BETA, IN SCENA I PENTITI MICALE E D’AMICO

30 Maggio 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Antonio Mazzeo – Sono ancora una volta i collaboratori di giustizia i protagonisti al processo antimafia Beta in corso di svolgimento al Tribunale di Messina. Due deposizioni, quelle degli ex appartenenti alla consorteria criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, Aurelio Arturo Micale (foto) e Francesco D’Amico, che fanno luce su alcuni affari più o meno leciti della “famiglia” dei Romeo-Santapaola e sui legami di essa con alcuni noti imprenditori della provincia di Messina.

Buttafuori e disco-pacieri

“Facevo parte dell’associazione dei barcellonesi, del gruppo di fuoco, estorsioni e quant’altro ed ho iniziato a collaborare nel luglio 2018”, ha esordito Aurelio Micale. “Mentre facevo parte dell’associazione ho avuto modo di entrare indirettamente in contatto con gruppi criminali che operavano su Messina. Siccome io facevo parte del gruppo D’Amico, noi avevamo contatti con dei messinesi, con la famiglia Romeo in particolare, quella di Francesco Ciccino Romeo. Lui era cognato di Santapaola, Nitto Santapaola. I rapporti li aveva Carmelo D’Amico che era il promotore dell’associazione, del gruppo, e loro interloquivano sugli affari illeciti, le estorsioni e tutte le altre cose. Quello che ho saputo su Francesco Romeo l’ho saputo da Carmelo D’Amico e anche da Antonino Calderone perché io con lui avevo uno stretto rapporto. Fatti specifici con riferimento ai rapporti tra Francesco Romeo e Carmelo D’Amico non ne ho saputi, ma quando noi parlavamo, D’Amico diceva: Se c’è bisogno di qualcosa ci dobbiamo rivolgere a Ciccino Romeo di Messina che è un nostro stretto collaboratore. Perché era lui che parlava per il gruppo”.

Il neocollaboratore di giustizia ha però riferito di aver conosciuto personalmente i due figli di don Ciccino Romeo, Vincenzo e Maurizio Romeo. “A Enzo l’ho incontrato in carcere a Messina nel settembre 2017”, ha dichiarato. “Allora io ero alla cella 22 ed Enzo Romeo alla 23 insieme al fratello, un cugino e un’altra persona che non ricordo il nome. Lui si è trattenuto molto con me perché sapeva che c’era la collaborazione di Carmelo D’Amico. Diceva che era in buonissimi rapporti con noi che io già sapevo e mi dice: Mi dispiace perché adesso crea dei problemi anche a voi. Praticamente Romeo diceva che era dispiaciuto per me perché Carmelo D’Amico mi aveva accusato su tutti i reati di omicidi. E che era in buoni rapporti anche lui precedentemente”.

“Poi c’era l’altro figlio che si chiamava Maurizio Romeo. In quel periodo, 2007-2008 all’incirca, lui veniva spesso in discoteca, infatti quando ho visto il fratello più piccolo al carcere l’ho riconosciuto subito e gli ho detto: Il fratello di Maurizio sei? e lui ha detto: . Se c’erano delle discussioni con i messinesi Maurizio Romeo si metteva in mezzo per sistemare tutte queste discussioni, diverbi… Praticamente lui veniva nelle discoteche non pagando e magari dandogli anche delle consumazioni, ma essendo conosciuto a Messina, se c’era qualche messinese che dava fastidio all’interno della discoteca interveniva lui per riappacificare gli animi. Del servizio d’ordine di queste discoteche ce ne occupavamo come gruppo barcellonese, in particolare la famiglia D’Amico. Alcuni figli di Ciccio Romeo venivano di più in discoteca al Paradiso nel periodo estivo e anche al Babylone in altre discoteche che gestiva sempre la famiglia D’Amico. Eravamo ancora nel 2007-2008 all’incirca. Di risse ed altri episodi ce ne sono stati tanti perché nelle discoteche a fine serata sono tutti ubriachi e ci sono sempre delle discussioni però con il loro intervento, con l’intervento della famiglia D’Amico si riappacificavano gli animi e si spegnavano le discussioni,  così la discoteca poteva lavorare tranquillamente”.

