LA RIFLESSIONE: ‘IL CASO E L’INGANNO’ di Nunzio Rosso

8 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione dell’avvocato Nunzio Rosso (foto) che interviene nel dibattito nato dalle polemiche sulle scarcerazioni di centinaia di detenuti, favorite dall’emergenza sanitaria, e dallo scontro tra il ministro Bonafede e il magistrato Nino Di Matteo sulla nomina di quest’ultimo a capo del Dap.

“Scrivo la presente da cittadino e da avvocato in riferimento a quanto verificatosi nel corso della trasmissione andata in onda sul LA7 “Non è l’Arena” nella serata del 4 maggio, ed in particolare al servizio sui fatti relativi alle “scarcerazioni” di mafiosi “favorite” dal periodo emergenziale, ed all’intervento del Dott. Di Matteo.

Una prima riflessione, immediata, non può non riguardare questo tipo di programmi e l’assoluta inadeguatezza dei loro conduttori, che con più che discutibili modalità finiscono per imporre, anche agli ospiti da loro stessi invitati, la linea prestabilita ed il messaggio da veicolare; ciò anche sminuendo se non interrompendo tutti gli interventi che non appiano a supporto della tesi proposta agli ascoltatori ed in definitiva spesso offendo una pessima informazione anche in ordine all’accadimento dei fatti e, quindi, alla cronaca. Vi è da aggiungere che larga parte dei conduttori si avventura in temi e settori – in particolare quello della giustizia – dei quali non hanno idonea dimestichezza e la necessaria ed imprescindibile conoscenza tecnica. Nel caso di specie il Massimo Giletti – evidentemente disponendo di atti del procedimento di Sorveglianza di un detenuto di recente scarcerato (disponibilità foriera di non poche perplessità meritevoli di verifiche ed approfondimenti) – ha proceduto ad una ricostruzione di eventi per giungere alla conclusione della illegittimità del provvedimento di scarcerazione, determinata da – perlomeno – colpa grave di funzionari o dipendenti del DAP, quanto alla tempestiva trasmissione di atti al Giudice di quel procedimento.
Da quel che è dato conoscere, trattavasi di un’istanza di differimento esecuzione pena per incompatibilità della detenzione carceraria con le condizioni di salute.

Si è sostenuto in quella trasmissione che l’intempestività dell’invio della relazione/nota del DAP- richiesta dal Giudice procedente – avrebbe determinato l’adozione del provvedimento “incriminato, che diverso e sfavorevole (per il condannato detenuto) sarebbe stato ove invece fosse pervenuto tempestivamente. Tale affermazione che astrattamente potrebbe corrispondere a quanto accaduto, è però del tutto labiale posto che il conduttore non si è curato di dare lettura o mostrare la motivazione del provvedimento censurato per fornire la dovuta contezza della veridicità del presupposto affermato. Non risulta nemmeno accertato o affrontato l’ulteriore profilo relativo all’effetto ed alle conseguenze che avrebbe prodotto la nota del DAP ove tempestivamente trasmessa e conosciuta dal giudice procedente; ossia se – con giudizio di elevatissima probabilità prossima alla certezza – quest’ultimo avrebbe rigettato l’istanza proposta. Conclusione tutt’altro che scontata, posto che l’incompatibilità delle condizioni di salute con il regime carceraria può essere tale anche a prescindere dalla esistenza di struttura carcerarie dotate di centro clinico ed in grado astrattamente di fronteggiare più patologie. La sussistenza di incompatibilità è, invero, la risultante di una più ampia valutazione che non è soltanto il rapporto tra gravità della patologia e restrizione carceraria, tanto è vero che vi è ampia casistica giurisprudenziale ( di merito e di legittimità) che l’ha riconosciuta anche laddove il carcere – pur attrezzato e dotato di centro clinico – in ragione della specificità del caso non garantiva il necessario monitoraggio o quando la fase era così avanzata da rendere superfluo o inutile il trattamento terapeutico, o quando il protrarsi della detenzione, costituiva fonte di pregiudizio e pericolo per la popolazione carceraria; il tutto nel rispetto e nella immanenza del precetto costituzionale che vieta trattamenti contrari al senso di umanità.

Non è parimenti stato detto (ne affrontato il tema) se il condannato versasse (circostanza più che plausibile alla luce della disposta scarcerazione) in condizioni di assoluta incompatibilità con il regime carcerario (con prognosi infausta quoad vitam) e da cosa tale stato risultasse (parere medico penitenziario, perizia, consulenze medico legali), tenendo conto che la sussistenza e verifica di tale condizioni è, anche dinanzi alla Magistratura di Sorveglianza, parte essenziale dell’intero procedimento in assenza della quale alcuna decisione può essere adottata. Non sfugge, infatti, che l’istruttoria condotta sulle istanze dei condannati prevede – tra l’altro – l’acquisizione di relazioni comportamentali (sulla condotta carceraria) e di informative delle forze dell’ordine- anche attualizzate – sul condannato, sulla pericolosità, su collegamenti con la criminalità, sul nucleo familiare e su ogni aspetto di interesse per la decisione da assumere.

Proprio alla luce di quanto ora detto, appare manifesta la parzialità e l’incompletezza del contenuto delle informazioni del conduttore Giletti, quindi lo scarso livello di informazione (fine primario di carico dei giornalista), ed ancor peggio la pubblica – sia pur implicita – mortificazione del lavoro e della professionalità che sono derivate in capo al giudicante di quel procedimento ed in genere alla categoria di appartenenza.
All’ormai ex Direttore del DAP si è imputata una forma di responsabilità oggettiva MA per il fatto di dipendenti dell’Amministrazione (condotte censurabili di questi ultimi ove rispondente al vero quanto esposto sul loro operato nel corso della trasermissione).

