OPERAZIONE ‘NEMESI’: IL VIDEO DELLA CONFERENZA STAMPA INTEGRALE

30 Gennaio 2019 Inchieste/Giudiziaria

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Sotto il ponte della Messina-Palermo fu gettato il corpo senza vita di Santino Bonomo. Freddato il 12 dicembre del 1997 perché si era permesso di commettere alcuni furti senza l’autorizzazione della famiglia mafiosa barcellonese. Per questo fu attratto con una scusa in un’area isolata alla periferia di Barcellona Pozzo di Gotto. Venne ucciso proprio lì, in contrada Pozzo Perla, sotto un ponte della A20. Il suo corpo fu buttato in una canaletta sotto il ponte dell’autostrada, dove già Carmelo D’Amico, esecutore materiale dell’omicidio, aveva indicato avesse celato il cadavere, non più trovato dalle forze dell’ordine nonostante le ricerche perché negli anni il territorio si era completamente trasformato.

Una vera e propria “organizzazione di stampo militare”: così la definisce il procuratore aggiunto di Messina, Vito Di Giorgio, che ha chiesto e ottenuto l’arresto in carcere di quattro persone, tra mandanti ed esecutori, di quattro omicidi, tra cui quello di Bonomo, considerato di “lupara bianca”. La decisione dei capi, poi il briefing in cui Carmelo D’Amico stabiliva modalità e assegnava ruoli agli esecutori, ai quali venivano poi consegnati cinque milioni di lire come ricompensa. Questo è stato ricostruito dagli inquirenti grazie alle collaborazioni avviate dal 2010 in poi.

La famiglia mafiosa barcellonese, dagli anni Ottanta a oggi, ha commesso circa 270 omicidi con matrice mafiosa e 34 lupare bianche. Dal 2011 in poi, però, 17 collaborazioni con la giustizia “ci ha consentito di vedere dall’interno come era strutturata la mafia barcellonese – ha continuato Di Giorgio - Una mafia che, oltre ad avere una strutturazione e metodi operativi omologhi a quella palermitana con la quale aveva stretto contatti, ha un’impronta prettamente militare”.

Sono due i motivi per cui la famiglia barcellonese decide di uccidere: pulizia interna e controllo del territorio. Da un lato soggetti inseriti nel gruppo mafioso che acquisiscono “atteggiamenti” mal tollerati dai vertici. Dall’altro attività illecite non autorizzate dal gruppo mafioso: “Non si spara tra bande rivali, ma solo per garantire l’egemonia sul territorio”, conclude il procuratore aggiunto.

Quattro omicidi ora contestati a quattro persone grazie ai collaboratori di giustizia Carmelo D’Amico, Francesco D’Amico, Nunziato Siracusa, ai quali si è aggiunto di recente Aurelio Micale, che dallo scorso luglio ha deciso di collaborare. È quest’ultimo che consente la svolta per i quattro assassini mafiosi contestati oggi nell’operazione "Nemesi" dei Ros di Messina. Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per quattro persone, emessa oggi dal tribunale di Messina. Tra questi l’unico a piede libero è Salvatore Micale, al quale viene contestato l’omicidio di Giovanni Catalfamo, morto il 29 settembre del 1998, omicidio già contestato ad altri soggetti già giudicati per lo stesso fatto. Fu ucciso, secondo quanto ricostruito dalla Dda di Messina, per mandare un messaggio a Filippo Milone, a capo dell’attività di usura, malvista dal gruppo, e per il quale era aiutato da Catalfamo. Quest’ultimo, al contrario di Milone, non era affiliato al gruppo. In più la vittima, grazie al ruolo datogli da Milone, si atteggiava a boss, cosa che non era tollerata dalla “famiglia” di Barcellona. Per questo Salvatore Micale si appostò sotto casa e al passaggio della vittima diede ai killer il segnale di procedere. La vittima si rifugiò nel proprio condominio, ma fu lo stesso raggiunto da colpi d’arma da fuoco.

Nella richiesta di custodia in carcere anche Giovanni Rao, considerato uno dei più forti esponenti della mafia barcellonese, già in carcere per altri omicidi. A lui adesso si aggiunge quello di un altro boss, Mimmo Tramontana. Quest’ultimo aveva ambizioni di espansione all’interno dell’associazione. Per questo Rao, assieme a Sem Di Salvo, altro noto capo barcellonese, decise di ucciderlo. Fu freddato il 4 giugno del 2001.

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