Delitto Caccia, la Cassazione conferma l’ergastolo a Rocco Schirripa

20 Febbraio 2020 Inchieste/Giudiziaria

La Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Rocco Schirripa, accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che il 26 giugno del 1983 uccise il procuratore di Torino Bruno Caccia. Come mandante nel 1992 è stato condannato il boss della ‘ndrangheta Domenico Belfiore. I giudici hanno rigettato il ricorso della difesa contro la sentenza della Corte d’Assise d’appello di Milano del 14 febbraio 2019.

Soddisfatto il procuratore generale Alfredo Pompeo Viola che nella sua requisitoria aveva detto “Il quadro d’insieme che emerge è inequivocabile, chiedendo la conferma della “pena massima prevista dall’ordinamento” per l’imputato. Richiesta cui si è associata la parte civile, i famigliari di Caccia che hanno sempre chiesto nuove indagini ma si sono convinti nel corso del processo che Schirripa sia colpevole.
Una richiesta davvero senza attenuanti quella del procuratore generale. Anche se non ha premuto il grilletto, se ha avuto un ruolo di “rincalzo”, ha fatto da vedetta o da palo, se era su un auto d’appoggio come è prevedibile, visto che quella degli sparatori è stata abbandonata dopo solo 800 metri. “Perché ogni partecipante doveva conoscere in dettaglio le modalità dell’esecuzione del delitto”, ogni piccolo ingranaggio. “Considerando che trattiamo dell’assassino di un procuratore e come tale, qualsivoglia imprevisto avrebbe potuto inficiare la realizzazione del progetto omicidiario”.

Rocco Schirripa, il panettiere del clan Belfiore, era stato arrestato nel 2015 con l’accusa di aver partecipato all’agguato del procuratore capo di Torino il 26 giugno 1983. “Un delitto del genere è ideato, progetto e infine realizzato in contesti organizzati e quello del dottor Caccia prima vittima di mafia al Nord, è logicamente ipotizzabile che non sia stato compiuto solo dai due sparatori e dai due condannati, Belfiore definitivo e Schirripa per cui chiedo lo stesso epilogo” ha detto il magistrato, sostenendo l’accusa nel processo che ha messo la parole fine a un giallo durato 37 anni.

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