ESCLUSIVA – ‘PREDOMINIO’, PARLA L’EX BOSS DI GIOSTRA MARIO MARCHESE: “GLI EX PENTITI HANNO TRADITO LO STATO”

20 Gennaio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Enrico Di Giacomo – Si sentivano forti, onnipotenti, invincibili. Erano feroci come iene. Loro, la peggio gioventù degli anni settanta e ottanta, oggi ex padrini quasi settantenni, guardano quegli anni con un pò di nostalgia per il tempo passato ma anche con il distacco che la lunga distanza con quella stagione buia inevitabilmente produce. Con le cicatrici di chi ha combattuto, le ferite dei duelli e l’anima macchiata per sempre dal sangue delle tante vittime uccise senza nessun rimpianto.

Gli anni ottanta a Messina sono stati caratterizzati dalla guerra tra clan mafiosi, una vera e propria carneficina, tantissimo sangue sulle strade ed equilibri fragilissimi che mutavano dopo ogni omicidio eccellente.

Sono anni in cui la spartizione del territorio da parte delle famiglie mafiose era molto più netta rispetto ad oggi, anni in cui tantissimi giovani di periferia di una città abbandonata e sfruttata solo in periodo di campagna elettorale, affascinati dal denaro facile e dal potere, si facevano reclutare fin da giovanissimi dalle ‘famiglie’. Centinaia di giovani pronti ad uccidere e ad essere uccisi. La guerra di mafia come unica prospettiva concreta. Una guerra con decine di cadaveri e un esercito di persone rimaste a piangerne l’assenza.

Mario Marchese, in quel periodo è un personaggio di rilievo all’interno delle cosche messinesi. Un boss che si conquista in poco tempo la fiducia e il ‘rispetto’ della gente del suo quartiere, Giostra, e non solo. A colpi di pistola, imponendo le estorsioni e il terrore. Ha ottime relazioni con la maggior parte degli altri gruppi mafiosi della città. Allaccia saldi rapporti con il gruppo dei Barcellonesi; le sue conoscenze giungono fino ai “cugini” palermitani, al boss Pietro Aglieri, ‘u signurinu’ in persona e a Piddu Madonia, l’indiscusso padrino della famiglia di Vallelunga Pratameno (CL). Ma anche con i milanesi e i romani. E’ il primo boss ad uscire fuori dal proprio territorio e a creare alleanze oltre lo Stretto.

Marchese è orgoglioso del suo esercito di killer professionisti, uomini senza scrupoli, freddi e precisi. Tra gli altri spiccano i nomi di Luigi Leardo, Mulè ‘culu niru’ (“era il mio autista”), Nicola Galletta, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Gaetano Barbera.

Alcuni di loro hanno scelto di pagare fino all’ultimo giorno la condanna. In silenzio. Irriducibili. A loro modo di vedere sconfitti, non vinti. Altri hanno scelto di seguire il capo e di svuotare il sacco, dopo aver trascorso anche alcuni anni al 41 bis.

I nomi di Galletta, Bonaffini, Pietropaolo e Barbera sono ritornati di recente, dopo anni di oblio, sulle pagine delle cronache locali dopo l’ultima e importante operazione della Squadra Mobile della Questura di Messina del 20 dicembre scorso denominata ‘Predominio’. A finire in cella anche Cosimo Maceli, factotum di Galletta e Vincenzo Barbera, fratello di Gaetano. Sono tutti accusati di associazione mafiosa. A un quinto ex collaboratore di giustizia arrestato, Antonino Stracuzzi, viene contestato invece solo il reato di detenzione di armi aggravato dalla mafia.

Padrini e pentiti. E’ stata definita la mafia dei pentiti. Un clan composto da collaboratori di giustizia scoperto grazie alla tenacia della procura di Messina guidata di Maurizio De Lucia. È nella città dello Stretto che erano tornati cinque ex pentiti di mafia, dove avevano ricostruito la cosca, si erano armati e ripresi il controllo del territorio dedicandosi ai più classici degli affari illeciti: estorsioni e traffico di droga.

L’inchiesta ha portato a quattordici misure cautelari in totale – 13 in carcere e una di arresti domiciliari – ed è nata un anno fa, quando la polizia ha scoperto che un gruppo di ex pentiti messinesi, protagonisti di spicco dei clan negli anni ’80 e ’90, erano tornati in città dopo aver espiato la pena e aver concluso il percorso di collaborazione.

