LOTTA ALLA MAFIA: L’avv. Fabio Repici, “Sono in atto manovre di distrazione di massa”

6 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata connivente sin dagli albori della storia repubblicana con certi poteri deviati dello Stato e amalgamata a quelle sovrastrutture così tanto difficilmente identificabili quanto zavorranti l’orizzonte democratico e civile di questo Paese, la Massoneria e la zona grigia, l’avv. Fabio Repici, di certo, rappresenta un unicum che ha indagato e approfondito i più reconditi misteri e intrecci d’Italia, dalla Strage di Via d’Amelio all’omicidio del magistrato Bruno Caccia a quello del giornalista Beppe Alfano, del poliziotto Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, di Graziella Campagna, dell’urologo Attilio Manca, la surreale vicenda del Prof. Adolfo Parmaliana …; una preziosa memoria della storia giudiziaria italiana e soprattutto di quel capitolo denominato “Assassinio delle Istituzioni”.

Storie che, tra l’altro, sembrano avere un unico filo conduttore: Barcellona Pozzo di Gotto, la cittadina della provincia “babba” messinese assurta agli onori della cronaca per essere, di contro, la più intraprendente in fatti di segreti di mafia e di Stato. Storie, quelle vissute in prima persona da Fabio Repici, di vittime e malagiustizia, di dolore e di familiari costretti ad attese decennali, di 41 bis trasformati in regimi di libertà, di misteri ai misteri.
Lo scrittore Luciano Armeli Iapichino lo ha “invitato” nel suo “cenacolo culturale”, promosso dalla Fondazione “Antonino Caponnetto” e dall’Osservatorio Mediterraneo sulla Criminalità Organizzata e le Mafie (OMCOM), rivolgendo al legale quattro domande di cui restituiamo ai lettori il report.

Avv. Repici, in tempi di scarcerazioni, cortocircuiti tra Magistratura e DAP, distrazioni di massa causa Covid-19, qual è a suo avviso lo stato dell’arte nella lotta alla criminalità organizzata in questo Paese?

Al momento attuale, ma in realtà da ben prima dell’epidemia che ha stravolto le nostre vite, la sensibilità politica e sociale sulle mafie è molto bassa. L’attenzione sul fenomeno mafioso negli ultimi trent’anni ha sempre avuto una certa oscillazione, alzandosi in conseguenza di gravi delitti che hanno colpito la coscienza dei cittadini e abbassandosi puntualmente con il tempo. Per ora è il periodo del riflusso, soprattutto del mondo dell’informazione. La scarsa attenzione, peraltro, è accompagnata alle volte da quelle che potrebbero essere considerate manovre di distrazione di massa. Vengono accesi i riflettori con grande rullare di tamburi e di testate unificate su qualcosa, per nascondere nel silenzio le questioni che meriterebbero più acuta attenzione. Queste dinamiche hanno avuto qualche corrispondenza anche sul versante giudiziario e sul versante politico. In quest’ultimo campo, è facile rilevare come sui più gravi delitti della storia del paese, tanto più su quelli in cui è emerso il concorso di soggetti esterni alle organizzazioni mafiose, è del tutto calato il silenzio.

Lei che conosce a fondo molte vicende relative allo Stato-mafia, qual è stato a suo avviso e come lo esemplificherebbe ai lettori il livello più inquietante e profondo di compromissione delle Istituzioni con la mafia?

