“Verdini mi diceva chi accusare nel processo a Messina”. Le nuove rivelazioni dell’avvocato Amara sui depistaggi Eni

24 Gennaio 2020 Inchieste/Giudiziaria

“Denis Verdini mi scrive le dichiarazioni che avrei dovuto rendere nel processo a suo carico a Messina per finanziamenti illeciti”. Sono le prime dichiarazioni che trapelano dai nuovi verbali di Pietro Amara, l’avvocato al centro di una ragnatela di potere che ha avvolto tutta Italia. Nello scorso dicembre Amara – già arrestato nel 2018, patteggiando una pena a tre anni – ha fatto altre rivelazioni davanti ai pm di Milano, da cui giovedì è scaturita una serie di perquisizioni. Al centro i depistaggi nei processi relativi all’Eni e in particolare a Claudio Descalzi, attuale numero uno del colosso petrolifero. Ma il legale delle trame ha parlato anche di interventi illeciti per pilotare inchieste, processi e incarichi statali.

Amara ha consegnato ai magistrati un “appunto manoscritto in originale redatto” da Verdini, circostanza citata nei provvedimenti di perquisizione. E ha spiegato: “Nell’attività di depistaggio è stata strumentalizzata anche l’attività parlamentare”. Secondo l’avvocato, “molto di recente, attraverso Denis Verdini, gli è stato nuovamente proposto di scaricare la responsabilità del finto complotto su Massimo Mantovani (ex capo dell’ufficio legale di Eni) e Antonio Vella (ex numero due della società)”. Amara ha affermato che Verdini gli avrebbe ribadito “che qualora avessi parlato della vicenda Eni avrei dovuto sostanzialmente dire che Vella e Mantovani volevano salvare Descalzi ed erano i reali ispiratori della manovre”. L’operazione prevedeva pure un intervento in Parlamento: “Ho incaricato un senatore di Ala, Lucio Barani, presidente del gruppo di Ala, a depositare un’interrogazione parlamentare diretta a costituire una commissione di inchiesta per far luce sul complotto ai danni dei vertici Eni. Ribadisco che l’interrogazione parlamentare era funzionale a far istituire una commissione di inchiesta che si occupasse delle vicende di Milano e di Siracusa”.

La portata di questo depistaggio secondo la procura milanese era altissima. E mirava al controllo dell’Eni. Secondo i pm, gli indagati erano “tutti interessati a vario titolo a proteggere Descalzi  dalle indagini per corruzione internazionale”. Amara sostiene che “Claudio Granata, capo del personale del gruppo, in accordo con Descalzi era stato l’ispiratore della richiesta” a Vincenzo Armanna, ex manager della società, “di ritrattare le dichiarazioni nel procedimento sul caso Nigeria e di avvalersi nel processo della facoltà di non rispondere in cambio della promessa di riassunzione in Eni e di guadagni che Eni gli avrebbe veicolato”. Nei documenti la procura fornisce una ricostruzione della trama, indicando numerosi personaggi coinvolti. Lo stesso Amara “ha ricevuto denaro al fine di serbare il silenzio sul coinvolgimento di Granata nelle iniziative giudiziarie”. E gli sarebbero stati promessi “compensi professionali non inferiori ai 150.000 euro all’anno”. Scrivono i pm: “Sono emersi elementi gravi e concreti che consentono di ritenere che un gruppo di persone unite tra loro da stretti legami personali e/o di affari, tra cui dirigenti e avvocati interni ed esterni della società Eni abbia dato vita ad una associazione a delinquere per intralciare l’attività giudiziaria, depistare e delegittimare, attraverso false denunce e la costruzione ad hoc di un complotto sorretto da missive anonime e documenti falsi” le inchieste milanesi. Procedimenti “che vedono coinvolta, fra gli altri, l’Eni, Descalzi e l’ex ad Scaroni, con il particolare intento di far risultare falsamente che quanto emerso fosse il frutto di una macchinazione ai loro danni”.

Immediata la replica dell’azienda: “Eni, in merito ai provvedimenti emessi giovedì dalla Procura di Milano, desidera confermare la propria stima nei confronti degli attuali dirigenti interessati”. La società ribadisce “la fermissima convinzione di essere parte lesa”. E “tiene a evidenziare con grande sconcerto che le accuse alla base dei provvedimenti sono state formulate dai signori Piero Amara e Giuseppe Calafiore, soggetti pluripregiudicati e Vincenzo Armanna indagato sia nel procedimento relativo alla Nigeria, sia in quello relativo al cosiddetto depistaggio”. Nella sua nota Eni ricorda “come, a luglio dello scorso anno, nell’ambito del procedimento Nigeria, sia stato  depositato dal difensore di uno degli imputati un documento della Polizia giudiziaria di Torino in cui Armanna, in una conversazione con Amara, al fine di volere estromettere alcuni manager di Eni dalla gestione delle attività nigeriane, rispetto alle quali nutriva interessi economici personali, prometteva di adoperarsi per causare l’emissione di avvisi di garanzia a loro carico da parte della Procura di Milano”. E conclude: “Eni è certa che gli accertamenti della magistratura inquirente, nella cui attività la società ripone assoluta ed incondizionata fiducia, consentiranno di chiarire ulteriormente l’estraneità della società e degli attuali manager interessati dal provvedimento alle ipotesi investigative”

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