IL LIBRO: Una battaglia civile in nome di Stefano. Domani la presentazione di ‘Fiordaliso’ a Barcellona

29 Febbraio 2020 Culture

di Mariella Cicero (nella foto) – Perché scrivere un libro… “Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico “voglio produrre un’opera d’arte”. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare”.

Così Eric Arthur Blair, in arte George Orwell. Un libro è “una palestra di libertà”.

Da questa idea di fondo nasce Fiordaliso, la storia di un ragazzo siciliano che a 18 anni compiuti incontra la morte in Ospedale il 2 giugno 2013 a Bergamo.

La famiglia di Stefano, il padre, la madre e il fratello, decidono di affidare la loro storia a una autrice di Brolo, Azzurra Ridolfo che, con la collaborazione dell’avvocato che segue la vicenda processuale relativa alla morte di Stefano, realizzano, ciascuno dalla propria angolatura, Fiordaliso. Morire a 18 anni “di” ospedale, con il supporto per i servizi editoriali di Barbara Sonzogni.

Stefano muore “di” ospedale e l’interesse dei suoi cari, oltre a tenerne viva la memoria, è quello di far conoscere questa storia a quante più persone possibili per impedire che la morte “di” ospedale si ripeta o possa divenire addirittura una tragica opzione.

Attraverso la voce dell’Io narrante, l’Autrice mescola i ricordi della vita spensierata di Stefano alla malattia che si manifesta in un giorno di primavera a scuola, una infausta diagnosi di   angioma cavernoso sanguinante del bulbo che viene posta già nei nosocomi in cui è immediatamente soccorso e il successivo trasferimento al Nord  presso il centro ritenuto più idoneo per salvarlo, Centro Neurologico “Carlo Besta” di Milano.

Da qui si snoda la vicenda oggetto di denuncia della famiglia per colpa medica.

Cosa succede?

Giunto presso il centro neurologico, appare evidente l’urgenza di sottoporre il ragazzo a un intervento chirurgico impegnativo e invasivo del quale non è certo il risultato. Si presta il consenso e dopo un numero di ore interminabili, nelle mani di un neurochirurgo, si materializza per Stefano una “rinascita” e una nuova speranza di vita.

Tuttavia nel decorso post operatorio, qualcosa sopraggiunge. Qualcosa di cui con incontestabile certezza nessuno si avvede per 20 giorni.

A Stefano viene praticata dopo attenta concertazione una tracheotomia per agevolare la respirazione. L’8 maggio viene effettuata la tracheotomia, intervento invasivo ma certo di minima.

Da quel momento le condizioni di Stefano cominciano a subire un lieve prima peggioramento.

Il 10 maggio si legge in cartella clinica che la cannula tracheostomica deve essere riposizionata perché è ancorata nella parte membranacea della trachea.

Le condizioni generali peggiorano con la constatazione di una carica batterica inestinguibile della quale non si conosce la scaturigine. Si fanno analisi microbiologiche, Tac con mezzo di contrasto e non nei giorni a seguire 13, 16, 21 e 28 ma, l’equipe, coadiuvata dal primario e da radiologi interni e esterni al centro non si avvede di due segni di estremo rilievo.

Il primo: Stefano ha un doppio arco aortico. Non è una malattia è una conformazione anomala dell’aorta che però in caso di tracheotomia o di intubazione prolungata deve essere massimamente riconosciuta e tenuta presente perché aumenta il rischio di perforazione degli organi circostanti e soprattutto determina, come da letteratura, elevati rischi dell’insorgenza di una fistola tracheo esofagea.

E’ quello che avviene infatti ma la diagnosi non viene posta e l’arco aortico non viene refertato o meglio viene mal refertata una particolarità dell’arco aortico.

E’ grave l’errore di omessa diagnosi. E’grave perché determina un errore di metodologia e determina il progredire di una lesione che si annida tra la trachea e l’esofago come si vede dalla TAC ( o dovrebbe vedersi ) e genera infezione e genera pericolo per l’aorta di Stefano.

Nessuno referta ciò che è possibile diagnosticare. Eppur si vede!!!! – verrebbe da dire.  Stefano contrae pertanto nuove e difficili malattie fonte di sofferenza e di nuovi e più difficili ostacoli da superare. Il 28 maggio viene trasferito perché l’infezione ha generato un ascesso polmonare da trattare, pena la morte.

E così dall’istituto Carlo Besta Stefano raggiunge Sondalo, centro si dice più attrezzato per interventi polmonari. TAC alla mano anche dei primari di quel nosocomio, egli viene operato al polmone. Ma non ci si avvede neanche lì che Stefano ha un doppio arco aortico e una fistola che progredisce.

Il 31 maggio quella fistola raggiunge l’aorta e la perfora. In apparente stato di benessere psicofisico dal tubo tracheostomico fuoriesce  una quantità inarrestabile di sangue. Si fronteggia in urgenza e si vede ciò che prima non si era diagnosticato. Stefano resiste fino al trasferimento presso il centro cardiochirurgia Ospedali Riuniti di Bergamo ma lì la sua vita finisce.

L’autopsia è chiara e non è contestabile. E quella è la causa della morte. Stefano supera una difficile operazione al cervello, priva di garanzia, ma non resiste agli errori di omessa diagnosi e cura del post operatorio.

Questa la vicenda ospedaliera sulla quale si innesta la ricerca incessante della verità dei familiari.

Il padre decide di conoscere ogni faccia della malattia di Stefano. E denuncia come è giusto che sia. Per avere conferma o smentita di quelle responsabilità da parte di chi per conto dello Stato è tenuto a applicare la legge.

Succede l’inimmaginabile nel mondo non ospedaliero. Succede che la responsabilità penale medica è a Milano un tabù, o una nebulosa. Si cerca di indirizzare le vittime a chiedere il conto alle assicurazioni; in altri termini si mercanteggia l’errore pagando. Si abdica a comprendere che certi errori determinano la morte  e non ci si sofferma sulla conseguenza dell’errore ma sul modo di ripararlo, garantendo chi lo ha commesso.

Nessuno può divenire capitale umano ma le risposte della Giustizia in sede penale sono disarmanti. Tre richieste di archiviazione, tutte respinte dai Giudici. Ma nessuno ha ancora, nonostante l’evidenza di consulenze inadeguate, deciso di formulare l’imputazione coatta. Sembra troppo, a quelle latitudini. Da ultimo ci si addentra in cavilli su chi dovrà essere il Giudice competente e si investe di questo anche la Suprema Corte. Il tempo trascorre inesorabile e si auspica la prescrizione pur se non ancora maturata. Per tacere in sede penale delle gravi responsabilità che hanno determinato la fine di una giovane vita.

A questi interrogativi il libro cerca di fornire o di abbozzare una risposta. L’obiettivo è generare sensibilità su un tema comune a tutti convinti che la conoscenza determina giudizio e il giudizio esige condotte doverose e risposte tese a accertare la verità da parte di chi ne è istituzionalmente investito.

Una battaglia civile, come sottolinea l’autore della prefazione, il puntuale scrittore Alfio Caruso che, su questa vicenda, ha deciso di mettere il sigillo della propria sapiente penna.

 

Il libro verrà presentato domenica 01 marzo, alle ore 17, all’Auditorium Parco Urbano ‘Maggiore La Rosa’ di Barcellona Pozzo di Gotto. Interverranno l’autrice del libro, Maria Azzurra Ridolfo, l’avvocato Mariella Cicero, il magistrato Felice Lima, il professore Antonio Palma e il papa’ di Stefano, Tindaro Terranova.

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