Come dicevo prima, purtroppo, nei più grossi delitti che hanno visto protagonisti esponenti della criminalità mafiosa o anche esponenti di organizzazioni terroristiche è spesso emerso il coinvolgimento anche di apparati esterni a quelle organizzazioni e spesso di esponenti di apparati istituzionali. Ce n’è uno, però, che fra tutti ha una capacità dimostrativa insuperabile: il duplice omicidio di Antonino Agostino e di Giovanna Ida Castelluccio. Il poliziotto palermitano Nino Agostino, agente di pattuglia del commissariato San Lorenzo, era in realtà da tempo dedito alla caccia dei più grossi latitanti di Cosa Nostra del tempo (cioè Riina, Provenzano e tantissimi altri), nell’ambito di un circuito informale che vedeva la partecipazione di una frazione dei servizi segreti. Tale attività under cover di Nino Agostino era svolta nella consapevolezza dei vertici della polizia di Stato. In contemporanea, negli ultimi sei mesi di vita (il suo assassinio fu a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989) il poliziotto, oltre a svolgere un’attività (anch’essa riservata) di tutela di un personaggio piuttosto difficile da inquadrare e che al tempo veniva sentito come testimone personalmente e in estrema riservatezza da Giovanni Falcone (sto parlando di Stefano Alberto Volo, militante neofascista con legami nei servizi segreti e nella polizia) aveva instaurato un rapporto fiduciario proprio con il giudice Falcone, insieme al quale si incontrava con modalità che consentissero ai due di parlare fuori da orecchie indiscrete. Tutte queste circostanze, che in apparenza sembrerebbero la sceneggiatura di un film, sono stato comprovate senza margini di dubbio dalle recenti indagini svolte da Roberto Scarpinato, Umberto De Giglio e Domenico Gozzo, della Procura generale di Palermo. Quello, peraltro, per Giovanni Falcone fu il periodo terribile nel quale si verificò l’attentato all’Addaura, fallito il 20 giugno 1989, che doveva portare all’uccisione sua e di due giudici svizzeri suoi ospiti propri in quella data. In quell’estate terribile trovarono la morte anche Nino Agostino e la sua giovanissima moglie, peraltro incinta. Le indagini furono condotte dal dirigente della Squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, il quale, insieme a molti altri, si rese protagonista di clamorosi depistaggi che furono l’antefatto di quelli praticati pochi anni dopo dallo stesso La Barbera sulla strage di via D’Amelio. Un mese e mezzo dopo il duplice assassinio, nonostante tutti avessero visto Giovanni Falcone prima alla camera ardente dello sconosciuto agente di polizia al commissariato San Lorenzo (dove disse: «devo la vita a queste due bare») e poi al funerale (al fianco di Paolo Borsellino) e nonostante fin dalla mattina successiva al delitto un suo collega di pattuglia avesse redatto una relazione di servizio in cui era stato attestato il ruolo speciale svolto da Agostino nella ricerca dei latitanti, le prime indagini di La Barbera si conclusero con l’individuazione di una squinternata causale passionale per quel delitto. Seguirono anni di ulteriori insabbiamenti e depistaggi. Nel 2008 le intercettazioni su un ispettore di polizia legatissimo a Bruno Contrada, Guido Paolilli, dettero prova che lo stesso Paolilli nel corso di una perquisizione a casa di Agostino sùbito dopo l’omicidio aveva ritrovato alcuni appunti segreti del poliziotto e li aveva distrutti (per questo motivo nel 2015 il gip di Palermo lo ritenne responsabile di favoreggiamento ma dovette dichiarare la prescrizione del reato). Nel 2016 Vincenzo Agostino, il padre di Nino, in udienza davanti al gip di Palermo riconobbe nell’ex poliziotto Giovanni Aiello uno dei due uomini che poche settimane prima del delitto erano stati a Villagrazia di Carini a cercare Antonino Agostino. Giovanni Aiello è il personaggio divenuto famoso con il nome di “faccia da morto”, coinvolto secondo atti d’indagine e dichiarazioni di numerosissimi collaboratori di giustizia in gravissimi delitti in concorso con esponenti della mafia palermitana, della mafia catanese e della ‘ndrangheta reggina. Ad agosto 2017 Giovanni Aiello, mentre si trovava indagato, insieme ai due boss mafiosi palermitani Nino Madonia e Gaetano Scotto quale partecipe alla fase esecutiva del duplice omicidio Agostino-Castelluccio, morì improvvisamente colpito da infarto sulla spiaggia di Montauro, vicino Catanzaro. Le indagini della Procura generale di Palermo hanno dimostrato che Aiello, oltre che colluso con pericolosissimi clan mafiosi, fosse stato in qualche modo arruolato negli apparati di sicurezza. Difficile che ciò sia avvenuto per operazioni meno che sporche. Le stesse indagini hanno dimostrato che Aiello era un personaggio vicino a Bruno Contrada. Il processo che, dopo oltre trent’anni dall’uccisione di Nino Agostino e Ida Castelluccio, è finalmente sul punto di prendere avvio, nella ricostruzione della Procura generale di Palermo, da me condivisa in toto, riguarda un delitto commesso a mezzadria fra Cosa Nostra e apparati di polizia e dei servizi segreti. Anche per questo è un segnale davvero patologico la distrazione del mondo dell’informazione e delle commissioni antimafia nazionale e regionale su quella angosciante vicenda.

