SEBASTIANO ARDITA ELETTO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ESECUZIONE PENA DEL CSM

19 Settembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Pubblichiamo l’intervista di Antonella Mascali per Il Fatto Quotidiano al consigliere Sebastiano Ardita, da oggi presidente della Commissione esecuzione pena del Csm. È stato anche direttore dell’ufficio detenuti del Dap.

Concorda con la scelta del giudice torinese Paolo Gallo di rivolgersi alla Corte costituzionale perché, tra l’altro, ritiene “sproporzionata” la pena di quattro anni per “rapina impropria”?.

Credo possa essere una soluzione corretta in un sistema di giustizia penale bloccato tra i rigori del vecchio codice Rocco e l’inefficienza del processo e della esecuzione penale. Le norme che stabiliscono le pene e quelle attraverso cui dovrebbero applicarsi sembra che non si parlino: le prime prevedono punizioni severe, le seconde interminabili procedure per la loro applicazione e finiscono per sminuire la portata delle sentenze (come la liberazione anticipata ) per non parlare di amnistie, indulti e indultini.

Prendendo l’esempio del ladro di due bottiglie di liquori a Torino che rischia quattro anni di pena, l’Italia si conferma il Paese dal carcere facile per i “disgraziati” più che per delinquenti incalliti e del guanto di velluto per i colletti bianchi…

Il guanto di velluto per i colletti bianchi in Italia è particolarmente più evidente che altrove: lo 0,3 per cento dei detenuti appartiene a questa categoria, mentre tutto il resto è suddiviso tra criminalità violenta o professionale e soggetti espressione del disagio sociale. Le statistiche raccolte di recente, ma riferite all’anno 2015, ci suggeriscono che la permanenza media in carcere per un furto è di 250 giorni, solo il 5% dei detenuti viene ammesso ad una misura alternativa. Mentre per una bancarotta viene ammesso alla misura alternativa il 40% dei condannati e questo fa precipitare la loro media di permanenza a 190 giorni. Peccato che per una bancarotta – si pensi al caso Parmalat – le vittime possono essere anche decine di migliaia. Per non parlare, poi, dei casi in cui per tirare fuori qualcuno dal carcere o impedire ad altri di entrare sono state proposte o varate leggi ad personam. Inoltre, quella del sistema che schiaccia i delinquenti più deboli è il logico sbocco dell’esistenza di “strumenti” per modificare o eliminare le conseguenze penali, di fatto, per chi ha più mezzi economici. Se un tossicodipendente o uno straniero commette quattro reati in quattro diversi territori prenderà quattro condanne e possibilmente non avrà i mezzi per farsi riconoscere la continuazione: la differenza è drastica: dovrà scontare sette anni di carcere anziché averne due con la condizionale. Nella mia precedente esperienza di direttore dell’ufficio detenuti ho sperimentato un carcere fatto di disperati, mentre esso dovrebbe essere riservato solo ai soggetti pericolosi, cioè capaci di commettere altri reati e ledere beni giuridici rilevanti di singoli e della collettività.

Pensa che siano da rivedere le pene per alcuni reati meno gravi?

A ogni riforma non si fa altro che introdurre nuovi reati e alzare le pene di quelli esistenti. E poi siamo il Paese europeo con la più bassa applicazione di strumenti alternativi al carcere. Il nostro sistema penale è impostato su un codice che prevede la detenzione come una costante. Da qui, le incongruenze di un sistema che lavora per demolire ciò che le sentenze penali hanno stabilito. Sarebbe molto più semplice irrogare direttamente sanzioni diverse dal carcere: pene anche pecuniarie o semplicemente amministrative. Ma l’Italia è un paese “carcerocentrico”, non c’è una cultura delle misure alternative e neppure una polizia stabilmente impegnata all’esterno per i controlli quotidiani degli “affidati” e ciò comporta la sfiducia verso questo strumento.