LA RECENSIONE: Sì, Brunori SAS è diventato grande. Anzi, grandissimo

16 Gennaio 2020 Culture

di Massimiliano Passalacqua – «Uhm, mi sa che dobbiamo aspettarci un disco pop», avevo pensato dopo aver ascoltato i due singoli che hanno anticipato il nuovo album di Brunori SAS, Al di là dell’amore e Per due che come noi. E in effetti, Cip! – uscito il 10 gennaio debuttando direttamente al numero 1 della classifica di iTunes – è, almeno musicalmente, un disco pop: nelle sonorità, nella presenza di synth, voci doppiate e ritmi in quattro quarti, nella struttura quasi rigidamente ancorata alla canzone italiana, nel rarefarsi della presenza degli strumenti antichi o tradizionali, negli arrangiamenti lontani da quel sapore vintage che caratterizzava il disco precedente. A un primo ascolto, il colpo di genio del cantautore cosentino sta proprio nel contrasto tra un linguaggio musicale che vuol parlare a quante più persone possibile e testi ancora più ispirati, onesti, per certi versi più “poetici” rispetto al premiatissimo A casa tutto bene. Un vestito – diciamo così – mainstream sotto il quale si nascondono profondità di analisi, sensibilità e anche qualche “schiaffone” alle nostre coscienze assopite come in Al di là dell’amore, appunto, e Benedetto sei tu. In più, ci sono – ma non mancano mai nei dischi di Brunori – almeno un paio di perle: segnalo in particolare la straziante Quelli che arriveranno, un piccolo capolavoro di stampo degregoriano che chiude un disco maturo, pulito, cazzutissimo.

Ora, la mia militanza brunoriana  è non solo nota, ma anche ampiamente sbandierata; e non nego di aver provato un pizzico di apprensione quando il Dario nazionale ha annunciato l’uscita del suo nuovo lavoro, a ben tre anni dal precedente. A casa tutto bene era una congiuntura astrale favorevole, una felice combinazione di classe, ironia e spirito dei tempi che lo aveva reso un album praticamente perfetto per quest’epoca così come La verità (che risentiremo nella colonna sonora del nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo Odio l’estate, firmata proprio da Brunori) aveva quasi magicamente intercettato le paure, le insicurezze, i problemi di una generazione, la mia, che ha vissuto la fine della giovinezza (La fine dei vent’anni, direbbe il suo amico Motta) in un mondo dilaniato, privo di punti di riferimento, diretto all’inferno come Brunori canta in Benedetto sei tu. E’ naturale che il punto di partenza sia proprio quell’album, premiato con il disco di platino e definitivo punto di svolta della carriera del cantautore calabrese: come si sarebbe posto Dario nei confronti di quello che è diventato un totem della canzone d’autore italiana degli ultimi anni? Beh, la scelta di fondo mi sembra orientata verso un disco meno “politico” e più intimo. Se in A casa tutto bene non ci sono, di fatto, canzoni d’amore personali (Diego e io racconta l’amore tra Frida Kahlo e Diego Rivera) e i singoli estratti dall’album sono tutt’altro, stavolta l’apripista non è Al di là dell’amore, uscito a settembre, ma la bellissima ballad Per due che come noi, della quale lui stesso ha detto: «Mi rendo conto che, ascoltando il disco, quello è “il” pezzo».

Senza quindi abiurare al suo album più famoso né replicarlo, Brunori è riuscito nel difficile intento di fare un ulteriore passo avanti, di portare la sua musica e il suo messaggio, il suo sguardo sul mondo e sulla vita a un pubblico potenzialmente più vasto ed eterogeneo: non è un caso che nella tracklist figuri più di un pezzo MOOOLTO radiofonico (soprattutto Capita così che sarà con ogni probabilità il prossimo singolo), mentre praticamente tutti sono perfetti per essere eseguiti live e far saltellare un bel po’ di gente in parterre (in prima linea, oltre a Capita così e Al di là dell’amore, le stesse Anche senza di noi, Benedetto sei tu, Fuori dal mondo). E anche questa non pare una casualità se si pensa che da fine febbraio Brunori sarà in tour, per la prima volta, nei palazzetti. E che palazzetti: Forum, Casalecchio, PalaEur e infine Pentimele per una chiusura “a casa” che si annuncia già trionfale. Perché mi sento di affermare che Cip! sarà un successo clamoroso e proietterà definitivamente Brunori nell’Olimpo della canzone d’autore italiana. Per gli stadi c’è tempo, ma chissà.