In questi lunghi anni di impegno giurisprudenziale antimafia ha conosciuto molte figure femminili che in veste di madri hanno incarnato, loro malgrado, “Francesca Serio”, la contadina siciliana che tra le prime puntò il dito contro gli esecutori dell’omicidio del figlio Turiddu Carnevale istruendo, parafrasando Carlo Levi, “da sola un processo, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato”; qual è il tratto caratteriale/psicologico, l’aneddoto, il momento, le parole proferite da queste figure-coraggio che lo hanno colpito particolarmente? 

La madre di Salvatore Carnevale, raccontata da Carlo Levi, trovò durante le indagini per l’assassinio del figlio, il supporto, anche professionale, dell’avv. Sandro Pertini, già parlamentare e nel 1978 eletto Presidente della Repubblica. Gli assassini (perché tali erano, nonostante gli esiti della vicenda giudiziaria) di Salvatore Carnevale, dopo la condanna in primo grado a Santa Maria Capua Vetere, furono difesi con successo in Corte di appello di Napoli e poi in Corte di cassazione dall’illustre avvocato Giovanni Leone, anch’egli parlamentare e nel 1971 eletto Presidente della Repubblica. In fondo, nella vicenda in cui svettò l’esempio luminoso di Francesca Serio, c’era già la storia di due Italie. Quella donna mostrò agli italiani due cose: che purtroppo in questo paese la ricerca della verità e della giustizia in molti gravi delitti è abbandonata dallo Stato sulle spalle dei familiari delle vittime; e che le madri di quelle vittime hanno una sensibilità tutta particolare nel capire cosa sia accaduto ai loro cari caduti e una forza irrefrenabile nel combattere anche contro apparati infedeli dello Stato a tutela della memoria delle vittime. Io ho avuto l’onore di assistere tre donne che si sono trovate nella condizione di Francesca Serio, avendo dovuto patire l’uccisione di una figlia o di un figlio, e che hanno lottato indomite per ottenere verità e giustizia: si tratta della signora Santa, madre della diciassettenne Graziella Campagna, uccisa in provincia di Messina il 12 dicembre 1985, della signora Augusta, indimenticabile madre di Nino Agostino purtroppo morta più di un anno fa senza aver ancora raggiunto verità e giustizia, e della signora Angela (la cui battaglia è ancora in corso), madre dell’urologo Attilio Manca, ucciso l’11 febbraio 2004 a Viterbo. Da tutte loro ho imparato cosa sia la mitezza unita alla tenacia, l’umiltà unita al coraggio, la disperazione unita alla volontà di non arrendersi mai. E che forse non c’è niente di più forte, nella vicenda umana, dell’amore di una madre.

Avv. Repici, dove trova la fiducia, la forza e la perseveranza nel portare avanti la sua idea di giustizia in un Paese in cui i processi la restituiscono (quando la restituiscono), unitamente alla dignità delle vittime, dopo vent’anni; dove dopo certi livelli tutto pare fermarsi e quando pare evidente non esserci in alcuni casi “giudici a Berlino”?

Avendo ricevuto la lezione di quelle madri e di tanti familiari di vittime, non ci vuole poi molto per provare a fare qualcosa nell’esercizio della professione per aiutare i propri assistiti nella ricerca di verità e giustizia. Peraltro, si tratta pressoché sempre di vicende che, anche quando ci sono stati interventi poderosi per nascondere responsabilità anche istituzionali sotto tonnellate di sabbia, a osservarle senza far finta di non vedere, rivelano fin da subito brandelli di verità che sono lì evidentissimi e che aspettino solo che qualcuno si decida ad alzare il velo. Alétheia, verità in greco classico (non so se nel greco moderno sia rimasto quel termine), ha ancor più esattamente, per l’alfa privativo, il significato di “non nascondimento”. Diciamo che in fondo viene già dalle radici della civiltà classica l’insegnamento che la lotta per la verità è semplicemente la lotta contro i depistaggi e gli insabbiamenti. E diciamo quindi che, trovandomi spesso impegnato professionalmente nella ricerca della verità, affrontare depistaggi e insabbiamenti è ormai diventato una parte significativa della mia attività professionale.

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