Beppe Alfano: la storia di una ”penna dissidente”. A 27 anni di distanza permangono misteri sulla morte del giornalista siciliano

di Karim El Sadi – Ventisette anni fa a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, veniva fermata per sempre una “penna dissidente”. Quella di Beppe Alfano. Un giornalista che amava tanto la verità quanto sua figlia Sonia, che negli anni ne ha raccolto il testimone intraprendendo, anche lei, una lotta intensa contro la mafia. Alfano era considerato un giornalista controcorrente a partire dalla sua idea di politica. A differenza di molti dei suoi colleghi non si rispecchiava nei principi socialisti o comunisti, ma si identificava maggiormente nella linea di pensiero di destra, sfatando così quel mito che vorrebbe gli eroi dell’antimafia schierati solo a sinistra. Beppe Alfano non aveva neanche il tesserino da giornalista il giorno che è stato ucciso (non si iscrisse mai all’Ordine), come a voler dimostrare, senza presunzione, che per denunciare il crimine organizzato non servono né titoli né targhette. Basta la forza di volontà e l’amore per la verità. Una verità che ancora oggi fatica ad arrivare. Alfano venne assassinato la notte dell’8 gennaio del 1993. Stava rientrando a casa in Via Marconi dalla stazione quando alcuni uomini esplosero tre colpi di pistola calibro 22 alla testa e al torace mentre si trovava ancora a bordo della sua Renault 9 rossa. Poco prima dell’agguato all’angolo della strada vide qualcosa, si allontanò per poi tornare indietro dalla moglie e dirle di salire su in casa e chiudersi dentro. Appena entrata Mimma Barbaro informò la figlia, Sonia, dell’anomalo comportamento del padre. La ragazza, dopo aver tentato vanamente di contattarlo, chiamò al giornale La Sicilia dove Beppe Alfano lavorava, che al telefono le comunicarono la drammatica notizia. Fin da subito, come spesso accade, iniziarono a palesarsi le prime millanterie che parlavano di gioco d’azzardo o motivi passionali come causa del delitto. La realtà che emerse solo a distanza di tempo inseriva invece l’omicidio in un contesto decisamente più serio e inquietante. Giorni prima dell’agguato Alfano ripeteva in maniera quasi ossessiva ai propri familiari un’orrenda convinzione: “Mi uccideranno prima del giorno di S. Sebastiano”. Il giornalista, già prima di iniziare la propria collaborazione nel 1991 con il quotidiano La Sicilia, aveva iniziato a denunciare abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, emittente tv rilevata nel ‘90 dall’amico d’infanzia Antonio Mazza. Qui Alfano si occupava di cronaca, dirigeva i servizi giornalistici. Ma aveva anche scoperto gli scandali di un’associazione di assistenza dove gravitavano una serie di interessi politico-mafiosi, e indagava sulle logge di Messina e Barcellona, considerate vero e proprio feudo del clan catanese dei Santapaola già dalla fine degli anni Settanta. Insomma era iniziato a diventare scomodo per le sue inchieste giornalistiche e per quella capacità di saper riconoscere a distanza il puzzo del malaffare. Ma il vero motivo che portò Cosa nostra a mettere a tacere un altro giornalista siciliano, l’ottavo, ancora non è del tutto chiarito.

 

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L’ex pm Olindo Canali


25 anni di processi ma la verità resta lontana

Il processo per la morte del cronista de La Sicilia iniziò nel 1995. Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias, e il boss Giuseppe Gullotti erano accusati di essere i mandanti del delitto mentre Antonino Merlino era imputato per aver commesso l’omicidio. Quest’ultimo nel 2006 fu condannato a ventun anni e sei mesi di reclusione, mentre i primi due vennero assolti. Al processo d’Appello la condanna a Merlino venne confermata, ma a questa si aggiunse quella a Gullotti (a trent’anni) con la matrice mafiosa dell’omicidio che venne comunque riconosciuta. Negli anni scorsi, però, con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, il caso è stato riaperto per accertare l’intervento di possibili mandanti esterni e per scoprire la verità sul depistaggio che nel frattempo si era consumato. Le dichiarazioni di D’Amico fecero iscrivere nel registro degli indagatiStefano Genovese e Basilio Condipodero, indicati dal collaboratore di giustizia come il sicario ed il basista dell’omicidio.

