“IL GRUPPO GENOVESE ERA UN’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE STABILE”. ECCO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA D’APPELLO ‘CORSI D’ORO 2’

22 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Secondo i giudici d’appello «… ci si trova in presenza, pertanto di un’organizzazione criminale dotata di una stabilità coerente con l’operatività degli enti la cui struttura e le cui modalità operative erano specificamente orientate a una serie indeterminata di truffe in danno della Regione Sicilia, secondo un programma che accomunava tutti i soggetti coinvolti».

Era «un’organizzazione criminale dotata di una stabilità coerente». Sono racchiuse in poco più di duecento pagine le motivazioni della sentenza d’appello del settembre 2019, che i giudici hanno depositato per il processo “Corsi d’oro 2”.

Ovvero il sistema “gonfiato” della formazione professionale a Messina e in Sicilia che è stato gestito per anni dalla “galassia politico familiare” dell’ex parlamentare Francantonio Genovese. E le hanno scritte “a quattro mani” il presidente della prima sezione penale Alfredo Sicuro con la collega Maria Teresa Arena.

Oltre duecento pagine in cui i giudici, spiegano i perché delle valutazioni giuridiche, incastrandole in ogni sfaccettatura del procedimento. Che è frutto di una delle più importanti inchieste gestite dalla Procura di Messina negli ultimi anni.

IL REATO ASSOCIATIVO

Sull’esistenza del reato associativo le difese in primo grado avevano argomentato che in pratica ‘non esisteva’, che cioè si era in presenza solo di ‘reati fine’, da cui si era poi ricavata ‘artificiosamente’ l’esistenza dell’associazione. Si trattava cioè di legami politici e familiari. Scrivono invece i giudici d’appello: “…i motivi con i quali gli imputati sostengono l’inesistenza del reato associativo sono palesemente infondati perchè adeguatamente resistiti dalla motivazione della sentenza di primo grado. Diversamente da quel che sostengono gli atti d’appello, i primi giudici non hanno accertato l’esistenza dell’associazione sulla base dei reati fine ai quali hanno sovrapposto indebitamente i legami politici e familiari di Genovese. Hanno, invece, ricostruito la vicenda, rilevando che Genovese ha messo a frutto la propria influenza politica per acquisire, in misura sempre maggiore nell’arco temporale oggetto della contestazione, il controllo degli enti di formazione in Sicilia, destinati a ricevere le ricche sovvenzioni regionali. Per sfruttare a fini di profitto illecito tale situazione, egli ha messo in piedi una articolata organizzazione nella quale ha coinvolto familiari, collaboratori, soggetti con i quali aveva un legame di tipo politico e altri individui operativi nel medesimo settore con i quali ha operato in sinergia per il perseguimento di illeciti interessi”. Come? “…tale complessa organizzazione ha previsto, come si è visto nell’esame dei reati fine, anche e soprattutto la creazione ad hoc di società di capitali, o l’utilizzo di quelle preesistenti direttamente controllate da Genovese, allo scopo d gonfiare i costi dei programmi di formazione e in part di spostare il denaro illecitamente ricavato verso la persona fisica che costituivano principale punto di riferimento dell’organizzazione (Genovese), con l’ulteriore vantaggio di sottrarre all’Erario, per quanto possibile, quelli che sarebbero dovuti apparire come i ricavi delle società di capitali”. Quindi, anche secondo i giudici d’appello “…ci si trova in presenza, pertanto di un’organizzazione criminale dotata di una stabilità coerente con l’operatività degli enti la cui struttura e le cui modalità operative erano specificatamente orientate a una serie indeterminata di truffe in danno alla Regione Sicilia, secondo un programma che accomunava tutti i soggetti coinvolti.

LA CONDANNA DI FRANCO RINALDI

In un altro passaggio i giudici spiegano perchè hanno riformato la pena di Franco Rinaldi, condannandolo anche per l’associazione a delinquere, reato per cui in primo grado era stato assolto: “…Rinaldi era ‘l’uomo della Regione’, il punto di riferimento politico in seno all’assemblea regionale del gruppo familiare-politico e non vi è dubbio alcuno in merito al suo pieno coinvolgimento nel programma criminale ordito e perpetrato per anni, come dimostrano le iniziative politiche e non solo, intraprese a tutto vantaggio degli enti riconducibili alla ‘famiglia’”.

LE CONSULENZE ‘FANTASMA’

Una parte delle motivazioni spiega il ragionamento sulle cosiddette ‘consulenze legali inesistenti’ di Genovese, ma pagate a favore della società del ‘gruppo’, che sono finite agli atti del processo come motivo per drenare denaro pubblico: “…altro elemento da tenere presente è, poi, che, per nessuna delle consulenze di cui si discute, esiste traccia documentale dell’intervento del professionista. Lo stesso non ha mai operato in sede contenziosa per conto delle società nei cui confronti ha emesso fatture… tenuti presenti tali dati l’accertamento effettuato dal tribunale, con metodologia che questa Corte condivide, era finalizzato a ricostruire il contenuto delle consulenze che Genovese avrebbe effettuato nei confronti delle predette società (e dunque per lo più di sé stesso), ricavandone i consensi più che significativi portati dalle fatture di cui si discute…”. Qui le difese hanno obiettato che “…Genovese era intervenuto attivamente nelle operazioni rispetto alle quali egli aveva fatturato le prestazioni di consulenza”. Ma i giudici d’appello sono molo netti: “…l’assunto è smentito dalla semplice lettura delle deposizioni (dei testi sentiti, ndr), che consente di ribadire in questa sede la valutazione espressa dal giudice di primo grado”. Secondo i giudici poi “…con le false fatturazioni Genovese otteneva il risultato di consentire alle società di esporre costi che finivano per azzerare o ridurre significativamente il reddito, così da determinare l’imposta, sulla base dl risultato contabile alla fine del periodo di riferimento, in misura molto inferiore al dovuto”.

LA SOCIETA’ CALASERVICE

C’è un altro passaggio della sentenza che prende in esame la società ‘schermo’ di genovese, ovvero la Calaservice s.r.l. al centro delle false fatturazioni per evadere le tasse. Ecco quello che scrivono al proposito, ed è abbastanza emblematico: “…una parte delle fatture è stata emessa in attuazione di una scrittura privata in forza della quale Calaservice s.r.l. avrebbe dovuto svolgere nei confronti di Genovese ‘direttamente o attraverso consulenti e/o collaboratori anche esterni, consulenze legali, contabili, societarie, nonché altri servizi, incluso noleggi auto” per un corrispettivo di 120.000 euro annui. Cosa l’imputato abbia pagato 10.000 euro al mese – scrivono i giudici -, negli atti di cui alla contestazione, tuttavia, è un mistero che l’istruttoria dibattimentale non è riuscito a dipanare”. Già, rimane un mistero. Ma intanto sono dati del processo -, tra il 2006 e il 2011 sono stati drenati da questo ‘sistema’ qualcosa come 46 milioni di euro di denaro pubblico.

 

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