L’album si apre con Il mondo si divide, un po’ il manifesto programmatico di quello che sentiremo: un percorso critico tra il bene e il male, tra l’odio e l’amore, tra il politico e il privato. Il brano è anche il trait d’union con il disco precedente che si chiudeva con la riflessiva La vita pensata, e apre la strada a questa “armonia degli opposti” che mi pare la cifra del disco e che però verrà sviluppata come un approdo, anche triste ma soprattutto liberatorio, alla fine della tracklist. Anche dal punto di vista musicale, questa ballata con una strumentazione e un arrangiamento piuttosto tradizionali ricorda parecchio la leggerezza vigile e attenta di A casa tutto bene.

La prima sorpresa arriva con la riuscitissima Capita così, con quella ritmica in stile Smashing Pumpkins e un ritornello che rimane in testa, nel quale i cori (bella anche la tessitura vocale nella strofa) e gli archi incorniciano un perfetto anthem da concerto. Il testo parla di bilanci, del fare i conti con la propria inadeguatezza di fronte all’età adulta e, più in generale, a una vita sempre più complicata e punteggiata di inciampi ma anche di piccoli miracoli. Il brano più radiofonico dell’intero album e probabile singolo (come detto) di successo, destinato ad essere uno dei più amati già da questo primo live e anche in futuro.

In un’alternanza di temi, ritmi e mood musicale segue Mio fratello Alessandro, delicata poesiola sull’amore (quello familiare) e sulla solitudine. I riferimenti sono chiaramente metaforici, il ritornello è una ninna-nanna che contestualizza la cattiveria e cerca di pacificare persino «l’uomo che uccide e l’uomo che muore», uniti nello sguardo da un filo invisibile chiamato destino. Dal punto di vista musicale è una ballad rétro, quasi anni Settanta, basata su pianoforte e bellissimi incisi strumentali.

Anche senza di noi si apre con un coro quasi da stadio (o meglio, da… palazzetto) e ironizza su una malattia tra le più “infettive” di questo tempo: la tendenza a considerarsi il centro del mondo, che invece – scrive il poeta – «girerà anche senza di noi», e d’altra parte ci mancherebbe. Il Brunori relativista e disincantato di Secondo me si riaffaccia con una temperie diversa, più consapevole e senz’altro meno irrisolto. Musicalmente è forse il brano più riuscito del disco, con una melodia solida e una strumentazione potente che diventa esile e delicata nel finale. Dal vivo sarà un botto.

A questo punto è lecito attendersi un’altra sorpresa, ed ecco la slide guitar di La canzone che hai scritto tu. Canzone che potrebbe tranquillamente aver scritto Francesco De Gregori, e già sapete che per me è un complimentone-one-one. Ballata agrodolce, che di Canzone contro la paura riprende i temi ma rovescia la visione: se lì la pretesa incapacità di scrivere di grandi temi era un modo per gridare e contrario la propria legittimità come cantautore, qui è un tenero abdicare, un’accettazione serena e matura dei propri limiti e del proprio ruolo nel mondo e nella musica. Finale ancor più sorprendente e affascinante perché è quasi psichedelico, nello stile beatlesiano di Strawberry Fields forever. Peccato si interrompa bruscamente: mi sarei goduto il pieno orchestrale per almeno un altro paio di minuti buoni ogni volta.

Quasi due milioni e mezzo di visualizzazioni per il video di Al di là dell’amore, primo singolo estratto (a settembre scorso) figlio evidentemente di un’esigenza di urlare l’indignazione per la cattiveria che sembra averci contaminato, principalmente – ma non solo – sui temi dell’accoglienza e dell’umanità. Un’invettiva con un testo straordinariamente duro e diretto rispetto a come ci ha abituato Brunori, servita con il contorno di un tessuto sonoro molto pop, quasi dance. Dopo i primi ascolti il contrasto inizia a funzionare davvero bene e rende giustizia all’esperimento. Peraltro un singolo ideale per tratteggiare le caratteristiche dell’album ancora in preparazione.

