Operazione Dinastia: L’estorsione ai vincitori di 500mila euro alle slot-machine. Ecco come è andata

28 Febbraio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Pizzo a commercianti, imprenditori ma anche chi vinceva al gioco era finito nel mirino del racket dei clan di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Le indagini della Dda di Messina e del Ros hanno portato all’arresto di 59 persone che dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, violenza e minaccia, con l’aggravante del metodo mafioso. I clan chiedevano il pizzo a molti negozianti ed imprese del comune siciliano, ma i collaboratori di giustizia Micale e Munafò hanno riferito anche di un’estorsione ai danni di due giocatori che avevano vinto il jackpot da 500mila euro alle vlt di un centro scommesse di Barcellona Pozzo di Gotto. La vincita aveva suscitato l’interesse dell’organizzazione mafiosa barcellone che ha chiesto il pizzo sull’incasso, riuscendo ad ottenere con le minacce 5mila euro.

Il 21 novembre del 2018 Aurelio Micale ha riferito di una estorsione a due persone che, in un periodo compreso tra il 2011 e il 2012, avevano conseguito una cospicua vincita in un centro scommesse SNAI di Barcellona Pozzo di Gotto. Nello specifico, i due soggetti avevano vinto la somma di 55 mila euro giocando alla slot-machine installata all’interno del centro scommesse SNAI di Via Longano di Barcellona Pozzo di Gotto (…nell’anno 2011/2012 circa, un tale Mollica, che ha un negozio di barbiere vicino alla banca Monte dei Paschi, insieme ad un tale Bonina, che successivamente apri’ una rivendita di pesce, ed il cui padre era stato ucciso a Merì, vinsero 500 mila euro giocando ad una slot-machine presso il centro scommesse Snai di Barcellona, sito nella Vìa Longano).

La vincita aveva suscitato l’interesse dell’organizzazione mafiosa barcellonese, tant’è che Antonino CALDERONE aveva incaricato il sodale Franco MUNAFO’ di chiedere, e ottenere, dai due vincitori il pagamento di una somma di denaro a titolo di estorsione. MUNAFO’, quindi, si era rivolto allo zio Massimiliano MUNAFO’, il quale era in buoni rapporti con il datore di lavoro del padre del MOLLICA (… nella vicenda si intromise poi Calderone Antonino, che all ‘epoca non aveva buoni rapporti con Perdichizzi, dando incarico a Franco Munqfò di richiedere del denaro ai due vincitori. Franco Munafò si rivolse allo zio Munqfò Massimiliano, il quale era in buoni rapporti con i titolari dell ‘impresa Torre, presso la quale lavorava il padre del barbiere Mollica, quest’ultimo, come ho detto, vincitore di quella somma).

Effettivamente, Massimiliano MUNAFO’ era riuscito ad ottenere la somma di 5.000 euro dal padre del MOLLICA, somma poi consegnata ad Antonino CALDERONE. MICALE ha riferito di aver successivamente ricevuto una parte di quella somma dallo stesso CALDERONE, che, proprio in quell’occasione, lo aveva messo a conoscenza della vicenda. A dire del collaboratore, Massimiliano MUNAFO’ era perfettamente a conoscenza del fatto che la somma da lui riscossa era frutto di un’estorsione dal momento che quell ‘incarico gli era stato assegnato da Antonino CALDERONE. Infine, il collaboratore ha chiarito che, all’epoca dei fatti, Massimiliano MUNAFO’ non faceva formalmente parte dell’associazione mafiosa barcellonese, ma si prestava a favori nell’interesse del sodalizio. Le accuse di Aurelio MICALE riscontrano in pieno le dichiarazioni rese sulla vicenda da Franco MUNAFO’. Quest’ultimo, nel corso dell’interrogatorio dell’11.11.2015, ha parlato di un’estorsione, eseguita nel 2011, ai danni di due ragazzi, un tale BONINA – il cui padre era stato ucciso circa quindici anni fa – e un tale Salvatore – che esercitava la professione barbiere nei pressi dei Magazzini Lea ed il cui padre lavorava presso la rivendita di materiale edile Frantalisi.

