“Cosa Nostra S.p.A.”, dagli anni ’80 a oggi, da Catania a Messina all’affermazione della “Mafia dal volto garbato”

18 Febbraio 2020 Inchieste/Giudiziaria

di Attilio Bolzoni – Sono tanti i libri che raccontano le mafie ma ce ne sono alcuni più rilevanti di altri perché sono quelli che ci aiutano a capire, fanno riflettere, ci indicano tracce da seguire. Poi ci sono libri – anche significativi – che ci spiegano molto sul nostro passato criminale e ci sono al contrario libri che azzardano previsioni sul futuro. In queste pagine di “Cosa Nostra S.p.A.” ho trovato un filo, anzi una trama, che attraversa il prima e il dopo, il sotto e il sopra, che lega la faccia sconcia al volto rassicurante, la borgata al salotto, il profumo al sangue, lo Stato alla mafia o – se lo trovate meno  indecoroso – la mafia allo Stato.

Il punto di partenza è Catania, città sempre snobbata (mafiosamente parlando) da noi siciliani cresciuti dall’altra parte – Palermo, Trapani, Caltanissetta ed Agrigento, l’isola ad Occidente -, e così poco considerata che per lungo tempo ha goduto dei favori del silenzio e con i favori del silenzio è diventata un “modello” vincente in Sicilia e fuori dalla Sicilia. Per farla breve: nella mafiosissima e superba Palermo si scannavano e nell’astuta Catania intanto facevano affari d’oro. Il punto di partenza in verità è anche “Catania bene”, libro del 2015, scritto dallo stesso autore, Sebastiano Ardita, magistrato, procuratore aggiunto a Catania e a Messina, un’intensa esperienza alla direzione del Dap (il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) e attualmente componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura.

Da Catania a “Catania bene” c’è un solo percorso, direi naturale, che ci porta a questo testo che è tante cose insieme: è saggio, racconto, è diario. Tutto si mischia in “Cosa Nostra S.p.A.”, memoria e analisi che si intrecciano con i dubbi sulla vera o presunta vittoria dello Stato contro la mafia dopo le stragi del 1992. Scrive Ardita nella sua prefazione: «Se la mafia militare ha perso, non sono perdenti i metodi insidiosi della mafia nascosta».

Tutto è messo in gioco e si rimescola nelle duecento pagine che si aprono dai ruggenti Anni ’80 e finiscono nel vortice di un oggi sempre più confuso e indecifrabile: «Discutere in modo superficiale di mafia e antimafia, come se fossero immutabili, ha rappresentato un comodo riparo per impostori. Discuterne laicamente – senza la pretesa di possedere delle verità ma mettendo in dubbio le troppe certezze di un’antimafia di regime – è un’operazione un po’ eretica, ma alla quale non possiamo sottrarci».

Il prima e il dopo. Ci sono i Santapaola, gli Ercolano, ci sono i Mazzei. E i Costanzo e i Graci e i Rendo. E Mario Ciancio con il suo impero che sembrava eterno. E poi Nino Drago, Salvo Andò, Rino Nicolosi. E là in fondo e là in mezzo, voce solitaria, Pippo Fava. La mafia che uccide in una città dove la mafia non esiste, perché è Catania e non è Palermo ma Fava muore a Catania e tutti fanno finta di niente. Poi il tempo scivola via, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Le zone commerciali, i terreni, la “febbre da ipermercato” con i nomi che sono sempre gli stessi e i nomi che cambiano, la star della politica che adesso si chiama Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia. E’ una forma speciale di potere che si rigenera in un riflesso di specchi.

Non si spara più, la mafia non si manifesta più all’esterno con la violenza delle armi ma stringe relazioni con le imprese e la politica, incrocia il suo fatturato con gli interessi dei colletti bianchi a capo di multinazionali ed enti pubblici, una mafia nascosta che nascosta in realtà non è. Ed è qui, proprio quando entra prepotentemente nella contemporaneità, che il libro di Sebastiano Ardita ha uno scarto che lo rende estremamente prezioso: quando parla della mafia che va oltre il 416 bis.

Consiglio a tutti la lettura – e l’invito a ragionarci sopra – da pagina 75 in poi, quando l’autore segnala la distanza fra “appartenenti” e “concorrenti” e arriva a scrivere che «la mafiosità finisce per diventare una condizione sociale di ceto, al pari di un requisito di nascita o di uno stigma sociale». E’ un ragionamento che si spinge oltre quello di Ardita, che ci costringe a superare confini che ci eravamo imposti per quieto vivere, che ci obbliga a non accontentarci sempre e comunque delle verità giudiziarie quando i fatti – tutti i fatti – si sviluppano semplicemente davanti ai nostri occhi.

Sul “concorso esterno” il libro indugia tanto, lo riesamina citando la «pregevole ordinanza» di un giudice di Messina (Salvatore Mastroeni) che capovolge certezze: «Quello che veniva considerato un tempo il concorso esterno – il mondo delle corruzioni, degli appoggi trasversali, delle rivelazioni di segreti strategici; i rapporti politici; la protezione dei latitanti; l’agevolazione negli investimenti – è oggi la vera essenza della mafia». Bisogna studiarlo questo testo di Ardita se vogliamo acquisire un po’ di sapere in più sulla mafia siciliana senza farci sopraffare dalla pigrizia (anche giudiziaria) e da una retorica che non porta mai niente di buono. Bisogna analizzarlo parte dopo parte, anche in quelle pagine dove non sono le esitazioni del magistrato ad affiorare ma le inquietudini dell’uomo.

E’ un’esplorazione che va avanti e indietro, ricordi di una Catania che ama divertirsi ma che è attraversata «da un male invisibile», affari e ancora affari da un’epoca all’altra dove “finalmente”, alla fine, trionfa in tutta l’isola e anche all’esterno il mito della mafia dal volto garbato. Per spiegarcelo Ardita ritorna un’altra volta a Messina dove «la Cosa Nostra in versione ordinaria indossa definitivamente il colletto bianco e rinuncia deliberatamente alla violenza…il sistema è rovesciato…le strutture militari dell’intimidazione danno un ‘concorso esterno’ alla mafia degli affari e dei colletti bianchi, solo quando questa va in fibrillazione e ha bisogno  dell’aiuto esterno  di quelli che sparano». La mafia ha già fatto le sue mosse. E lo Stato è sempre lì a rincorrere, a inseguire, qualche volta disorientato perché la mafia la riconosce solo se è spudoratamente “cattiva”, grossolana, mafiosa anche nella forma, nel vestito.

Il resto del libro è dedicato all’antimafia, quell’antimafia che da “ghetto” si è trasformata in lobby. La materia è vasta e complicata ma Ardita sa governarla con sapienza. Un attraversamento, in lungo e in largo. Dalla brutta espressione “Mafia dell’antimafia”  alla corsa frenetica ai finanziamenti, dalle esperienze virtuose (cita Libera) e alla selva di associazioni e onlus con scopo sociale “la legalità”, dalla Commissione parlamentare Antimafia di Rosy Bindi che squarcia il velo sugli scandali alla “dittatura dell’antimafia” voluta da Antonello Montante e da Ivan Lo Bello, la “strepitosa” era della legalità confindustriale. Una giostra, uno scherzo, un incubo.

( Sebastiano Ardita, Cosa Nostra S.p.A., Il patto economico tra criminalità organizzata e colletti bianchi – PaperFirst, 201 pagg, euro 16).

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