Il personaggio chiave dell’inchiesta coordinata della Dda di Messina è l’ex pentito Nicola Galletta, killer del clan di Giostra, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Letterio Rizzo, inteso “u ferraiolu”, boss ucciso il 23 febbraio del 1991. Mafioso dello stesso clan, Rizzo fu eliminato nel corso della guerra scoppiata all’interno della cosca. Galletta ha scontato anche una condanna a 18 anni per mafia. E’ stato recluso al 41 bis per anni. Nell’ultimo periodo era in detenzione domiciliare. Le dichiarazioni rese da Galletta  tra il 2005 e il 2006 hanno riguardato diversi omicidi, traffico di stupefacenti, estorsioni, rapine, la ricostruzione degli organigrammi e dei rapporti esistenti tra i vari gruppi criminali di Messina e i collegamenti con la criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto, Catania e nella Provincia di Reggio Calabria. 

Da quasi un anno gli investigatori indagavano usando intercettazioni, pedinamenti e analisi dei traffici telefonici. In questo modo hanno accertato l’esistenza di due organizzazioni criminali, una di tipo mafioso, l’altra con il principale scopo di trafficare in droga, legate tra loro da interessi illeciti comuni. Le organizzazioni “sorelle” avevano assunto un ruolo negli ambienti criminali tale da incidere sulle dinamiche del malaffare messinese. Per decidere gli affari gli associati si incontravano in un ristorante del centro, gestito da Nicola Galletta.

La maggior parte di loro, come detto, oltre ad avere una storia delinquenziale molto simile, sono accomunati dall’essere appartenuti, negli anni ottanta, allo stesso gruppo criminale che aveva come leader indiscusso il boss Mario Marchese.

Marchese oggi ha quasi settant’anni, vive in centro Italia assieme alla sua famiglia. Sta scontando l’ergastolo come mandante dell’omicidio di Letterio Rizzo, ucciso nel 1991. E’ agli arresti domiciliari da sorvegliato speciale, libero di uscire di casa dalle nove del mattino fino all’ora di pranzo e nel pomeriggio, non oltre le nove di sera. Sempre all’interno del proprio Comune di residenza. Da tre anni non dipende più dal Servizio Centrale, dopo una collaborazione di 23 anni, iniziata nel 1993, interrotta nel 1997 ma ripresa poi nel 2000.

Ad un mese esatto dalla clamorosa operazione di Polizia, lo abbiamo raggiunto telefonicamente e intervistato per avere un commento sugli arresti e sui fatti che riguardano i suoi ex ‘ragazzi’, cresciuti con le pistole in mano e senza legge.

“A Messina non metto piede da circa sei anni. A maggio ‘festeggio’ 31 anni di detenzione consecutiva, in tutto 45 anni. E ancora non mi vogliono liberare!”. “Si, è vero. Ho ucciso e fatto uccidere quasi una trentina di persone dal 1981. Ma poi ho scelto di vivere un’altra vita. Ho deciso di pentirmi per la mia famiglia. Di avere un altro nome. Di godermi la mia famiglia e da qualche anno i miei otto nipoti, con il 41 bis bis li avrei visti un’ora al mese. E anche di lavorare. Ho fatto il manovale, poi ho lavorato in una fabbrica che sfortunatamente è fallita. Sono stato anche responsabile del personale all’interno di una fabbrica con 40-50 persone alle dipendenze. Tutto questo fino al 2005. Ho tentato anche di mettermi in proprio aprendo un’attività commerciale che però ho dovuto chiudere”.

Signor Marchese, ha letto degli arresti che hanno riguardato alcuni suoi ex associati e poi anche collaboratori di giustizia?

Si, ho letto la notizia. E pensando a loro, ho fatto questa riflessione: quando eravate con me non eravate dei boss, perchè ero io a comandare. Adesso che siete diventati collaboratori, volevate fare i boss. Eravate mafiosi ma non eravate boss, vi facevate comandare. E questo è stato il commento che ho fatto anche con Pasquale Castorina (un altro collaboratore di giustizia, Ndr). Nicola Galletta, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Gaetano Barbera erano nel mio gruppo, li ho fatti crescere io.

Lei è un collaboratore di giustizia come lo sono stati loro ed era il loro boss di riferimento.

Lo Stato a noi ci ha dato una opportunità, a me lo stato di mafiosità ad un certo punto non mi interessava più. Ed io sono molto felice di aver fatto questa scelta e la rifarei sempre. Loro invece hanno fatto delle cazzate, perché hanno fatto delle cazzate. Hanno tradito lo Stato.

Se lo sarebbe mai aspettato?

