LA RIFLESSIONE DI PADRE FELICE SCALIA: Oggi è in gioco la nostra stessa umanità

29 Marzo 2020 Culture

di Padre Felice Scalia – Giorni fa, su Repubblica, “La prima cosa bella del giorno” era il “Teorema di Quarantelli: lo studio del comportamento umano rivela che quanto peggiore è la situazione degli uomini, tanto migliori diventano gli uomini. Per i “pessimisti della ragione” suppongo sia stato facile passare subito alle pagine delle “cose brutte” della giornata. Ce n’erano in abbondanza. Mi venne comunque in mente quell’Hegel convinto che nei disastri collettivi come la guerra, si manifesti alla fine “lo spirito” del popolo, il suo meglio.

Dopo avere vissuto la giornata del 27 marzo, seguendo come tutti l’andamento della vita nel mondo, mi accorgo della verità relativa del “Teorema”. Emerge il meglio in questi giorni, e forse galleggia anche la stupidità, se non il peggio.

Il meglio: il Premier, il Capo dello Stato, Papa Francesco e con loro tanta, ma tanta gente che li segue con apprensione e con fiducia. Ci stanno aiutando a non a vivacchiare, ma a vivere nella lealtà all’oggi e nella fiducia per il domani.

Il peggio: chi sta profittando della situazione per farsi la propaganda elettorale, chi, fermo nelle proprie convinzioni, oggi sbandiera il suo fanatico “credo”, le  ricette che salverebbero tutti e tutto in un attimo, chi caparbiamente afferma che se non si torna allo “statu quo” di prima – supremazia delle cose sulle persone, della forza sulla solidarietà  – “il rimedio sarebbe peggiore del male”.

Mi ha particolarmente colpito il peggio emerso in un mio conoscente, non digiuno di teologia e neppure di sicumera, che scrive nel suo blog: “Ho voluto guardare lo spettacolo ignobile di cui il vaticano si è fatto protagonista: il papa incarnazione del ritualismo bigotto, di una religione nemica della fede; si adorano i simboli e si offende i mistero di Dio, … si manipolano le coscienze di molte persone e si nega la storia di Gesù di Nazareth.”

Ora, qual è la chiave per distinguere il meglio dal peggio? Credo che sia la sintonia con il popolo, la voce del popolo, lo spirito del popolo, la simpatia con quelli che non hanno divise con cui travestirsi (profane o sacre – non importa) o medaglie sul petto, né conti stratosferici in banca. Questa sintonia ci dice che siamo sulle strade della vita e dunque della verità. Di queste persone ce ne sono tante. Ad esse l’Italia più bella ha saputo dire un memorabile “Grazie!”. E sappiamo che questa bellezza che dice “Prima gli altri”, viene anche pagata con la vita. Sono i “martiri dell’amore” al tempo del coronavirus.

E che dire di questi uomini che vengono dalle “nazioni canaglia” e che oggi ci supportano con medici esperti e materiale sanitario? Non impressiona che Cina e Cuba e Russia (vecchio “Impero del male” di cui parlava anche Giovanni Paolo II) oggi siano qui, fianco a fianco con chi vuole salvare vite umane?

Al di là di tutto, annoveriamo questi segni per dirci che col coronavirus tutto è cambiato, tutto è necessario che cambi se non vogliamo che ci capiti il peggio. E credo che gli uomini migliori questo lo stiano facendo, con la propria specifica competenza e – senza dubbio – coi propri limiti.

Papa Francesco, vera icona del dramma degli uomini tutti, in particolare dei “poveri” e dei “martiri”, nella sua umiltà fin troppo silenziosa quando viene attaccata la sua persona, ritengo che questo stia cercando di fare. Uomo religioso come è, si pone di fronte alla pandemia con gli stessi interrogativi fondamentali ad una vita veramente umana, quelli che segnano il passaggio delle scimmie antropomorfe all’homo sapiens: “quid virus”, “unde virus”, “ubinam virus”; cosa è il virus, cosa sta provocando, da dove arriva , dove ci porta? E tutto questo vuol dire una cosa: oggi è in gioco la nostra stessa  umanità, cioè la “salvezza” della persona umana, anima e corpo, perfino delle condizioni perché ci sia vita sulla Terra.

