MANCATA NOMINA AL DAP, ARDITA (CSM): DI MATTEO HA RACCONTATO FATTI

6 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Edg –Nino Di Matteo non ha mai fatto dipendere la mancata nomina da pressioni che provenissero da ambienti mafiosi o da condizionamenti di qualunque altro genere, ha soltanto raccontato dei fatti”. Lo precisa in una intervista a RaiNews24 il presidente della Prima commissione del Csm, ed ex capo del Dap, Sebastiano Ardita riguardo lo scontro tra il collega magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sulla mancata nomina del pm a capo del Dap nel 2018. “Mi fermerei qui anche perché questa polemica più va avanti e peggio è. So solo che la nomina dei capi del Dap non dipende soltanto dal ministro. Non è una questione che ho affrontato personalmente e non mi va di attizzare polemiche in questo momento storico”.

L’ex procuratore aggiunto di Messina e Catania è poi entrato nel merito della polemica nata dopo la crescita esponenziale di istanze di scarcerazione per “rischio Covid”. Istanze che adesso sono al vaglio di varie autorità giudiziarie: alcuni detenuti sono infatti in attesa di giudizio, dunque la competenza è dei gip, dei tribunali del riesame, delle corte di appello; altri stanno invece scontando delle condanne già definitive, a decidere saranno i tribunali di sorveglianza sparsi per l’Italia, nelle sedi dove i mafiosi sono detenuti.

“La questione del covid-19 è stata un pretesto che ha fatto scaturire delle conseguenze che sono andate molto oltre. Le rivolte carcerarie sono state il punto di caduta di un sistema carcerario in crisi. Ci sono degli indici che danno il senso della corretta vita penitenziaria, della gestione della sicurezza interna. Sono gli eventi critici come le aggressioni, la circolazione di droga e telefonini. Questi indici – sottolinea Ardita – dal 2011 si sono in certi casi decuplicati, con aumenti dal 200 al 2000 per cento di indici come le aggressioni, i reati in carcere. Di tutto questo chi si è fatto carico in questi anni? Con le rivolte, che hanno preso spunto da un problema che non è stato provato scientificamente (la maggiore diffusione all’interno del carcere del covid-19), che non è stato oggetto di nessun studio, anche epidemiologico. Andava fatto un piano, un progetto, e andava comunicato agli stessi detenuti tutto questo”.

“Se si squilibria il sistema – continua il magistrato – poi ci sono i contraccolpi come le rivolte a cui si è risposto con un provvedimento normativo che non riguardava affatto i mafiosi ma che conteneva un presupposto non provato, probabilmente errato. La scarcerazione di 376 boss mafiosi è un fatto grave, unico nella storia della Repubblica. Quando io era al Dap non è mai uscito un detenuto mafioso per ragioni di salute”.

Sul rischio dell’influenza della criminalità organizzata in questo momento storico, Sebastiano Ardita, componente togato del Csm, ha infine precisato: “La lotta alla mafia si guarda spesso da una prospettiva soltanto militare. Cosa Nostra è diventata impresa che ha relazioni economiche e politiche e che sa infiltrarsi in realtà che sanno mettere le mani nel potere, che inquinano il dibattito. E’ la Cosa Nostra del concorso esterno“.

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