MESSINA: Lotti e Amara, versioni opposte al processo sui soldi a Verdini. E quel filo che porta al depistaggio Eni e al Giglio magico

21 Giugno 2019 Inchieste/Giudiziaria

Uno dice di averlo incontrato una sola volta, al massimo due. L’altro risponde di averlo visto più volte nel corso degli anni. Sono due versioni che non combaciano quelle di Luca Lotti e Piero Amara. Due nomi che in un modo o nell’altro sono destinati a incrociarsi quelli dell’ex ministro del Pd e dell’avvocato al centro di trame e intrallazzi. Più volte, sullo sfondo di indagini e processi che in teoria non hanno nulla a che vedere tra loro. Amara, è bene ricordarlo, ha patteggiato tre anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari: è l’uomo al centro dell’inchiesta sul depistaggio Eni e sulle sentenze comprate al Consiglio di Stato. Su Lottipende una richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura di Roma per favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta Consip. Il braccio destro di Matteo Renzi è recentemente finito al centro dell’indagine che ha spaccato il Consiglio superiore della magistratura. Entrambi si sono materializzati a Messina per testimoniare – Amara da imputato di reato connesso, Lotti da testimone dell’accusa – al processo che vede alla sbarra Denis Verdini e Giuseppe Mineo, accusati di finanziamento illecito e corruzione in atti giudiziari. Secondo l’accusa l’inventore del Patto del Nazareno ha ricevuto circa 300mila euro dallo stesso Amara come finanziamento al suo partito, Ala. In cambio avrebbe fatto a Lotti il nome di Mineo per una nomina alConsiglio di Stato. Una nomina che poi non si è concretizzata.

La versione di Amara: “Lotti era interessato agli affari di Bacci e del gruppo” – La domanda è inevitabile: Luca Lotti conosceva Piero Amara? Secondo l’avvocato sì, eccome se si conoscevano. “Ho incontrato Lotti già nel 2014. L’ho incontrato più volte nel corso di diversi anni, ma il mio riferimento con lui era Andrea Bacci“, dice Amara al fattoquotidiano.it,confermando i contenuti del suo controesame in aula a Messina. Bacci è un imprenditore molto vicino a Matteo Renzi, ex socio di Tiziano e storico finanziatore della Leopolda. Con Amara è stato anche socio in Tele Touch. “Io incontravo Lotti – continua Amara – ma era Bacci che riferiva di volta in volta sull’andamento di alcune operazioni commerciali a Lotti. Per Lotti era importante chiudere delle operazioni commerciali d’interesse di Bacci e del gruppo perché Bacci era un finanziatore importante del gruppo. Per gruppo non mi riferisco al Pd ma ai fiorentini“. È solo uno dei passaggi delle dichiarazioni di Amara su Bacci e il Giglio Magico.

Quella di Lotti: “Lo incontrai solo una volta” – Una ricostruzione che, però, viene totalmente smentita da quella di Lotti. Alle domande su Amara, l’ex ministro ha risposto due volte. La prima l’8 agosto scorso quando è stato interrogato del procuratore di Messina Maurizio De Lucia in fase d’indagine preliminare. “Ho conosciuto l’avvocato Amara a un cocktail o a una cena verso la fine del 2015”. Versione ribadita in aula a Messina, quando gli hanno chiesto se ha avuto altri incontri dopo quello del 2015: “Penso di averlo visto un’altra volta, nell’anno 2016 ma non so contestualizzarlo”, ha risposto Lotti, che ha negato di sapere di affare tra Amara e Bacci. Impossibile, allo stato, capire chi racconta la verità tra Lotti e Amara. E chi mente. Va sottolineato ancora una volta che Amara deponeva da imputato, mentre Lotti era un teste dell’accusa. Nel suo interrogatorio dell’agosto del 2018, tra l’altro, l’ex sottosegretario mette a verbale che a presentargli Amara “fu l’avvocato Mantovani, capo legale dell’Eni” e che l’avvocato siciliano gli “fu presentato come legale o collaboratore dell’Eni”. Una versione che al fattoquotidiano.it viene smentita dai legali di Mantovani. Curiosamente Lotti in tribunale – dieci mesi dopo aver parlato con i pm – non ha più fatto il nome di Mantovani. “Sinceramente non ricordo chi mi ha presentato Amara“, si è limitato a dire. L’ex sottosegretario, insomma, avrebbe fatto un errore a citare Mantovani nel primo interrogatorio. O forse non ricordava il nome dell’ex responsabile legale dell’Eni ieri a Messina. Eppure su questa storia l’ombra dell’azienda del cane a sei zampe spunta più volte.