Rispondendo alle domande del Pubblico ministero Fabrizio Monaco e di uno dei legali degli imputati, l’avvocato Salvatore Silvestro, Aurelio Micale si è soffermato sugli ambigui legami del suo ex gruppo criminale con alcuni imprenditori peloritani.  “Conosco Masino Calì, aveva l’ingrosso di macellazione di carne”, ha dichiarato il collaboratore. “Io lo conoscevo bene perché andavo spesso insieme ad Antonino Calderone che lui aveva prima la macelleria e poi la macellazione della carne. Ricordo che Calì aveva dei problemi, che non gli pagavano la carne che lui forniva, alcuni supermercati però. C’era questa lamentela in giro. Ci sono state delle persone di Messina, so che si sono interessate per far recuperare i soldi. Così c’è stato un intervento della famiglia barcellonese per far recuperare questi soldi a Masino Calì che era molto vicino all’associazione che pagava l’estorsione. Di specifico non mi ricordo onestamente chi doveva questi soldi a Calì, però della cosa ne ho parlato con Calderone perché aveva pure il fratello, Giovanni Calderone, che lo faceva lavorare dentro la sua azienda. Di questa vicenda ne ho parlato in carcere pure con Francesco D’Amico quando nel 2013-2014 eravamo detenuti a Palermo tutti e due. Eravamo stretti con lui, siamo cresciuti insieme e anche fuori commentavamo tante altre volte su questi argomenti. Facevamo dei resoconti anche sul livello economico perché Francesco ha trattenuto la cassa per un periodo, dopo il fratello Carmelo D’Amico”.

E ti porto in regalo una pistola calibro 9

“Ricordo di un episodio che sono andato a Santa Lucia sopra Contesse”, ha aggiunto Micale. “Aveva un cantiere a Tremestieri un certo Salvatore Puglisi e siamo andati a controllare perché i messinesi dovevano mettere un ragazzo per custodire il cantiere e quella sera non l’abbiamo trovato. Salvatore Puglisi era una persona vicina anche all’associazione dei barcellonesi. C’era Carmelo D’Amico che lavorava con lui ed aveva pure una percentuale sull’impianto di cemento che Puglisi aveva a Merì. D’Amico si interessava anche per far prendere commesse all’impresa di Puglisi”.

Al processo antimafia Beta, l’altro ex appartenente al clan barcellonese, Francesco D’Amico, ha invece dichiarato di conoscere personalmente un altro elemento di spicco della presunta “famiglia” dominante della città dello Stretto, Vincenzo Enzo Santapaola, cugino dei fratelli Romeo. “Sono entrato nell’associazione mafiosa nel 1994; mi sono occupato di rapine, omicidi, atti vandalici, bruciavo negozi, macchine, questo genere di reati e ho iniziato a collaborare il 28 ottobre del 2014”, ha riferito D’Amico. “Io ho conosciuto Enzo Santapaola tra il 1996 e il 1998. Enzo Santapaola è il nipote di Nitto Santapaola di Catania. Questo me lo disse mio fratello Carmelo”.

“Non mi ricordo se forse qualche volta in quel periodo pure Enzo Santapaola venne in discoteca dove io lavoravo”, ha dichiarato il collaboratore barcellonese. “Come rapporti criminali lo incontrai un’unica volta a Messina. Io, mio fratello Carmelo insieme a Nino Calderone detto Cajella e Aurelio Micale detto Chiocchio ci recammo a Messina. Io ero con un’altra macchina da solo, una Fiat Punto, perché in quella macchina portavo una pistola, avevo una calibro 9 che la tenevo nel cruscotto e loro, se non mi sbaglio, erano con la macchina di mio fratello, una Fiat Bravo. Quando arrivammo lì, scese mio fratello dalla macchina, eravamo in mezzo alla strada e parlò con Enzo Santapaola. Poi venne mio fratello nella mia macchina e mi chiese di dargli la pistola. Io gli diedi la calibro 9 e lui la diede a Enzo Santapaola. Poi mio fratello Carmelo mi disse che Enzo Santapaola aveva cercato un’arma e per questo gli diede una calibro 9 come quelle che hanno in dotazione le forze dell’ordine. Il motivo per cui noi ci recammo a Messina è perché noi dovevamo sostenere Masino Calì, un venditore di carne di Olivarella. Ora non mi ricordo se lui aveva un credito nei confronti di Enzo Santapaola o viceversa; in pratica a questo Masino Calì avevano rubato un furgone e si pensava che fosse stato Enzo Santapaola oppure qualcuno vicino a loro. Noi prendevamo le parti di Masino Calì però mio fratello era in buonissimi rapporti con Enzo Santapaola, anche per questo gli diede la pistola. Enzo Santapaola vendeva carne e Masino Calì aveva la macelleria ad Olivarella e quindi loro due avevano questo tipo di rapporti. Non ricordo come finì la questione, però ne parlai in carcere al Pagliarelli anche con Aurelio Micale tra il settembre del 2013 e il maggio del 2014. Eravamo nella stessa cella, la numero 10 al secondo piano. Io ero detenuto per l’operazione Pozzo 2 e Gotha 1 avvenuta il 24 giugno del 2011 mentre Aurelio Micale era detenuto per Gotha 4 dal luglio 2013. Micale mi disse che quella volta noi eravamo andati là perché c’era stato il furto di un furgone che era di proprietà di Masino Calì e che si pensava fosse stato Enzo Santapaola o qualcuno vicino a lui… Quando eravamo in cella, comunicavamo la maggior parte delle volte con dei bigliettini, ci scrivevamo dei bigliettini e poi io li strappavo e li buttavo nel water. Facevamo in questo modo perché avevamo paura che eravamo intercettati, che ci fosse qualche microspia in cella. Alcune volte parlavamo in cortile con parole spezzate oppure ci mettevamo la mano davanti perché io avevo sempre paura che venivamo ripresi, che ci potevano leggere il labiale e quindi agivamo così”.

