Delitto Caccia: pentito non riconosce D’Onofrio come killer

14 Marzo 2019 Inchieste/Giudiziaria

Si è svolto ieri, davanti al Gip di Milano Stefania Pepe, l’incidente probatorio nell’ambito del filone di indagine a carico dell’ex militante di Prima Linea, Francesco D’Onofrio, sull’omicidio del procuratore di Torino, Bruno Caccia, ucciso nel giugno 1983.
Così come aveva richiesto il sostituto procuratore generale Galileo Proietto, ad essere sentito come testimone è stato l’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia. Così come aveva messo a verbale lo scorso 21 febbraio, quando gli fu mostrato un elenco fotografico, Pavia non è stato in grado di riconoscere l’ex militante di Prima Linea, ed ha riferito di non averlo mai visto all’interno del gruppo dei calabresi facenti capo a Domenico Belfiore (boss della ‘ndrangheta già condannato all’ergastolo in via definitiva come mandante del delitto, ndr). La deposizione di Pavia, malato terminale e in sedia a rotelle, si è svolta a porte chiuse in un’aula per le audizioni protette del Tribunale milanese dove si è tenuto il riconoscimento.
Le indagini sul coinvolgimento di D’Onofrio (tirato in ballo come esecutore materiale assieme a Schirripa da un altro pentito di ‘Ndrangheta, Domenico Agresta) nel delitto Caccia sono state avocate nel novembre dello scorso anno dalla Procura generale di Milano, che ha preso in carico il caso dopo la richiesta di archiviazione della posizione di D’Onofrio da parte della Procura milanese.

caccia bruno verticale

 

Per quanto riguarda Pavia va ricordato che, sul delitto, aveva già rilasciato delle dichiarazioni ai magistrati nel dicembre 1995. In quei verbali esprimeva ai magistrati tutta la propria paura: “Se parlo dell’omicidio Caccia devo coinvolgere carabinieri e magistrati, per il momento non mi sento sicuro”, aveva detto ai magistrati. “Temo per la mia famiglia – aggiungeva – e non voglio far riaprire fascicoli chiusi, ci sono coinvolte molte persone, carabinieri e altri (…). Ho delle sorelle e dei fratelli, ho paura che gli succeda qualcosa”. Addirittura il pentito affermava di aver preso parte a discussioni per l’omicidio ed aver partecipato, molti mesi prima, “a sopralluoghi per individuare Caccia” anche assieme a Placido Barresi (altro cognato di Belfiore però assolto nel processo, ndr). Tuttavia questi temi non sono stati oggetto dell’incidente probatorio, nel corso del quale, rispondendo ad alcune domande, ha comunque confermato di aver rilasciato un’intervista al quotidiano “La Stampa”, lo scorso dicembre.
In quell’occasione aveva parlato di collegamenti tra magistratura e criminalità organizzata, con tanto di nomi e cognomi come Luigi Moschella e l’ex procuratore Marzachì, quest’ultimo mai sfiorato da accuse o contestazioni.
Riguardo al primo, nell’intervista diceva che “aveva affidato una parte dei suoi soldi a Gonella quando questi gestiva il Monte dei Pegni in piazza Carignano. Riconosceva al giudice interessi del 2,3% al mese. Quando Gonella fu arrestato, per alcuni mesi mi occupai io dei suoi affari. Mi ritrovai per le mani più di un miliardo di lire in assegni. Non era vera e propria usura: i tassi erano al limite della legalità, fatta eccezione per gli interessi, quelli sì pesanti circa il 10%, che venivano pagati dai cambisti del casino di Saint-Vincent”.
Proprio attorno agli interessi delle mafie sui Casinò vi è una pista sul delitto Caccia.
Un’ipotesi investigativa contenuta nei fascicoli legati all’omicidio ma anche negli esposti presentati in particolare da Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, in cui si propone, per l’appunto, di guardare oltre le ‘ndrine, evidenziando quegli della mafia siciliana per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti. Esposti in cui si denunciano anche i depistaggi che si sono susseguiti, oltre alle inerzie nelle indagini da parte di alcuni magistrati torinesi e milanesi.
Tanti elementi che meriterebbero un approfondimento, come a gran voce chiedono i familiari di Caccia che da oltre trent’anni attendono che sia fatta verità e giustizia.