LA RIFLESSIONE: L’ATTACCO AL 41-BIS CONTINUA NEL SILENZIO GENERALE

25 Maggio 2020 Inchieste/Giudiziaria
Di Vincenzo Musacchio – Il 41-bis fu creato e voluto fortemente dal giudice Giovanni Falcone perché doveva essere, assieme alla confisca dei beni, l’arma per sconfiggere la mafia. In questi ultimi anni ha subito cambiamenti, affievolimenti, revisioni sempre e comunque in favore di chi è condannato al cd. carcere duro. L’ultima circolare emanata dal Ministero della Giustizia il 21 marzo 2020 è la prova oggettiva. Proprio in questi giorni, inoltre, cade un altro pezzo di 41-bis: per la Consulta è incostituzionale il divieto di scambio d’oggetti tra detenuti al carcere duro. Dobbiamo essere onesti nel dire e nel far conoscere a chi legge che oggi i sottoposti al carcere a regime detentivo speciale sono giovani, hanno figli che hanno concepito in carcere con le mogli, si sono laureati a nostre spese, fanno i bulli nei processi, lanciano messaggi dal carcere e vogliono uscire e tornare a comandare. Non dobbiamo mai dimenticarci che le stragi degli anni novanta simboleggiano ancora oggi un segnale forte allo Stato al fine di attenuare il regime del 41-bis. Riflettiamo sul fatto che Giuseppe Graviano, boss di Bancaccio, in aula non ha confermato ciò che aveva dichiarato nell’ora d’aria pur sapendo di essere intercettato (era un messaggio lanciato a Berlusconi), fa supporre che l’applicazione, nei fatti, del carcere duro abbia vari varchi che sono allargati o ristretti secondo le convenienze del ceto politico implicato nella trattativa Stato-mafia. Trattativa che, a mio giudizio, non è ancora finita poiché gli artefici e responsabili sono ancora tutti vivi. La nuova mafia ha capito benissimo come muoversi. Le bombe non le servono più poiché ha fiumi di denaro, controlla parte della politica e della stampa, può contare su giudici corrotti. Ancora oggi pezzi di Stato e d’istituzioni lavorano, di fatto, per la mafia e non per combatterla e sconfiggerla. Il “papello” di Riina che mirava ad abolire il carcere duro sta arrivando poco alla volta a compimento. Il 41-bis sta diventando un regime carcerario, di fatto, solo simbolico e le confische dei beni ai mafiosi languono nel disinteresse più totale. Questo deve farci preoccupare e non poco poiché questi due imprescindibili strumenti hanno assestato un duro colpo alle mafie e per questo rimangono indispensabili. Sono convinto che il 41-bis debba essere potenziato e i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione debbano essere ristretti all’interno d’istituti a loro esclusivamente riservati, collocati se possibile nelle isole, sul modello territoriale di Pianosa e l’Asinara. I boss mafiosi col 41-bis e con la piena efficienza del sistema delle confische dei loro beni, possono essere sconfitti. Questi due strumenti preoccupano sia i mafiosi che stanno in carcere sia quelli che sono liberi di delinquere all’esterno. Sarò controcorrente ma ritengo che il 41-bis vada inasprito e applicato con più rigore. Ho sempre detto che uno Stato responsabile che non voglia essere tacciato di connivenza, non può permettere che chi ha messo in serio pericolo la democrazia, possa ottenere benefici di questo genere in offesa a tutte le vittime di mafia. Quando furono uccisi Falcone e Borsellino questi mafiosi che oggi sono al 41-bis, brindarono sui loro corpi ancora caldi. Qualora si dovessero aprire le porte del carcere anche per gli autori delle stragi di Capaci e via d’Amelio si certificherebbe la sconfitta dello Stato e il trionfo delle mafie. Questo è il mio pensiero. Nella lotta alle mafie, 41-bis e confische dei beni ai mafiosi restano uno strumento imprescindibile, efficace, necessario e da potenziare al più presto possibile.
CHI E’
Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). E’ ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla criminalità organizzata del Royal United Services Institute di Londra. È presidente e direttore scientifico dell’Osservatorio Antimafia del Molise. È direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

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