Assegni in prestito con le vincite al Superenalotto

Francesco D’Amico si è poi soffermato sul noto costruttore di origini milazzesi Biagio Grasso, anch’egli collaboratore di giustizia oggi e testimone chiave nei principali processi peloritani su mafia-politica-affari. “Biagio Grasso so che lavora a Messina, fa investimenti in questa città, ha realizzato un complesso immobiliare sul Torrente Trapani”, ha raccontato D’Amico junior. “Ho avuto rapporti con Biagio Grasso fino al 2010 sicuro, 2010-2011, fino a quando non hanno arrestato me…. Ricordo che mio fratello Carmelo mi disse in un colloquio nel 2009 nel carcere di Messina, che dietro al quadro a casa sua c’era un assegno nascosto di trentaquattromila euro. Questo era un assegno che Biagio Grasso aveva dato a mio fratello Carmelo perché il Grasso gli doveva dare dei soldi. Non lo so di che cosa erano quei soldi, non so se appartenevano ai lavori del centro commerciale Carrefour di Milazzo o altri lavori, forse erano soldi di estorsione del Carrefour, non lo so questo (…) Io poi mi incontrai con Biagio Grasso, ma intanto ne parlai con Salvatore Puglisi, un imprenditore vicino alla nostra organizzazione. Sapevo che il Puglisi era in buoni rapporti con Grasso perché facevano dei lavori insieme e si dovevano comprare anche un tabacchino a San Biagio che però poi non hanno comprato forse perché non si sono aggiustati con il prezzo. Quando lo incontrai, Puglisi mi disse: Questi sono soldi di tuo fratello. E io gli dissi: Lo sa mio fratello Carmelo. Mi incontrai con Biagio Grasso e gli dissi di questo assegno. Ricordo che lui mi riferì che aveva problemi a pagare. Ci incontrammo diverse volte con lui. Noi dovevamo comprare delle case all’asta, delle case di Milazzo e le dovevamo comprare insieme. Io diedi cinquantasettemila euro a Biagio Grasso in contanti in diverse volte perché dovevamo acquistare queste case, però poi non le abbiamo acquistate più e infatti lui mi diede i soldi indietro e mi diede anche un camion. Ricordo che lui mi diede prima due assegni di cinquantamila euro ciascuno, centomila euro in tutto , e mi disse che nel momento in cui gli assegni scadevano, io glieli ridavo indietro e lui mi dava i soldi. Questi assegni erano della sua ditta. I cinquantamila euro che avevo consegnato a Grasso io li avevo presi e lo dissi anche a Grasso: Lo sai, ho fatto cinque al Superenalotto e questi sono soldi miei, non c’entra niente con l’organizzazione. Perché avevo fatto 5 al Superenalotto e gli ho dato questi soldi”.

