Frana Letojanni, sei indagati finali per la messa in sicurezza farlocca

9 Maggio 2019 Inchieste/Giudiziaria

Restano indagate tutte e sei le persone inizialmente coinvolte negli accertamenti della Procura sulla messa in sicurezza della frana di Letojanni che incombe sulla A18, appaltata dal Cas.

Alla fine dell’inchiesta il sostituto procuratore Anna Maria Arena e l’aggiunto Giovannella Scaminaci hanno chiuso l’indagine e confermato i reati – disastro ambientale, peculato e falso ideologico – ipotizzati a vario titolo per l’allora direttore generale del Cas Salvatore Pirrone, il dirigente tecnico Gaspare Sceusa, l’imprenditore Francesco Musumeci, titolare della ditta che eseguì i lavori, il responsabile della sicurezza, Antonino Spitaleri, l’ingegnere Francesco Crinò e il geologo Giuseppe Torre, consulente esterno del Consorzio Autostrade.

La Procura conferma quindi che il rapporto tra il Cas e la ditta non fu regolare e che i lavori non vennero eseguiti a regola d’arte, col risultato che la rete collocata a protezione dei detriti cadevano sulla corsia, minacciando gli automobilisti di passaggio. Gli indagati sono già stati ascoltati dalla Procura, dopo la notifica degli avvisi di garanzia, alcuni di loro hanno depositato documentazione, ed ora la magistratura dovrà tirare le fila, decidendo se e per chi chiedere il rinvio a giudizio.

A marzo dello scorso anno per Pirrone, Sceusa e lo stesso Musumeci era scattata la sospensione. Interrogati, i primi due avevano risposto, difesi dagli avvocati Giovanni Calamoneri e Francesca Bilardo.L’imprenditore di Piedimonte Etneo, invece, si era avvalso della facoltà di non rispondere.

L’accusa per i due dirigenti del Consorzio è di aver omesso i controlli nei confronti della ditta incaricata dei lavori, sostenendo le spese di progettazione dei lavori e permettendo l’ingiustificata lievitazione dei costi dell’opera, che non aveva progetto esecutivo.

Il progetto era stato redatto dal Cas ma Musumeci aveva scelto i professionisti incaricati, il geologo e l’ingegnere –, così che l’elaborato fosse presentato su carta intestata dell’ente di contrada Scoppo. Con una perizia di variante è stato poi avallato, dai due dirigenti, il pagamento del compenso dei professionisti da parte del Cas; da qui l’ipotesi di peculato.

Il lavoro sarebbe poi stato eseguito con materiali di scarsa qualità, “conseguendo Musumeci ingiusti profitti e ponendo gravemente a repentaglio l’incolumità degli automobilisti e dei residenti in quel tratto di fascia ionica messinese”, spiegano gli investigatori.

Cinquecento mila euro più IVA l’ammontare dei lavori appaltati in somma urgenza. Agli atti dell’inchiesta anche la consulenza di un geologo.