Non mi aspettavo che potessero tradire il patto. Certo, quando ho sentito dire che si trovavano tutti a Messina, con la mia esperienza e conoscendo i personaggi, ho iniziato a sospettare. Mi è sembrata una cosa strana. Non è stata una cosa bella! Pensavo si volessero fare una nuova vita a Messina. Bonaffini sapevo che lavorava col pesce in un centro commerciale, Galletta aveva aperto un locale. Mi avevano detto che fosse a Messina già da 3 anni, è stato il primo a farlo. Io non avevo contatti con loro e non li volevo avere.

Ma li ha mai più visti in questi anni?

Io non li vedo da anni, oltre 25 anni. Li ho solo incrociati in qualche processo da collaboratori.

Nell’ordinanza cautelare c’è una intercettazione (che pubblichiamo a seguire) in cui sua moglie, Graziella Vento, commenta la loro presenza nella città dello Stretto con Pasquale Castorina. Mostrando tutto il suo sconcerto per la presa di potere da parte degli ex pentiti, e allo stesso tempo confermando che era ormai noto il fatto che comandassero. (“…alla fine, poi lo hai visto? Se ne sono scesi lì sotto, questi che collaboravano, se ne sono scesi lì… quando noi stavamo, sempre onestamente, sono stata sempre con lo spavento, per i miei, per tutti i miei … fine a quando non si sveglia qualcuno che si sente veramente malandrino, Pasquale… e dice, ma questi hanno collaborato ed ora vogliono comandare? … ma è una barzelletta, Pasquale! E’ una barzelletta o no, Pasquale? … cioè, se erano a Catania o a Palermo, non è che succedeva questa cosa, che facevano comandare a loro… c’è pure questa voce in giro…che comandano, che comandano questi qua, l’ultimi arrivati… comandano questi, comandano quelli…hanno preso il sopravvento…però, in effetti c’è la voce che gira … no, no, le voci, le voci, le voci che ci sono in giro, le voci che ci sono in giro, non è…capito? Le voci che girano non è che…incompr…il vero “).

Si, io con Castorina mi sento. Lui lavora dalla mattina alla sera, ha finito tutto, ha già scontato 30 anni. Lavora come distributore di giornali. Lui ci è rimasto male, Bonaffini è suo genero (coniugato con la figlia Natalina, ndr), Pasquale Pietropaolo suo nipote. Mi ha detto, “Mario, è gente senza cervello”. Erano sistemati, lo Stato gli ha dato i soldi, si sono comprati le case. Io non me lo aspettavo. Dicevo sempre che semmai dovevano stare attenti dopo il pentimento, avevo paura che li ammazzassero. Quando ho letto tutte queste cose qua, ho pensato ‘sono stati dei pazzi’, non pensavo volessero prendersi Messina in mano. E’ stata una cosa dell’altro mondo, troppo strana. Hanno fatto delle cazzate senza pensare alla moglie e ai figli.

In realtà dalle carte dell’inchiesta ‘Predominio’ risulta che il nipote, Pasquale Pietropaolo, almeno in una occasione, relazionasse telefonicamente allo zio Pasquale Castorina sulla situazione e in particolare su quella che viene definita, con un nome in codice, “la questione Gorbaciov”: «Dovevano aggiustare una cosa».

Lo sa che sono accusati anche di narcotraffico?

Addirittura, io sono sempre stato contro la droga e non l’ho mai fatta vendere a Messina. Volevano fare i sodi. Io ho ucciso, ho fatto il mandante di omicidi, estorsioni, ma ero contro la droga. Loro lo sanno. Ho solo fatto entrare nel traffico a Messina Pietro Aglieri, gli facevo da garante, ma io sulla droga non ho mai guadagnato soldi. Sentire che questi qui, che appartenevano a me, che sapevano come la pensavo io adesso trafficano in droga è perchè non hanno capito niente della vita. E’ gente che è cambiata rispetto a quando stavano con me.

Chi era Natale Galletta agli anni ottanta?

Nicola Galletta era un giovane killer. Cinico, senza paura. Lo stesso Salvatore Bonaffini. Spesso facevano gli omicidi assieme. Galletta entrò nel mio gruppo nel 1986, Bonaffini nel 1991. Pietropaolo era vicino a Domenico Di Blasi. Con Pasquale Castorina si è poi avvicinato a me dopo l’omicidio di Di Blasi, ‘occhi ‘i bozza’.

Ha mai avuto dubbi sulla loro credibilità come collaboratori di giustizia?