“Ci siamo conosciuti personalmente in quella circostanza con lui”, ha precisato Francesco D’Amico. “A Grasso lo conoscevo già tramite mio fratello Carmelo; mi ha fatto una buona impressione e quindi abbiamo… Io lo conoscevo anche tramite dei lavori che stavo facendo a Messina, lavori che mi diede il costruttore Salvatore Pettina e in cui c’entrava anche Biagio Grasso. Si trattava praticamente di appartamenti. Io ho fatto quaranta appartamenti per quanto riguarda l’impianto elettrico e poi ne doveva costruire altri settanta proprio a fianco di Salvatore Pettina, un imprenditore originario di Patti. Poi i lavori furono bloccati, ma non mi ricordo il motivo adesso, forse non poteva costruire là, problemi comunali, una cosa del genere. Questo complesso si trovava sul Torrente Trapani, passando dall’autostrada si vedevano proprio. Non so se abbia realizzato direttamente questo complesso ma comunque Grasso era in affari insieme a Pettina per la sua realizzazione. So che ha preso da Pettina un appartamento e che poi lo ha restituito; a questo proposito ricordo che Pettina mi disse che Grasso gli aveva detto che quello che comandava ora a Barcellona ero io. Io smentii queste cose, perché io a Pettina non facevo sapere niente di quello che facevo. Noi parlavamo soltanto di lavori di impianti elettrici, del resto non mi fidavo di fargli sapere altro. Invece era vero che io avevo preso il posto di mio fratello… Pettina mi diceva pure che quando faceva dei lavori o faceva fare dei lavori a lui, Biagio Grasso era un tipo che non pagava a nessuno. Mi ha detto: Anche a quello che gli ha messo l’asfalto non ha dato i soldi”.

“Per quello che mi diceva mio fratello Carmelo, lui e Biagio Grasso erano in buoni rapporti. Carmelo in pratica ha fatto dei lavori anche al Carrefour, quindi quei lavori li prese anche Salvatore Puglisi. Quando parlai con mio fratello Carmelo mi parlava come se fosse una persona vicina alla nostra organizzazione. Se non ricordo male, Grasso fu comunque vittima di atti intimidatori. In pratica a Grasso gli hanno messo delle cartucce di pistola dove lui aveva l’ufficio a Giammoro. Mi dissero che aveva denunciato questa cosa, cioè non è che me lo dissero, io l’ho letto sul giornale che gli avevano messo dei colpi di pistola. E poi me lo disse anche lui che non sapeva chi lo avesse fatto. Io lo registrai perché ebbi paura che lui mi potesse denunciare, nel senso che poteva dire qualcosa contro di me. In quel colloquio a Grasso ho detto la verità, che quelli non erano soldi dell’organizzazione e che erano quelli che avevo fatto al Superenalotto. Che dovevamo comprare la casa, queste cose qua… Sono ancora in possesso di questa registrazione e anzi ho conservato l’intero registratore nascondendolo a casa mia a Barcellona in una cassetta di derivazione della luce ubicata nel bagno della stanza di mia sorella. Io lo dissi agli inquirenti che si trovava là, non so se loro l’hanno poi recuperata oppure no”.

Nuove leve di estortori crescono

“Dopo questa vicenda, io, Aurelio Micale e Domenico Chiofalo ci portammo a Portorosa dove Biagio Grasso aveva una casa e gli mettemmo una bottiglia incendiaria con delle cartucce”, ha aggiunto Francesco D’Amico. “Fu fatto anche quest’altro atto intimidatorio perché Grasso perdeva tempo, mi doveva ridare i soldi, mi doveva dare trentaquattromila euro perché poi non avevamo fatto più niente e per questo feci questa cosa. Infatti poi lui mi diede un camion, io lo portai da Nino Rizzo e mi diede trentamila euro in contanti e poi mi diede la rimanenza dei soldi, ventisettemila euro. In pratica dopo l’arresto di mio fratello Carmelo avvenuto nel 2009, io presi il suo posto, quindi potevo decidere di prendere iniziative autonomamente. Ne parlavo soltanto con Giovanni Rao quando dovevo prendere qualche iniziativa importante, ma il resto facevo da me stesso. So che per il rinvenimento di queste cartucce Grasso fece una denuncia, io per questo avevo paura. Uscì anche un articolo sul giornale”.

Sottoposti al pizzo dei barcellonesi pure i titolari del centro commerciale Carrefour e gli imprenditori Presti di Terme Vigliatore. “Ho già dichiarato in altri processi che il Carrefour pagava a Carmelo Giambò, un nostro associato, la somma di duemila euro a festa a titolo di estorsione”, ha concluso D’Amico. “Prima del suo arresto me la disse mio fratello Carmelo questa cosa. Poi ne parlai pure con Ottavio Imbesi e lui mi disse: Guarda che sono diventati diecimila euro. Era cioè diventata questa somma (…) Ho poi conosciuto Rosario Presti, quello della ditta Presti di Terme Vigliatore, sono padre e figlio. Sono imprenditori che pagavano l’estorsione ad Ignazio Artino. Allora Artino mi diceva che Rosario Presti pagava duemilacinquecento euro, non mi ricordo se era per tutte e tre le feste o per due feste. Se ne occupava lo stesso Ignazio Artino che è stato ucciso nel 2011…”.