 al 31 gennaio ‘92 furono 219, solo 71 vennero giudicate inattendibili) ma comunque in grado di creare panico nelle istituzioni e terrore tra la popolazione. La prima volta venne usato il nome di F.A.C., Falangi Armate Carcerarie, il 22 maggio del 1990 per rivendicare l’omicidio di un educatore carcerario, Umberto Mormile ucciso l’11 aprile di quell’anno: il lungo arco di tempo di più di un mese trascorso dal fatto di sangue alla sua rivendicazione, e poi l’ancora più lungo spazio di tempo che trascorse fino al successivo riutilizzo della sigla, furono subito interpretati dagli analisti, come si legge nel citato documento del Sisde, come espressione di una sigla usato a “fini destabilizzanti”.

Generale che idea si è fatto della falange?
“Posso solo dirle che ricordo chiaramente che si ebbe subito la consapevolezza di un fenomeno nato all’interno del mondo dei Servizi. L’ambasciatore Fulci intraprese una sua personale e durissima battaglia per sostenere la responsabilità di un reparto speciale del Sismi, quello denominato OSSI. Sostenne che le città dalle quali provenivano le telefonate di rivendicazione della Falange erano sedi di Centri periferici dei Servizi: ma ciò non bastò certo a dimostrare la sua tesi perché si tratta delle principali città italiane. La questione restò completamente sospesa, irrisolta, io stesso non mi sono mai spiegato il motivo per cui Fulci fu così deciso e caparbio nel sostenere quella sua tesi. Forse qualche sua fonte di ambienti massonici che lui frequentava tradizionalmente gli avevano suggerito qualcosa”.

Quando lasciò l’incarico non le propose di seguirlo a Washington?
“No. Portò con sé Mosca Moschini”.