Coronavirus, deceduto a Pavia medico messinese: è morto nel reparto dove lavorò tutta la vita

6 Aprile 2020 Cronaca di Messina

Si registra un nuovo decesso a causa del coronavirus di un medico siciliano.

Si tratta del dottor Vincenzo Emmi, di 73 anni, originario di Messina, che per molti anni era stato primario rianimatore e infettivologo dell’ospedale San Matteo di Pavia ed era in pensione dal 2017. Lascia la moglie, l’ex pneumologa Mariangela Landro e due figli.

Risultato positivo al test faringeo, era ricoverato nel nosocomio lombardo e le sue condizioni di salute si sarebbero aggravate fino al decesso.

Dieci giorni fa, da casa sua, dove già accusava i sintomi, ha chiamato i suoi ex colleghi di Rianimazione: «Sto male – ha detto –. Vengo da voi». Dall’altro capo del telefono c’era il professor Giorgio Iotti, attuale primario di Rianimazione al San Matteo. «Pensava di farcela – spiega a voce bassa –, ma si è reso conto della gravità della situazione. E si è messo nelle nostre mani». Sabato se n’è andato.

Il sindaco di Letojanni si è unito al cordoglio e ha inviato ai familiari l’affetto di tutta la comunità che è ancora scossa per la perdita. Anche a Messina, dove vive la sorella e altri parenti, la sua scomparsa è stata accolta con tristezza. Emmi era stato, per un periodo, anche professore associato all’Università di Messina.

L’esordio

Arrivava da Messina Vincenzo Emmi. Aveva studiato Medicina a Perugia iniziando la sua esperienza di anestesia e rianimazione a Vittorio Veneto, per poi unirsi al gruppetto dei primi rianimatori del San Matteo di Pavia guidato dal professor Diego Carbonera: Adriano Gasperi, Paolo Tosi, Matteo Fischetti, Franco Bobbio Pallavicini e Antonio Braschi. Qualche anno dopo al gruppo “Rianimazione 1” si sarebbero aggiunti Nando Raimondi, Giorgio Iotti e Gianni Negri.«Emmi è stato il primo degli intensivisti pavesi a dedicarsi ai problemi infettivologici in Rianimazione, dopo essersi formato in uno stage a Parigi all’Hopital Bichat nei primi anni ’80 – racconta Iotti al quotidiano locale laprovinciapavese –. Era un rianimatore con un grande senso clinico e una cultura medica e intensivistica profonda e a largo raggio».

In Cardiochirurgia

Una persona molto colta, un insegnante appassionato dicono i colleghi, che l’hanno avuto come maestro. Emmi era uno sperimentatore, che imitare era facile. «Nei primi anni del nuovo millennio aveva aperto un nuovo capitolo della sua vita professionale: l’anestesia e rianimazione cardiochirurgica – raccontano i medici del reparto al quotidiano locale –. Forte delle esperienze fatte a Pavia nel gruppo degli anestesisti-rianimatori all’inseguimento delle continue sfide di Mario Viganò, si era trasferito all’Università di Messina come professore associato di Anestesiologia nell’ambito di un rinnovamento della cardiochirurgia locale, insieme al cardiochirurgo Roberto Gaeta, anch’egli da Pavia. Il progetto purtroppo non andò mai in porto (la stampa parlò di “reparto che non c’è e professori in panchina”) e così il professore Emmi tornò al San Matteo, dove rimase fino alla pensione a guidare il gruppo della Rianimazione 1 e ad assistere il professor Braschi come docente della scuola di specializzazione in anestesia e rianimazione dell’Università di Pavia».

Ha fatto scuola

Emmi, per gli amici Enzo, ha fatto scuola. Tutti i rianimatori di Pavia, sparsi in Lombardia e per l’Italia, hanno appreso un po’ della loro arte da lui. «È stato un grande medico e un bravo rianimatore con tanta passione per lo studio, la cultura in generale e l’insegnamento, e con la capacità di farsi volere bene da tutti – sottolinea Iotti al quotidiano laprovinciapavese–. Tra gli innumerevole ricordi che lascia a noi colleghi, oltre alle urgenze all’interno del San Matteo a bordo della sua Fiat 500 bianca, è indimenticabile la frase tipica che rivolgeva ai giovani specializzandi all’inizio dei turni di notte in Rianimazione: “Bene, al lavoro, e un giorno tutto questo sarà tuo”».

Il braccio destro di Iotti, il professor Francesco Mojoli, circa due settimane fa era andato a visitare Emmi a casa, dove viveva con la moglie Mariangela, pneumologa in pensione. Stava già male. Dopo qualche giorno, è arrivata la sua chiamata in reparto e il veloce ricovero in Rianimazione. «L’ultima cosa che ha detto? “Fatemi parlare con mia moglie al telefono” – conclude Iotti –. È stato brutto quando ci siamo resi conto che Enzo non ce l’avrebbe fatta».

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