Mio fratello Carmelo – disse D’Amico ai pm – dopo che uscì dal carcere nel 1995, a seguito del triplice omicidio Raimondo-Geraci-Martino, mi rivelò che quell’omicidio non era stato commesso da Antonino Merlino, che dunque era stato arrestato un innocente e che l’esecutore materiale di quel fatto di sangue era stato, in realtà, Stefano Genovese”. Poi aggiunse: “Mio fratello Carmelo non mi disse come fosse venuto a sapere queste circostanze. Per l’omicidio Alfano furono arrestati Merlino e Pippo Gullotti ma mentre Merlino non c’entrava niente, era coinvolto in pieno Gullotti… Mi pare di ricordare che Carmelo mi disse anche che all’omicidio Alfano aveva partecipato tale Basilio Condipodero, soggetto anche lui affiliato ai barcellonesi. Specifico però che non sono sicuro che mio fratello mi abbia riferito di tali circostanze. Mi pare di ricordare che la partecipazione di Condipodero all’omicidio Alfano me l’abbia riferita qualcun altro, ma in questo momento non ricordo chi“. L’inchiesta ter, dunque, vede indagate almeno due persone ma il Procuratore Vito Di Giorgio e Procuratore capo Maurizio De Lucia l’estate scorsa hanno chiesto al gip l’archiviazione. I giudici il 28 novembre 2019 hanno rinviato l’udienza camerale dopo che la famiglia Alfano assistita dall’avvocato Fabio Repici si era opposta a tale richiesta. Nel documento depositato al gip il legale ha inserito nuovi elementi investigativi che dovrebbero far luce sulla vicenda chiedendo di approfondire ulteriormente proprio le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia partendo da D’Amico. Secondo Repici il delitto rappresenta il “più grave dei crimini commessi a Barcellona Pozzo di Gotto da Cosa nostra“. Non solo. “E’ questo il crimine sul quale maggiormente organi istituzionali hanno mostrato il loro volto peggiore, con la commissione di sconvolgenti omissioni e veri e propri depistaggi“. Nella memoria depositata infatti – come ha riferito in un’intervista all’agenzia Agi Sonia Alfano – vengono “descritti documentalmente gli innumerevoli depistaggi che sono stati adoperati da Olindo Canali, il quale chiaramente non ha agito da solo, ma con la complicità di apparati istituzionali deviati con cui lui era in contatto”. Olindo Canali, oggi giudice del Tribunale di Milano nella sezione specializzata per l’immigrazione, è accusato di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante, scrivono il procuratore della Repubblica, Giovanni Bombardieri, e l’aggiunto, Gaetano Paci, di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività di Cosa nostra e in particolare della famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto. Canali era l’autore di una lettera anonima presentata durante il processo Mare Nostrum. In quella lettera, oltre a venir screditato l’avvocato Fabio Repici, veniva esternato il dubbio che la persona condannata al processo per omicidio di Beppe Alfano, cioè Pippo Gullotti, non fosse il responsabile dubitando anche la validità delle indagini condotte da Canali stesso. Da quella missiva lo scorso luglio i giudici della corte d’Appello di Reggio Calabria hanno stabilito la revisione del processo proprio per Giuseppe Gullotti. Una decisione che Sonia Alfano ha descritto come un “caso unico della storia dell’ordinamento giudiziario”.

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Sonia Alfano © Imagoeconomica


Ombre e misteri

L’omicidio Alfano si inserisce nella lunga lista di delitti di mafia avvolti da misteri. Varie sono le trame mai chiarite intorno alla vicenda.
Diversi elementi emersi nelle indagini hanno evidenziato come Beppe Alfano sarebbe riuscito a venire a conoscenza della latitanza del capo mafia Nitto Santapaola nella sua Barcellona Pozzo di Gotto. Nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta “ter” redatta dal procuratore aggiunto di Messina Vito Di Giorgio e dal Procuratore capo Maurizio De Lucia si legge che “gli accertamenti finalizzati a dimostrare un collegamento tra l’omicidio del giornalista Giuseppe Alfano e la latitanza di Nitto Santapaola nel barcellonese hanno messo in luce punti di contatto tra i due aspetti“. Purtroppo, secondo gli inquirenti, nonostante gli elementi raccolti “non è possibile affermare con certezza che quelle indagini siano state la causa della sua morte; in ogni caso, anche a voler dare per accertato tale assunto, non si dispone di alcun elemento per individuare gli autori del fatto“. Secondo Sonia Alfano, invece, il padre venne ucciso proprio per aver scoperto la latitanza di Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto e quindi aver rivelato la cosa al pm Canali, che Alfano riteneva un amico. Sempre la Alfano ha raccontato di documenti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando “spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine”. In quell’occasione “alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”. Tra i buchi neri irrisolti, anche il mistero della Colt 22, l’arma usata per l’omicidio mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del cronista. Su quest’arma si potrebbe aprire un vero e proprio “cold case”. L’ennesimo sul quale i famigliari del giornalista siciliano si vedono costretti a indagare per raggiungere quella giustizia e verità che da 27 anni continuano a non presentarsi. Fonte: da antimafiaduemila.com