I due ragazzi avevano vinto la somma di 500 mila euro giocando alle macchinette installate all’interno del centro Scommesse SNAI di Barcellona Pozzo di Gotto, suscitando l’interesse del sodalizio mafioso. Insieme a Domenico e Salvatore CHIOFALO, avevano posto in essere un atto intimidatorio nei confronti del BONINA, nello specifico collocando una bottiglia; in conseguenza di ciò, il BONINA si era rivolto a Massimiliano MUNAFO’ per risolvere la faccenda (…Il nostro gruppo, no? Non mi ricordo però se c’era D’Amico Francesco fuori sempre con Calderone Antonino, perché fu in quel periodo e misimo la bottiglia io, Chiofalo Domenico con Chiofalo Salvatore a Bonina e lui rintracciò mio zio, Massimo Munafò, e da lì si sistemò l’estorsione). Anche il collaboratore ha riferito del rapporto di conoscenza tra Massimiliano MUNAFO’ e il padre dell’altro ragazzo che aveva conseguito la vincita (quello a nome Salvatore), in forza del quale quest’ultimo si era rivolto all’indagato per chiedergli di fare da intermediario con i soggetti che chiedevano denaro (Perché praticamente il padre dell’altro ragazzo, Salvatore, lavora dal Frantalisi, è uno che vende materiale edilizio, dove si serve mio zio, siccome sono in buoni rapporti, dice:. “M’è successa questa cosa, così così… hanno messo la bottiglia”, dice: “Vedi tu quello che vuoi fare, hanno vinto 500.000,00 euro).

Effettivamente, il padre di Salvatore aveva poi consegnato a MUNAFO’ una somma di denaro, pari ad alcune migliaia di euro. Infine, ha dichiarato di non ricordare con esattezza se in quel periodo ci fossero Antonino CALDERONE o Francesco D’AMICO, ma di propendere comunque per la prima ipotesi.

Gli accertamenti condotti dai Carabinieri dei R.O.S. di Messina hanno consentito di appurare che effettivamente il 16.09.2011, Giuseppe BONINA e Salvatore CUTRUPIA vincevano la somma di cinquecentomila euro mediante una giocata, in comune, effettuata ad una “slot machine” installata presso il punto Snai di via Del Mare di Barcellona P.G. A seguito dì tale vincita, che aveva ampio risalto sulla stampa e nei notiziari TV locali, i due erano fatti oggetto di atti intimidatori. Nello specifico, il 29.09.2011, alle ore 09.00, Salvatore CUTRUPIA denunciava, al Commissariato di P.S. di Barcellona P.G., il danneggiamento del vetro anteriore lato passeggero della sua autovettura Fiat Punto nonché il rinvenimento, al suo interno, di una bottiglia in plastica contenente liquido infiammabile, con attaccata, con del nastro adesivo nero, una cartuccia marca fiocchi cal. 12 ed un accendino di colore giallo trasparente. Lo stesso giorno, alle ore 18.30 circa, militari della Stazione CC di Barcellona P.G., su segnalazione di  Tommasa Aurora MUNAFO’, suocera di Giuseppe BONINA, si portavano presso l’abitazione della stessa dove procedevano al sequestro di una bottiglia in plastica contenente benzina con attaccata una cartuccia per fucile ed un accendino di colore celeste. In sede di denuncia, Tommaso MUNAFO’  sospettava che tale azione fosse da ricondurre alla vincita di cinquecentomila euro da parte del genero, Giuseppe BONINA, atteso che la sua foto era stata pubblicata anche sui quotidiani locali. I Ros hanno accertato ancora che Giuseppe BONINA è figlio di Antonino, ucciso il 5 aprile 1996 a Meri. Gli esecutori materiali avevano atteso la vittima nei pressi della sua abitazione e lo avevano ucciso utilizzando una pistola calibro 32 automatica, sparandogli al volto. E’ stato documentato poi che il padre di Salvatore CUTROPIA, Antonino, ha lavorato presso la ditta “TORRE Santo”, successivamente denominata “S.R.L. EDILSIDER” ed ancora “S.R.L. MONDO EDILE”.

“Le convergenti dichiarazioni dei collaboratori MUNAFO’ Franco e MICALE Aurelio – conclude il gip – consentono di formulare un giudizio di gravità indiziaria a carico dell’indagato in relazione al reato contestato. Entrambi hanno indicato in maniera puntuale i fatti (ciascuno secondo le proprie conoscenze), le fonti delle notizie apprese e il contesto in cui le acquisirono. Micale ha indicato il Calderone quale fonte e ha spiegato il motivo per cui questi gli rivelò i fatti: perchè gli diede parte del denaro proveniente dall’estorsione de qua. Munafò Franco ha riferito fatti di cui è stato protagonista, in quanto aveva collocato – per come dallo stesso confessato- le bottiglie incendiarie. E’ forte la credibilità di chi prima ancora di muovere accuse nei confronti di altri, le rivolge a sé stesso. Ambedue, hanno indicato MUNAFO’ Massimiliano quale intermediario tra l’organizzazione mafiosa barcellonese e gli estorti che si è occupato di ritirare il denaro; il tutto nella piena consapevolezza che quel denaro riguardava un’estorsione portata avanti dal sodalizio. …Appare evidente, alla luce di quanto sin qui evidenziato, che le modalità connotanti le condotte criminali poste in essere dall’indagato integrino pacificamente quel “metodo mafioso” che consente di ritenere sussistente in fatto l’aggravante de qua; la richiesta è stata preceduta da atti intimidatori di chiara e da tutti percebibile – nel contesto barcellonese – matrice mafiosa”.

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