Delitto Agostino, “Quel poliziotto depistò le indagini”. Il padre gli chiede un risarcimento

13 Gennaio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Da trent’anni aspetta di sapere chi ha ucciso suo figlio Nino e la moglie incinta, Ida, quel pomeriggio del 5 agosto 1989. “E’ un dolore ancora grande – dice Vincenzo Agostino – perché oggi so che la verità è dentro lo Stato”. Il papà del poliziotto diventato il simbolo delle battaglie per fare luce sui misteri di Palermo non è disposto a rassegnarsi. E con l’avvocato Fabio Repici (foto)  – scrive Salvo Palazzolo oggi su la Repubblica Palermo – ha deciso di lanciare un’iniziativa senza precedenti: ha chiesto un risarcimento all’ispettore accusato di aver depistato le indagini con la distruzione degli appunti del figlio ucciso nel 1989. Lui si  chiama Guido Paolilli, abita a Montesilvano (Pescara), è in pensione ormai da anni, giovedì dovrà presentarsi davanti al giudice del tribunale civile di Palermo Paolo Criscuoli. Papà Agostino e le sorelle di Nino gli chiedono 50 mila euro.

“L’indagine per favoreggiamento nei suoi confronti si è chiusa solo per l’intervenuta prescrizione”, ricorda l’avvocato Repici. “Le intercettazioni della Dia non lasciano dubbi sul suo ruolo”. Il 21 febbraio 2008, a casa Paolilli stavano seguendo un’intervista del signor Agostino, sulla Rai, il figlio dell’ispettore chiese un commento, la risposta del padre fu lapidaria: “Una freca di cose, che… proprio… io ho pigliato e poi ne ho stracciato…”.

Cosa c’era scritto in quegli appunti distrutti? E che attività svolgeva davvero Nino Agostino, ufficialmente solo un poliziotto addetto alla squadra Volanti del commissariato San Lorenzo? La sera del delitto, un suo collega stilò una relazione di servizio informando l’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera che Nino si occupava della ricerca di grandi latitanti, da Riina e Provenzano, assieme a un amico poliziotto che tornava di tanto in tanto a Palermo. Il compagno di quelle indagini era Guido Paolilli, da sempre molto vicino a Bruno Contrada, il superpoliziotto accusato di rapporti con la mafia.

Nonostante quell’indicazione così precisa fatta dal compagno di pattuglia di Agostino, la squadra mobile iniziò invece a indagare sulla pista di un’improbabile vendetta dei familiari di un’ex fidanzata del poliziotto. E, intanto, qualcuno andava nella casa di Altofonte di Nino per trafugare i suoi appunti, quelli di cui aveva scritto in un biglietto conservato nel portafoglio: “Se mi succede qualcosa, cercate nell’armadio di casa”.
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Ma cosa c’era scritto in quegli appunti distrutti? “Come ufficiale di polizia giudiziaria – dice ancora l’avvocato Repici – Paolilli avrebbe dovuto preservare e portare a conoscenza dell’autorità giudiziaria ogni reperto utile all’accertamento della verità sul delitto e sulla sua causale. Invece, l’attività di depistaggio ha cagionato enormi danni ai familiari di Nino Agostino, che non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia sull’assassinio del proprio congiunto”.

Nel suo atto di citazione, il legale ricorda la sentenza del tribunale di Palermo sul depistaggio nel caso del disastro di Ustica: in quell’occasione, il giudice parlò chiaramente di un “vero e proprio diritto alla verità, oltre che quello immediatamente conseguente del diritto a ottenere giustizia”. A un risarcimento furono condannati i ministeri della Difesa e dei Trasporti, in favore dei familiari delle vittime, per “la dimostrata attività di ostacolo e di depistaggio posta in essere, nel corso degli anni, allo scopo di impedire una rapida e veritiera individuazione delle effettive cause del disastro, con occultamento di prove significative e di indizi essenziali alla scoperta della verità”.

Nel caso Agostino, prove e indizi furono sistematicamente cancellati per non far emergere la verità sull’omicidio. I pentiti di mafia hanno saputo dire ben poco sugli esecutori, nei mesi scorsi la procura generale di Palermo ha avocato il fascicolo dopo la richiesta di archiviazione della procura della repubblica per due indagati, i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto, quest’ultimo ritenuto l’anello di congiunzione fra l’organizzazione mafiosa e ambienti deviati dei servizi segreti.