Si, ho avuto sempre dubbi sulla loro affidabilità di pentiti. Sapevo che non dicevano la verità nelle loro dichiarazioni, le bugie hanno sempre le gambe corte…

Nella relazione annuale della Direzione Investigativa Antimafia si fa riferimento, per quanto riguarda la presenza della criminalità mafiosa in centro Italia (in Abruzzo per l’esattezza), al gruppo Marchese di Messina che sarebbe legato alla famiglia calabrese dei Ferrazzo.

Si, sono i miei figli Mirko e Fabio, 40 e 42 anni. Sono stati arrestati il 2 settembre 2016 e dopo due mesi scarcerati. Adesso stanno affrontando il processo a Pescara. Il 4 febbraio c’è la prossima udienza.

 

Fabio Marchese e il fratello Mirko Marchese, titolari di Bar Planet a Porticon, finirono in manette nel settembre del 2016, con le pesanti accuse di associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e riciclaggio. Sarebbero, secondo le indagini dei carabinieri sfociate poi nell’operazione Isola Felice, i principali referenti di Eugenio Ferrazzo sulla costa molisana, che insieme al padre Felice sarebbe stato capace di mettere in piedi una cellula di ’ndrangheta lontano dalla terra natìa, precisamente Mesoraca, nel crotonese. Il locale, Planet win in via Venezia, una copertura per lo smistamento di carichi illeciti. L’operazione “Isola Felice” mise alla luce l’ormai preoccupante infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto di una regione come l’Abruzzo. Coinvolto il clan crotonese Ferrazzo di Mesoraca. L’organizzazione criminale, insediatasi in Abruzzo e Molise, avrebbe esteso le sue attività criminale anche in altre regioni e all’estero. I fratelli Marchese, gestori del locale Planet win, vengono ritenuti appena sotto i Ferrazzo nella scala gerarchica dell’organizzazione ’ndranghetistica. «Ma si sono sempre professati estranei e continuano a farlo – commentava l’avvocato Giuseppe Di Carlo a poche ore dalla notizia del ricorso accolto dal Tribunale della libertà. «Di riscontri ai fatti narrati dai collaboratori di giustizia non ce ne sono. Non credo che questi racconti reggeranno in fase di dibattimento».

 

A pensarla così è anche il padre.

Lui (il collaboratore Ferrazzo, ndr) abitava accanto a casa loro. La sua è stata una vendetta perchè i miei figli si sono rifiutati di uccidere la moglie, che lo aveva tradito e si è fatta nel frattempo un’altra vita. Voleva che gli salvassero l’onore.

Perchè avrebbe dovuto pensare di coinvolgere proprio i suoi figli in un omicidio?

Pensava che essendo figli di un vecchio boss fossero mafiosi anche loro. Ma mio figlio ha registrato tutto.

Lei ha mai avuto a che fare con loro?

Mai. Io l’ho schifato subito. Anche se su di me ha detto una cosa. Che una volta eravamo a Pescara e che avrei sparato la notte di capodanno per festeggiare il nuovo anno assieme a lui e ai miei figli. A Pescara mi hanno poi interrogato. Io ero sotto protezione, mica potevo fare quello che volevo… Io non ho mai avuto una nota negativa in 17 anni di stato di detenzione consecutiva. “Tu e la tua famiglia siete delle persone tranquille, siete rispettati. Educati, gentili”, ci dicevano quelli dei Nop (nuclei operativi di protezione, ndr).

Lei sta scontando un ergastolo per un omicidio che dice di non aver mai ordinato.

La mia verità è questa. Ho ucciso quasi trenta persone, ma l’omicidio Rizzo non l’ho ordinato io. Lo spiegai anche al magistrato Carmelo Marino. “Dottore, che problema avrei ad accusarmi di un altro omicidio… ma non sono stato io”. Mi accusarono tanti collaboratori solo perchè, comandando io a Giostra, per deduzione l’omicidio l’avrei ordinato io. L’omicidio in realtà lo fecero Nicola Galletta e Giovanni Salvo. Io e Di Blasi con le rispettive mogli quella sera eravamo andati a cena fuori. Il gruppo di fuoco di Luigi Galli vide Letterio Rizzo salire da una strada di Giostra e andare verso la casa dei genitori. Luigi Galli decise di approfittarne. E anche senza la mia autorizzazione, Galli garantì per lui, Galletta fece fuoco. I fratelli Rizzo erano sempre a casa mia, tanto che il fratello Rosario, la sera dell’omicidio mi chiese conto e ragione… come avrei mai potuto ucciderlo.

Lei ha iniziato a delinquere all’interno del clan Costa?

