Sebastiano Ardita: ”Non dimentichiamo da dove veniamo: siamo quelli del 1992”

16 Novembre 2019 Inchieste/Giudiziaria

Nei giorni scorsi si è tenuto il Plenum straordinario del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per nominare il nuovo Procuratore generale della Corte Suprema di Cassazione dopo la bufera che ha investito la Procura di Roma e lo stesso Csm con l’inchiesta di Perugia su Palamara (il pm ex consigliere del Csm accusato di aver accettato gioielli e viaggi per pilotare le nomine di magistrati). Il magistrato catanese Sebastiano Ardita, membro togato del Consiglio superiore della magistratura e presidente della Prima Commissione, su Facebook ha voluto ricordare l’impegno vissuto in questi anni assieme ad un altro membro del Csm, Nino Di Matteo, recentemente eletto anche con il sostegno della corrente Autonomia e Indipendenza, che vede come principali esponenti Piercamillo Davigo e lo stesso Ardita. Di seguito proponiamo il testo integrale scritto dall’ex procuratore aggiunto di Catania.

Non dimentichiamo da dove veniamo: siamo quelli del 1992

di Sebastiano Ardita
Sono passati 6 anni da quei momenti terribili. Anche se ci sembra ieri. Prima le minacce di Totò Riina, poi l’inizio di un procedimento disciplinare, infine la condanna a morte del capo di Cosa nostra registrata in diretta.
In mezzo a questo caos Nino mi chiese di assumere la sua difesa nel procedimento disciplinare. Non era solo una difesa tecnica, era la difesa dei magistrati della nostra generazione del 1992, di quelli arruolati poco prima delle stragi e mandati in campo aperto a combattere una battaglia che era iniziata con le bombe, ma che ben presto non avrebbe riguardato più soltanto mafiosi che sparano. Era la difesa di una posizione assunta a tutto campo, rispetto alla quale ad un certo punto stavamo perdendo di vista da dove venisse l’insidia. Come poteva accadere che tanti prendessero le distanze di fronte alla solitudine di chi combatteva sullo stesso fronte e contro gli stessi nemici di Falcone e Borsellino?
Molti, anche alcuni colleghi, iniziarono a salutarmi freddamente, come se mi fossi messo in una battaglia persa e sbagliata.

Si, percepivamo solitudine ed anche abbandono. E temevamo che in quel silenzio potessero essere tirate fuori questioni formali che, togliendo credibilità professionale, avrebbero potuto far venire meno l’ultimo presidio – quello delle Istituzioni e dei cittadini contro l’isolamento. Nello stesso periodo anche a me è capitato di finire a causa del mio lavoro sotto un fuoco di accuse incrociate, rivoltemi da personaggi diversi ed apparentemente distanti. E mi sono dovuto difendere e dare giustificazioni.
Si, per un attimo abbiamo avuto paura del CSM, dove entrambi per ragioni diverse abbiamo temuto di finire gravati da accuse che ritenevamo ingiuste, mentre avevamo solo fatto il nostro dovere; ma poi tutto è andato bene grazie alla posizione assunta dalla Procura generale della Cassazione.
Oggi a sei anni di distanza il destino ci ha dato in sorte di stare entrambi seduti lì: esattamente uno di fronte all’altro, in costante contatto visivo per condividere sensazioni, complicità, ironie. Ma non potremo mai dimenticarci di quando ci sentivamo soli e avevamo paura del CSM. Abbiamo perciò oggi un grande dovere morale: quello di stare vicini ai Pm e ai giudici che si sentono soli, e fare in modo che essi non provino mai, neppure per un attimo, quella stessa sensazione. Abbiamo il dovere di impedire ciò e di non dimenticare neanche per un attimo come eravamo.