Amara il dirigente Eni e l’incontro con Verdini – Ad evocarla è lo stesso Amara quando fa cenno alla presunta corruzione di Verdini durante il suo primo interrogatorio a Messina, il 19 marzo scorso. “All’epoca aveva un ruolo molto importante perché costituiva l’ago della bilancia sostanzialmente quando ci fu la rottura soprattutto tra all’interno insomma di Forza Italia, Denis aveva un rapporto molto forte con il presidente del Consiglio e con il dottore Lotti “, ha raccontato in aula l’avvocato. Chi era all’epoca il presidente del consiglio? “Era Renzi. Il sottosegretario era Lotti, per cui tutti i temi che per me potevano avere una certa rilevanza insomma ne parlavo con Denis perché ne parlasse con Luca”, dice Amara. Che poi racconta di un suo “servizio” all’azienda del cane a sei zampe. “C’era un periodo che il responsabile delle relazioni esterne dell’Eni, tale Claudio Granata, che è una persona molto influente, aveva l’esigenza di conoscere l’onorevole Verdini perché c’era il rischio che Descalzipotesse insomma cadere per effetto della vicenda dell’Opl 245, io chiesi a Verdini di riceverlo a casa sua perché voleva parlargli, e lei capisce insomma che per me organizzare degli incontri tra il responsabile delle relazioni esterne Eni è una componente importante. Io ho molto lavorato con Eni e quindi era una vicenda in cui i rapporti con Verdini, con Lotti ed altri mi aiutavano anche dal punto di vista professionale”, ha raccontato sempre Amara. Secondo la procura di Milano, l’avvocato siciliano ha incassato dall’Eni almeno 11 milioni di euro. Per i pm guidati da Francesco Greco, Amara fa parte di “un’associazione a delinquere” finalizzata a “concordare un depistaggio” del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, tramite “esposti anonimi e denunce nel 2015-2016 alla procura di Siracusa”  su un fantomatico “complotto contro l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi”. È la nota storia del dossier creato per fuorviare le indagini sulla maxi-tangente che sarebbe stata pagata dall’azienda del cane a sei zampe per acquisire il giacimento Opl 245 in Nigeria. Per quella vicenda Descalzi è accusato di corruzione internazionale.

L’indagine sul Csm – Il nome del numero uno del colosso energetico è recentemente finito sui giornali perché il settimanale l’Espresso ha dato notizia del traferimento a Milano di un pezzo dell’indagine sul Csm. La procura di Perugia, infatti, ha inviato ai colleghi lombardi alcune intercettazioni – ancora top secret – l’ex ministro afferma di aver avuto dall’amministratore delegato dell’Eni Descalzi alcune carte sul fratello del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. Si tratta dello stesso magistrato che ha chiesto il rinvio a giudizio del braccio destro di Renzi per favoreggiamento, nell’ambito dell’inchiesta sulla Consip. Quelle carte servivano a gettare fango su Ielo, perché riguardavano alcune consulenze ottenuto dal fratello del pm dall’Eni. A Lotti quelle carte sarebbero arrivate da Descalzi. A farlo sospettare agli investigatori è un’intercettazione allo stato segreta, in cui Lotti parla con Luca Palamara, il pm al centro dell’inchiesta della procura di Perugia.

Il depistaggio Eni e i pm corrotti – Anche Palamara è un personaggio importante di questa storia. L’ipotesi degli investigatori è che Palamara sarebbe stato corrotto da tre persone: il lobbista Fabrizio Centofanti, l’avvocato Piero Amara e il socio di studio di quest’ultimo Giuseppe Calafiore. Tra le accuse a Palamara c’è anche quella di aver ricevuto 40mila euro per cercare di far nominare al vertice della procura di Gela Giancarlo Longo. Di chi si tratta? Di un pm di Siracusa vicino ad Amara, che ha poi patteggiato una pena di 5 anni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Si tratta dello stesso pm che – corrotto da Amara – ha aperto a Siracusa l’indagine sul complotto per far fuori Descalzi dall’Eni. Quell’indagine – come detto – era completamente falsa e aveva il solo scopo di depistare le indagini – verissime – della procura di Milano sulla tangente che sarebbe stata pagata dall’azienda del cane a sei zampe in Nigeria. Per quella storia Descalzi è oggi a processo per corruzione internazionale. Ma – come ha raccontato lo stesso Amara – ai vertici dell’azienda energica – si temeva che Descalzi “potesse cadere” per effetto dell’inchiesta sulla tangente africana.

Gli esposti anonimi a Trani – Amara sostiene di aver architettato il depistaggio da solo, senza la complicita di alcun dirigente dell’Eni. L’inchiesta della procura di Milano, però, ha portato ad alcune sostituzioni al vertice della società petrolifera: lo stesso Mantovani ha perso la guida della divisione Gas&Power, praticamente la casella numero tre del gruppo, ed è stato mandatoa Londra, negli uffici di una società Eni in Norvegia. Va segnalato che prima di far aprire la falsa inchiesta a Siracusa, Amara ci ha provato per tre volte – con altrettanti esposti anonimi – a Trani, senza riuscirci. Ad aprire un fascicolo in Puglia c’era il pm Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Al momento dell’arresto era in servizio a Roma, doveva aveva chiesto lui stesso il trasferimento, dopo essere stato sommerso da esposti che ne segnalavano l’incompatibilità ambientale. A dare l’ok al suo passaggio nella Capitale era stata la prima commissione del Csm, della quale faceva parte in quel periodo lo stesso Palamara. Poco prima del trasferimento, Savasta era riuscito a incontrare a Palazzo Chigi Lotti. Il tramite dell’incontro era Luigi Dagostino, l’ex socio di Tiziano Renzi come lo stesso Bacci. I due – Bacci e Dagostino – avevano a loro volta rapporti d’affari. Sono sempre gli stessi nomi, gli stessi giri, gli stessi legami che si riproducono tra la Sicilia, la Puglia, la Toscana. Da Firenze a Roma, passando per Milano, che oggi indaga. Rassegnaweb: di Manuela Modica e Giuseppe Pipitone da ilfattoquotidiano.it