Capaci. Ardita: “Commemorazioni del tutto distanti dalla realtà di Falcone e Borsellino’

24 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria

“Ci si è abituati questi anni a vedere le commemorazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino piene di personaggi che hanno commemorato le nostre vittime che però in questa terra hanno fatto l’opposto di ciò che loro avrebbero fatto, e cioè hanno ostacolato il lavoro di quanti ne hanno portato avanti le idee o addirittura hanno fatto una guerra a chi ha pensato di operare come Falcone o Borsellino. Un’altra cosa assurda che si ascolta spesso nelle commemorazioni è un ricordo del tutto distante dalla realtà di ciò che furono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Sebastiano Ardita, consigliere togato del Csm e pm antimafia, ha ricordato così la strage di Capaci, in una diretta Facebook, organizzata da CittàInsieme Catania, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montanaro. Secondo Ardita in alcuni casi si dice che Falcone e Borsellino “erano magistrati che operavano nel silenzio delle loro stanze e mai si esponevano in pubblico. E' un dato palesemente falso - ha detto - Giovanni Falcone e Paolo Borsellino operarono in un contesto pubblico, che si esponevano e avevano il coraggio di dire quello che andava detto anche quando questo avrebbe comportato dei problemi per questo ne ebbero tanti. Morirono per questo, per essere personaggi pubblici e avere il coraggio di dire la verità fino in fondo nel loro lavoro”. Il magistrato ha evidenziato che questo 28° anniversario della strage “sarà ricco anche di altri contenuti, non possiamo ignorare quello che è accaduto nelle carceri e cioè, l’uscita di 400-500 imputati o condannati per reato di mafia, un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica".

La questione delle carceri
Il consigliere togato ha poi affrontato il tema delle rivolte che ci sono state all’inizio di marzo scorso quando è scoppiata l’epidemia del Coronavirus. “Le carceri sono crollate - ha spiegato - perché da molti anni esiste una certa importante, rilevante disattenzione per i detenuti per la loro condizione civile e la vita all’interno delle carceri, che si è tradotta nell’aumentare l’ora di ricreazione e di far venire meno le ore di insegnamento. Diciamo come se i professori fossero usciti dall’aula e hanno lasciato i ragazzi a fare quello che volevano, ad autogestire la classe”. Secondo Ardita la mafia non ha fatto altro che “strumentalizzato la paura, del tutto immotivata, si è approfittata del fatto che lo Stato non ha comunicato ai detenuti che ci avrebbe pensato lui ad assicurare la sicurezza. Quelle delle terze brande, persone che sono sottoposte anche alla gerarchia del carcere, sono state mandate avanti per poter fare le rivolte in cui sono morte 14 detenuti. Un'ecatombe”. Si era insinuata l’idea che da un momento all’altro potesse crollare tutto, ma “in realtà era una rivolta che lanciava una cattiva attenzione all’interno delle carceri, al welfare, alle persone, che ha prodotto poi il disagio, che la mafia ha strumentalizzato. E poi da lì la risposta dello Stato qual'è stata? Non è intervenuto socialmente all’interno, reintegrando servizi, disciplina intera, perché non si può reagire quando vengono messe a ferro e fuoco le carceri italiane, luoghi in cui l’esecuzione della pena deve essere garantita. - ha poi aggiunto - Un provvedimento che consentiva a personaggi pericolosi, anche se non mafiosi, però pericolosi, quelli che non erano stati liberati in passato, di poter beneficiare per l’ultimo tratto della pena. Ne è conseguito che ne sono uscite 8000 mila persone”.
Per il consigliere togato se non si interviene a “curare le malattie sociali, la mafia prenderà quelli delle ultime brande, quelli dei quartieri a rischio all’esterno e lì utilizzerà contro di noi, con un piccola differenza, che abbiamo agito un po’ tutti con il petto gonfio con la sicurezza che abbiamo vinto la lotta alla mafia quando in realtà non abbiamo vinto nulla, in quanto abbiamo spiegato a molti che la mafia si è rifatta una sua verginità, ha una sua potenza economica importante, sta infiltrando le istituzioni, sta inquinando il dibattito pubblico anche sulla giustizia, perché spesso si parla di garantismo anche in modo strumentale, ma dobbiamo essere garantisti soprattutto con gli ultimi, con chi non ha commesso qualcosa”.
In conclusione, il magistrato catanese ha affermato che “il miglior modo di onorare Giovanni Falcone è “sforzarsi di avere un briciolo della sua competenza e del suo coraggio”.

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