E qui si arriva al secondo tema.
Altra petizione di principio di quel discutibile conduttore quella secondo la quale ove altro fosse stato il Capo del DAP, con certezza non si sarebbe verificato il fatto censurato: il tardivo invio della nota richiesta dal giudice procedente. Solare che trattasi di mera illazione, della cui esattezza e validità non esiste un solo dato oggettivo, restando il tutto affidato alla valutazione della persona (ed in ciò non sembrano sia autorizzate differenze e comparazioni, quantomeno tecniche e di serietà e professionalità).

Una premessa è d’obbligo. Vi è un diffuso convincimento – un dogma ormai – secondo il quale alcune figure della nostra epoca sono immuni da qualunque valutazione, analisi o peggio critica, censura e riflessione, al punto che chi invece proceda in tal senso diviene persona immorale, spregevole e meritevole della peggior gogna anche mediatica. In ragione di tale “sacro” convincimento il dr. Di Matteo era – ed è – per fatto implicito – ex se – l’unico idoneo a ricoprire il delicato ruolo di che trattasi, ontologicamente dotato delle specifiche competenze e dei requisiti tutti per il fatto stesso di essere stato ed essere ciò che comunemente – a giusto titolo – viene ritenuto.
Anche da ciò discende che la mancata nomina sia vista necessariamente come un errore, per di più, seguendo l’impostazione offerta da Giletti, avvolta da un gravissimo sospetto sugli scenari che hanno condotto a siffatta scellerata, illegittima e forse illecita decisione del Ministro por tempore. Su ciò si innesta il dr. Di Matteo che ha ritenuto, inopportunamente (giudizio sembra condiviso da gran parte di commentatori) di dover intervenire telefonicamente.
Non è evidentemente in discussione la persona e tantomeno la figura e/o l’operato professionale e la carriera.
Certamente sorprende non soltanto la sede in cui ha scelto di intervenire (in ragione della carica in atto ricoperta) ma anche l’occasione ed il momento storico. Sorprende ancor più il contenuto delle affermazioni e le modalità di esternazione del proprio pensiero, avuto riguardo alla “scansione” delle singole circostanze rappresentate.
Il merito riguarda certamente le sedi deputate ad occuparsene, ma credo possa convenirsi sul dato – quantomeno – suggestivo introdotto. Ed infatti, accostando temporalmente la dichiarata “retromarcia” del Ministro Bonafede alle conversazioni di colloqui carcerari, si è ingenerato nell’uditorio (ed in particolare nei telespettatori) il dubbio (se non il convincimento, attesa l’autorevolezza della fonte) che il Ministro abbia mutato convincimento e determinazione proprio in ragione delle lagnanze e preoccupazioni di quei colloquianti intercettati. Altra considerazione si aggiunge che è relativa al dato storico – rilevantissimo e per certi versi decisorio – che quelle conversazioni (addirittura pubblicate sulla stampa del tempo) erano note – anche al Ministro che così si è espresso – da data precedente ai suoi incontri con il dr. Di Matteo, circostanza non ricordata da quest’ultimo nel suo primo intervento. Del pari non indicata quella dell’ulteriore offerta di incarico formulata in via alternativa alla Direzione del DAP. Non sembra consono che un componente del CSM (organo – tra l’altro – proprio di autocontrollo dei Magistrati) intervenga in un dibattito televisivo, ancor meno nei modi e con i toni utilizzati, tanto più ove si consideri che in sostanza ha denunciato accadimenti che lo riguardavano direttamente e, proprio per il dichiarato interesse (tanto da accettarlo) all’incarico, si imponeva un dovere di astensione ad intervenire in un programma televisivo, oltre che la necessaria prudenza, sobrietà e completezza di esposizione.
Deve ritenersi certo che nella condotta del Ministro MAI, dal verificarsi dei fatti, lo stesso dr. Di Matteo abbia ravvisato o anche soltanto ipotizzato condotte illegittime o peggio illecite, posto che diversamente avrebbe avuto l’obbligo di attivarsi nei modi di legge e che, ove non adempiuto, si sarebbe reso autore di una gravissima omissione (circostanza da escludere in modo assoluto e categorico).

Così stando le cose (e non si intravede alternativa rispetto a quanto appena detto) appare comprensibile che l’uditorio possa anche ricondurre l’intervento del dr. Di Matteo ad un mero fatto personale, umanamente comprensibile, legato alla mancata nomina ed al forte risentimento che ciò abbia potuto provocare persistendo con tale intensità nel tempo. Ma tanto, piuttosto che rivelare soltanto uno stato d’animo, finisce con l’aggravare fortemente la posizione del Di Matteo che con tale sua condotta ha – di fatto – dato luogo ad un conflitto Istituzionale e Costituzionale con enorme danno al CSM del quale è componente, al Governo ed alla Magistratura, tenuto conto del tema della trasmissione e degli attacchi condotti al provvedimento di scarcerazione che, letti nell’ottica scellerata proposta dal conduttore, rischiano di essere visti come tra loro legati e sintomatici di altro.

Non è la prima occasione di pubbliche dichiarazioni inopportune ed inopinate del Dr. Di Matteo che proprio in ragione di tanto è stato estromesso dal “pool delle stragi”, secondo quanto è dato leggere sulla stampa dell’epoca. Ciò introduce – conclude il legale – ad un’altra riflessione più ampia che riguarda certa la delicatissima funziona assolta dalla Magistratura, il modo di amministrare la giustizia, il potere che detiene, la necessità di assoluto rispetto della forme, la misura e sobrietà che devono connotarne l’agire, con la più totale avversione per ogni sovraesposizione mediatica e protagonismi inaccettabili ed ingiustificati”. Avv. Nunzio Rosso 

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