“Ma chi ha mai appartenuto al clan di Gaetano Costa! A 15 anni ci frequentavamo, ma poi chi lo ha visto più. Io con lui ho rotto nell’86. Io l’ho poi deposto. Dicono che ero alle dipendenze di Costa. Ma noi abbiamo sempre fatto quello che dicevamo noi, non quello che diceva lui. Ci tengo a precisarlo. Io ho iniziato con Ione Zagarella (il boss Melchiorre Zagarella, ndr), una persona bravissima, per la pace. Ho capito con lui come comportarsi.

Quando ha deciso di collaborare?

Ho iniziato a collaborare convinto dal maresciallo Gatto. Mi arrivò un mandato di cattura per l’omicidio dell’avvocato D’Uva, ed ero già al 41 bis nel carcere di Milano. Ma io non c’entravo nulla. Fui accusato dal collaboratore Umberto Santacaterina. L’avvocato D’Uva era una persona meravigliosa, una bravissima persona, aiutava i detenuti anche senza denaro. Io finì all”isolamento dell’isolamento’. Una cella scura, senza luce, televisione. Ho pure tentato il suicidio, mi volevo impiccare. Il maresciallo Gatto mi convinse che non sarei mai più uscito di galera. “Ti hanno già abbandonato tutti, per loro sei già finito”, mi diceva. Tranne la mia famiglia che non mi ha mai lasciato.

Come vive adesso signor Marchese?

Ho beneficiato per alcuni mesi, fino a tre anni fa, della pensione sociale, 461 euro. Poi con la legge Monti-Fornero, che vieta a chi è stato condannato per associazione mafiosa di poterne beneficiare, non l’ho più avuta (la legge n. 92/2012, art.2, comma 58 prevede che in caso di sentenza di condanna per una serie di reati di particolare allarme sociale indicati dal codice penale – reati con finalità di terrorismo; associazione di tipo mafioso, ecc. – il giudice disponga, come sanzione accessoria, la revoca di una serie di prestazioni assistenziali di cui il condannato risulti titolare: indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale e pensione di invalidità civile, ndr). Ma io collaboro dal 1993, dov’è più questa mafiosità…“.

 

CHI E’ MARIO MARCHESE

Mario Marchese è stato mandante o esecutore di quasi trenta omicidi. La sua carriera di uomo d’onore comincia nei primi anni ’80, quando a comandare era Gaetano Costa. Poi, quando è Domenico Cavò a prendere le redini del gruppo di Costa, nel frattempo finito in galera, Marchese si ritaglia una sua “fetta” d’influenza negli affari della cosca, fino a quando, a metà degli anni ’80, allaccia saldi rapporti con il gruppo dei Barcellonesi; le sue conoscenze giungono fino ai “cugini” palermitani, al boss Pietro Aglieri in persona.

Ma anche con i milanesi e i romani. E’ il primo boss ad uscire fuori dal proprio territorio e a creare alleanze oltre lo Stretto. A metà degli anni ottanta, durante il blitz di S.Paolino, viene arrestato per associazione mafiosa, ma un anno dopo è di nuovo libero, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Viene arrestato nuovamente nel novembre dell’86 dalla Mobile: è ritenuto il capo di una banda di estortori. Dal carcere esce nel luglio dell’88: usufruisce di una licenza premio di 5 giorni e si dà alla latitanza. Da quel momento continua a sedere al tavolo dei “big”.

Soltanto con l’inizio degli anni novanta comincia il lento declino del suo gruppo che non riesce a concretizzare una vera e propria alleanza con il clan di Pippo Leo. Nel ’92 la grande decisone: teme per la sua vita e decide di pentirsi, è il primo dei boss a farlo. Ma la doccia fredda arriva nel ’95: anche se pentito gli viene inflitto l’ergastolo come mandante dell’omicidio di Letterio Rizzo, ucciso nel ’91. Nel ’97 l’altro “colpo”: gli viene revocato il programma di protezione. A metà del ’98 Marchese comincia a fornire importanti dichiarazioni al sostituto procuratore della Dna Carmelo Pertralia. Da quel momento torna in “scia”, divenendo «dichiarante». Nel 2002 l’ennesima svolta, e Marchese riottiene lo “status” di pentito. Sul piatto della bilancia hanno senza dubbio pesato i verbali che Marchese ha riempito, a cominciare dagli ultimi mesi del ’98, e che sono poi scaturiti nell’operazione antimafia “Witness”, che ha coinvolto tra gli altri l’imprenditore palermitano Michelangelo Alfano e il “patriarca” di Villafranca Tirrena, Santo Sfameni.

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