Omicidio Beppe Alfano, la famiglia si oppone alla richiesta di archiviazione. Il prossimo 28 novembre l’udienza davanti al Gip

12 Ottobre 2019 Inchieste/Giudiziaria

di Aaron Pettinari – Lo scorso luglio la Procura di Messina aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta “ter” sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ucciso da Cosa nostra barcellonese l’8 febbraio del 1993.
Per quel delitto sono già stati condannati in via definitiva un mandante e un killer, il boss Giuseppe Gullotti e il camionista Antonino Merlino. Dopo le dichiarazioni di pentiti nel registro degli indagati sono iscritti Stefano Genovese e Basilio Condipodero, indicati dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico di essere stati il sicario ed il basista dell’omicidio.
“…Mio fratello Carmelo, dopo che uscì dal carcere nel 1995, a seguito del triplice omicidio Raimondo-Geraci-Martino,mi disse che quell’omicidio non era stato commesso da Antonino Merlino, che dunque era stato arrestato un innocente e che l’esecutore materiale di quel fatto di sangue era stato, in realtà, Stefano Genovese aveva detto D’Amico ai pm; per poi aggiungere: “Mio fratello Carmelo non mi disse come fosse venuto a sapere queste circostanze. Per l’omicidio Alfano furono arrestati Merlino e Pippo Gullotti ma mentre Merlino non c’entrava niente, era coinvolto in pieno Gullotti… Mi pare di ricordare che Carmelo mi disse anche che all’omicidio Alfano aveva partecipato tale Basilio Condipodero, soggetto anche lui affiliato ai barcellonesi. Specifico però che non sono sicuro che mio fratello mi abbia riferito di tali circostanze. Mi pare di ricordare che la partecipazione di Condipodero all’omicidio Alfano me l’abbia riferita qualcun altro, ma in questo momento non ricordo chi”.
Adesso la famiglia Alfano, opponendosi alla richiesta di archiviazione dei magistrati tramite il legale Fabio Repici, chiede proprio di approfondire ulteriormente proprio le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia partendo proprio da D’Amico. A parlarne è la Gazzetta del Sud. Altri temi da approfondire, secondo il legale, i punti oscuri presenti dietro la latitanza del boss catanese Nitto Santapaola nelle zone di Barcellona Pozzo di Gotto ed il depistaggio che nel corso degli anni si sono consumati sulle indagini dell’omicidio. Secondo Repici “l’omicidio Alfano è stato il crimine sul quale maggiormente gli organi istituzionali hanno mostrato il loro volto peggiore, con la commissione di sconvolgenti omissioni e veri e propri depistaggi”. Nella premessa all’atto di opposizione all’archiviazione Repici evidenzia proprio come“le indagini furono caratterizzate nell’immediatezza da un clamoroso depistaggio: il dr. Canali, pmprocedente fin da subito, aveva saputo dal giornalista Alfano delle sue certezze sulla presenza del latitante Santapaola nel barcellonese, eppure dal momento dell’omicidio occultò tale sua consapevolezza e si impegnò in ogni modo a tenere fuori dal fascicolo ogni spunto che potesse imporre la necessità di far accertamenti su quella presenza. Al riguardo occorre dire che le risultanze oggi presenti in atti, dimostrano come la presenza di Santapaola nel barcellonese fosse stata appurata non solo da Alfano ma anche da organi investigativi e di intelligence fin da epoca precedente all’omicidio Alfano, eppure non ne era mai stata lasciata traccia nel fascicolo relativo all’omicidio Alfano”.
E poi ancora: “Sul punto occorre ancora sottolineare come la richiesta di archiviazione, lealmente, per l’ennesima volta ha dovuto riconoscere come gli spunti e le sollecitazioni offerti personalmente da Sonia Alfanoe dal sottoscritto difensore sono stati tutti particolarmente appropriati e rilevanti e oggi potremmo dire perfino profetici”.
Adesso il prossimo 28 novembre il Gip di Messina dovrà valutare tutti gli elementi e decidere ancora una volta sul caso dopo che già in due precedenti occasioni si era espresso ordinando nuove indagini.
Nella richiesta di archiviazione, siglata dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dal Procuratore capo Maurizio De Lucia, erano emersi elementi nuovi.
Ricostruendo il contesto della latitanza del boss catanese Nitto Santapaola nel barcellonese (la stessa Procura parla di “punti di contatto” tra la latitanza del capomafia e l’omicidio del giornalista) si faceva riferimento alle testimonianze di un ispettore di polizia che confermerebbe la presenza del boss Nitto Santapaola, durante la latitanza, a Terme Vigliatore e Portorosa tra il 1992 ed il 1993, con il forte interesse dello Sco e del Sisde, e quella di una donna che sarebbe stata “amante” del capomafia catanese.
Tra le questioni “irrisolte” vi è quella sparizione di documenti sul traffico d’armi e di uranio di cui ha sempre parlato la figlia di Alfano, Sonia. “Quegli appunti – ha ricordato in più occasioni – sono spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi che portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”.
E poi ancora la vicenda della pistola Colt 22, mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici.
A rendere ancora più ingarbugliato il caso la richiesta di revisione del processo presentata da Gullotti nel 2016, accolta lo scorso luglio dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, nonostante nei suoi confronti è aperto un fascicolo a Reggio Calabria dove è indagato assieme all’ex pm Canali (accusato per corruzione in atti giudiziari per favorire Cosa nostra). Due procedimenti distinti che di fatto si basano sul memoriale scritto proprio da Canali nel 2006 in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe cercato di scagionareGiuseppe Gullotti dalle accuse mossegli in un altro processo, noto come Mare Nostrum, sollevando dubbi anche sulle sue responsabilità nel delitto Alfano, responsabilità che pure aveva sostenuto in fase di indagine e in aula nelle vesti di sostituto procuratore pur non contestando l’aggravante della premeditazione (così per Gullotti giunse una condanna a 30 anni invece che all’ergastolo, ndr).
Vicende che si intrecciano e che, a ventisei anni di distanza dal delitto, rendono ancora una volta manifesto l’alone di mistero che si sviluppa dietro il delitto Alfano. La speranza è che il Gip non sancisca la parola fine alla possibilità di far piena luce sullo stesso. fonte: da antimafiaduemila.com