Ci sta succedendo – dice Papa Francesco venerdì 27 u.s. a Piazza San Pietro – che siamo al centro di una violenta, notturna inaspettata tempesta simile a quella ricordata da Marco (4,35-41). Tempesta che coinvolge un Gesù “addormentato a poppa”, discepoli indaffarati per non affondare e “seccati” col Maestro che dorme. Mai brano evangelico più adatto!

Tutto questo non può essere guardato come se noi fossimo pietre. Siamo di carne, ossa, sentimenti, progetti; tutto oggi è oscurato. Abbiamo diritto ad avere paura. Ed il Papa dice: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città, si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti”.

Ma non possiamo fermarci alla paura. Dobbiamo riflettere. È proprio inaspettata la tempesta? O “siamo caduti nella fossa che avevamo scavato”? Il coronavirus – dice come un antico profeta il Papa, rivolgendosi al mondo intero, urbi et orbi –  “smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”. Lascia scoperti “gli «ego» sempre preoccupati della propria immagine”. il Papa continua attribuendo la situazione attuale all’avidità del guadagno”, al nostro materialismo, alla superficialità, alla planetaria sordità che ci ha impedito di ascoltare il grido sia dei poveri che del, “pianeta gravemente malato”, all’assurda pretesa “di restare sani in un mondo malato”.

Poiché non giova a molto né sapere che sta succedendo, e neppure cosa ha provocato la tempesta, se non volgiamo lo sguardo alle nostre responsabilità (alle “nostre”, di ciascuno di noi, senza eccezione alcuna), Papa Francesco dice una cosa molto impegnativa. Pregando, noi chiediamo al Padre Misericordioso non tanto che risolva Lui il problema, ma che ci consoli, ci fortifichi, illumini noi “ciechi” che non sappiamo di essere tali, ad avere il coraggio della speranza e la forza dell’amore. Siamo di fronte non ad un “castigo” di Dio, o solo ad una tremenda avvertenza da cogliere, ma a qualcosa che è una “prova” biblicamente intesa. Siamo chiamati a vivere l’oggi, “come un momento di scelta”, di ricerca dell’essenziale, di ciò che ci fa ritornare ad essere umani, dell’amore quindi, della solidarietà già presente nei migliori degli uomini. Il Papa li elenca questi “santi della porta accanto” già segnalati in “Gaudete et exultate”. Ne fa ora un aggiornamento:medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, preti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo”. Questi sono i testimoni della fraternità e solidarietà di cui è intriso il vangelo ed ogni vera saggezza umana. Parole come queste sono decisive per un futuro di speranza. Il Papa insiste: “Non siamo autosufficienti”, “da soli affondiamo”. Siamo chiamati a trovare un nuova creatività dell’amore umano, nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà”.

È duro richiamare esseri pavidi e tremebondi come noi, a mettere le mani al timone ed a non permettere che gli eventi ci cadano addosso come un destino segnato. Dalla libertà e responsabilità scappiamo volentieri, quando ci riesce. A costo di diventare schiavi. Ed allora diciamo che siamo fatti male, che un cambio di sistema è assurdo da immaginare, che ci si sta chiedendo qualcosa che èimpossibile all’uomo”.

Non ci è concesso appiattirci a questo pensiero comune. Quando l’impossibile è l’unico necessario ed incombe su noi il peso della nostra umana limitatezza, in molti modi, sotto qualsiasi modo di credere o di diversamente credere, nasce il pensiero della preghiera. In ambito cristiano non possiamo che invocare Colui che ha voluto essere nostro Alleato ed uno di noi. Forse per questo, il Papa conclude così quella memorabile ora serale: Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo, scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta”.

Credo che nessun uomo di buona volontà si sia sottratto a quell’abbraccio consolante che scendeva sulla piazza vuota dove alitavano i gemiti, le paure e le speranze del mondo. Con questa speranza viviamo, soffriamo, lottiamo.

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