In una delle interviste rilasciate per presentare il nuovo disco, Brunori ha riconosciuto l’influenza dell’ascolto di Giovanni Truppi, originalissimo cantautore napoletano di qualche anno più giovane di lui che porta avanti, in maniera assolutamente personale, un’eredità che rimonta al primo Bennato. Questa linea di discendenza mi pare si palesi soprattutto in Bello appare il mondo, che appunto del primo Bennato ha sia il “graffio” («La tua storia personale è una grande cazzata, lo sai / è soltanto una scatola vuota riempita di vecchie versioni di te») sia le armonie, specie nell’inciso.

Il primo aggettivo che viene in mente dopo l’ascolto di Benedetto sei tu è “rutilante”. Simile per tematiche a Al di là dell’amore, il brano è stato definito una “preghiera laica” e mette l’accento sull’importanza di un’etica personale, sganciata dai precetti religiosi e dalla morale dominante; il tutto con una profusione di cori, archi, trombe e chi più ne ha. Altro pezzo che dal vivo incendierà i palazzetti e già il preferito di mia figlia Teresa, otto anni, brunoriana “doc” che lo ha imparato a memoria prima di me.

E ora sono c…i. La tracklist fa seguire Per due che come noi e io non so proprio come parlarne. Facciamo così: andate su YouTube a guardare il video diretto da Duccio Chiarini e vediamo se riuscite a non commuovervi fino alle lacrime. Se resistete, vi basterà scorrere i commenti per capire di essere praticamente i soli (qui il pianto dirotto della conduttrice Mia Ceran dopo l’ospitata di Dario a Quelli che… il calcio). Pianoforte, archi, un testo apparentemente semplice che dipinge l’amore dopo l’innamoramento, la forza e la passione che ci vogliono per andare avanti, insieme, dopo tanti anni. Sempre tra i commenti di YouTube ho letto che è stata paragonata a La cura di Battiato; io la vedo più simile a un altro capolavoro, Il bacio sulla bocca di Ivano Fossati. Per il mio gusto, per la mia sensibilità e per mille altri motivi, la più bella canzone d’amore italiana degli ultimi anni.

L’unico problema è che dopo cotanta ballata romantica l’ascoltatore ha bisogno di riprendere fiato. Missione affidata a Fuori dal mondo, metà seguito ideale di Mambo reazionario e metà colonna sonora de La Sirenetta con i suoi ritmi tropicali e la presenza di suoni da cartoon. Una dichiarazione di appartenenza alla categoria dei sognatori, consapevoli di esserlo ma non disposti ad arrendersi alla realtà.

A chiudere il disco è una ballata quasi straziante, nella quale coesistono magicamente l’ispirazione di De Gregori e lo sguardo di Lucio Dalla. E’ Quelli che arriveranno, scritta insieme al palermitano Antonio Dimartino così come l’altrettanto intensa Diego e io dell’album precedente. Il toccante addio di un bambino malato terminale che si chiede come sarà il mondo che lui non riuscirà a vedere, e se gli uomini che verranno dopo di lui avranno «chiuso nel petto, magari / un cuore più grande, un cuore gigante», il verso che chiude in una sorta di disperata bellezza canzone e  disco.

In definitiva, mi aspetto che Cip! riceva anche delle critiche, in particolare per la scelta di Brunori di dare un raffinatissimo vestito pop (ma non it-pop, attenzione: synth o non synth, siamo lontanissimi dai tommasiparadisi o dai calcutta della situazione) a tematiche cantautorali. Il rischio era che questo contrasto divenisse sproporzione, invece il cantautore cosentino riesce a districarsi alternando alto e basso, ritmi e messaggi, costruendo un disco tanto diverso da A casa tutto bene ma che indica chiaramente quale strada intende prendere dopo la consacrazione che quel disco ha rappresentato. Facile immaginare che in futuro Brunori possa fare uno o più passi indietro per tornare alla scrittura naif e quasi anacronistica degli inizi; oggi, però, l’idea che lo guida è di rendere il proprio messaggio fruibile da un pubblico più ampio, di adattarsi per questo ad intrattenerlo senza rinunciare a costringerlo a pensare. E se un giorno, quando Brunori ci lascerà, qualcuno dovesse scrivere sulla sua tomba «Belli i primi, poi venduto» come in Fuori dall’hype dei Pinguini Tattici Nucleari, ci saremo noi brunoriani a difenderlo e a celebrare il fatto che, semplicemente, Dario è diventato grande. Anzi, grandissimo.