La sentenza: truffe immobiliare a Messina, inflitte 4 condanne

3 Luglio 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Edg – È arrivata poco dopo le 22 la sentenza contro i componenti dell’organizzazione specializzata in raggiri nel settore immobiliare che nel maggio del 2015 finirono agli arresti domiciliari in base a quanto disposto dal gip Maria Militello, su richiesta del pubblico ministero Roberta La Speme. Destinatari del provvedimento erano stati l’ex dipendente della Provincia Giuseppe Giammillaro, 57 anni, nato e residente a Messina; il mediatore Antonino Rizzotto, 67 anni, nato e residente a Messina; l’agente Giuseppe Giuliano, 57 anni, nato a Catania ma residente nella città dello Stretto. Altri due, Vittorio Lo Conti, 61 anni, (amministratore di diritto della Imprelogi, nato ad Antillo e residente a Messina) e Lorenzo Saglimbene (amministratore della Imprelogi, nel frattempo deceduto) erano risultati indagati dalla Procura peloritana. Dovevano rispondere tutti di associazione a delinquere finalizzata alla truffa.

La sentenza:

I giudici della Prima sezione penale, presieduta dal giudice Letteria Silipigni (Simona Monforte e Giovanni Albanese i giudici a latere) hanno pronunciato la seguente sentenza:

Giuseppe Giammillaro è stato condannato alla pena di 4 anni e 3 mesi di carcere e a una multa di 2.300 euro.

Vittorio Lo Conti è stato condannato alla pena di 2 anni e a una multa di 1.300 euro.

Decisa anche la condanna di Antonino Rizzotto alla pena di 2 anni e 10 mesi e a una multa di 1.750 euro.

Infine decisa la condanna di Giuseppe Giuliano alla pena di 2 anni e 7 mesi e a una multa di 1800 euro, otre tutti al pagamento delle spese processuali.

Per Saglimbene è stato dichiarato per un reato «il non doversi procedere per morte del reo» (è stato anche assolto nel merito da un altro reato «perché il fatto non sussiste»). Assoluzione parziale hanno registrato anche Giammillaro, Lo Conti, Rizzotto e Giuliano (per il capo A). Per Lo Conti decisa anche la sospensione della pena.

Il tribunale ha condannato inoltre Giuseppe Giammillaro, Vittorio Lo Conti, Antonino Rizzotto e Giuseppe Giuliano al risarcimento dei danni in favore delle parti civili difese dagli avvocati Nunzio Rosso e Salvatore Silvestro (Guido Restanti, Salvatore Mastroeni, Giuseppe Marino, Emilio e Gianfranco Sanfilippo Milazzo, Maria Grazia Lenzo, Santino Risitano, Antonio Tesoro e Giovanni Caselli). Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Roberto Materia, Alessandro Billè, Daniela Agnello, Antonello Scordo e Giuseppe Carrabba.

Stando ai capi d’imputazione, avrebbero stipulato contratti preliminari di vendita relativi a unità immobiliari in corso di costruzione, i cui lavori di realizzazione non sono stati mai portati a compimento o di cui non avevano più la disponibilità, essendo stati precedentemente alienati a terzi. Così gli ignari acquirenti venivano raggirati. In particolare, «Vittorio Lo Conti e Lorenzo Saglimbene rivestivano la qualità di amministratori di diritto della “Imprelogi srl”», il primo «dal 23 aprile al 30 luglio 2010», il secondo dal dicembre 2010 sino all’attualità». Mentre Giammillaro, amministratore di fatto della stessa ditta, «individuava gli amministratori della società, curava la stipula dei contratti preliminari di vendita, riceveva materialmente gli assegni e il denaro contante». Dal canto loro, Giuseppe Giuliano e Antonino Rizzotto, «rispettivamente titolare dell’agenzia immobiliare Italcase e agente immobiliare, procacciavano i clienti ricevendo la provvigione per l’attività di intermediazione fornita».

Dall’ordinanza di applicazione di misura cautelare si evince che la Imprelogi, a luglio 2010, è subentrata in un cantiere di villaggio Pace, in contrada Fortino, dove era stato eseguito, dalla Gieffe costruzioni srl, un fabbricato che si presentava al rustico e con unità immobiliari già divise. La Imprelogi ha realizzato 150mila euro di lavori, nonostante dall’esame dei conti correnti emerga che i promissari acquirenti hanno corrisposto assegni per un totale di 883.050 euro, oltre al danaro che hanno dichiarato di avere versato in contante per un ammontare di 64.930 euro. Questo, secondo l’accusa, il comune modo d’agire fraudolento: ingenti somme di denaro versate dagli acquirenti su uno dei conti della società venivano prelevate azzerando, in breve tempo, i conti; il denaro versato dai promissari acquirenti, come il finanziamento della banca, veniva sottratto al completamento del fabbricato e destinato a spese personali.

 

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