Truffa al Comune di Taormina, avvocato Laface condannato a 4 anni

9 Luglio 2020 Inchieste/Giudiziaria

E’ stato condannato a 4 anni l’avvocato Francesco Laface, accusato di intascare i crediti del Comune di Taormina del quale era consulente. L’ha deciso il Tribunale di Messina nei confronti del professionista, difeso dall’avvocato Silvestro, col riconoscimento dell’attenuante prevista dall’articolo 323 del codice penale (dopo essersi attivato per elidere le conseguenze dannose del reato).
L’inchiesta della Guardia di Finanza era scattata lo scorso novembre. Francesco Laface era accusato di aver trattenuto per sé i soldi dei morosi del comune di Taormina, che lo aveva incaricato del recupero crediti delle utenze idriche. Nel mirino della Finanza era finito anche l’ex dirigente del Comune di Taormina Giovanni Coco (in foto), oggi in pensione, per il quale era scattato il divieto di dimora. L’avviso di garanzia era arrivato anche al funzionario comunale Roberto Mendolia che secondo la Guardia di Finanza, interrogato, non avrebbe detto tutta la verità su una delle operazioni contestate a Coco e Laface. L’ipotesi di reato per lui è favoreggiamento personale, peculato, corruzione e falso i reati contestati a vario titolo. Le indagini hanno svelato che il professionista, incaricato dall’Amministrazione al recupero dei crediti delle forniture idriche, con la complicità dell’ex dirigente comunale, anziché versare all’ente locale le somme riscosse, le teneva per sé.
Negli anni, stimano i finanzieri, avrebbe così accumulato illecitamente quasi un milione di euro. Per questo a novembre scorso è scattato anche il sequestro dei beni di Laface. Al dirigente comunale in pensione viene contestata l’omessa vigilanza sull’operato del legale e la sua complicità attiva per “mettere le carte a posto”. Complicità data dietro corrispettivo, secondo le Fiamme Gialle.

CONNIVENZA’ E OMERTA’

L’appropriazione del denaro pubblico da parte degli indagati era nota a molti impiegati addetti al servizio, come emerge dalle intercettazioni all’interno dell’ordinanza cautelare, ma – scrive il gip – “l’omertà e la connivenza dei pubblici dipendenti ha consentito il perpetrarsi nel tempo delle condotte illecite“.

Il comune gestiva le fatture del sevizio idrico  e le relative diffide attraverso un software, denominato ‘AcqueWin3’ – da qui il nome dell’operazione –, fino al 2016. Nel programma sono stati scaricati i pagamenti effettuati direttamente a Coco e a La Face.

La cosa più grave appare come tale strutturata ed indisturbata attività di sistematica appropriazione di denaro pubblico risultasse nota a molti impiegati della macchina comunale della Perla dello Jonio, come emerge dal contenuto delle intercettazioni.

Secondo l’ipotesi d’accusa, proprio il connubio criminale disvelato consentiva al legale di riuscire a mantenere l’incarico, sin dal lontano 1995, nonostante i vari avvicendamenti delle amministrazioni comunali, continuando, in tal modo, a perseverare in maniera indisturbata nella sua azione criminogena.

Come funzionava il sistema? Da un lato il legale avrebbe dovuto essere pagato per il servizio svolto dal Comune di Taormina – la prima delibera parla di 6 milioni annui, previa la presentazione di relazione bimestrale sull’attività svolta e relative distinte dei pagamenti incassati. In realtà tali attestazioni non sono mai state rinvenute dalla Finanza, e Coco non avrebbe sorvegliato a dovere sulla rendicontazione di La Face.

Dall’altro, il dirigente presentava al bilancio una sorta di rendicontazione generica dei crediti recuperati, ascrivendo somme complessive ai relativi lassi di tempo, senza indicare le specifiche. Infine, il dirigente manometteva l’anagrafica del servizio idrico, inserendo nel sistema informatico comunale Acquewin 3 attestazioni di pagamenti che invece non erano mai stati incassati per intero dal Comune. Così facendo, permetteva a La Face di avere le ricevute che poi consegnava agli utenti che pagavano a lui direttamente, ed evitava che a questi arrivassero le contestazioni per le bollette non pagate.

GLI INCARICHI ALL’AVVOCATO LA FACE? DAL LONTANO 1993…

Gli incarichi all’avvocato Laface risalgono addirittura al lontano 1993, quando la giunta comunale dell’epoca lo incaricò di recuperare il credito degli utenti morosi con il servizio idrico.

Incarico rinnovato poi nel 1995, e nel 2007 per un anno, quando con l’elezione del sindaco D’Agostino non fu riconfermato.

Ma già nel 2009, con l’elezione del sindaco Passalacqua, Laface tornò a riscuotere i crediti.

Il legale – da quanto risulta dall’inchiesta – non avrebbe mai trasmesso al comune un resoconto di tutte le somme di denaro riscosse e versate al Comune e un prospetto riepilogativo delle somme riscosse dagli utenti morosi.

Dall’analisi della documentazione contabile emerge che a fronte di un versamento complessivo nelle casse del Comune di 178 mila euro (ma come scrive il gip, la maggior parte dei versamenti furono effettuati “quando Laface era ben consapevole delle indagini in corso“), il legale avrebbe ricevuto in contanti o a mezzo assegni, la somma di 933.991,98, per cui le somme di cui l’avvocato è rimasto in debito nei confronti del Comune ammonterebbero a 775.718 euro.

Il gip poi elenca le posizioni degli utenti morosi che hanno pagato direttamente La Face a mezzo assegno o in contanti. Sono in tutto 56 le singole ipotesi di peculato contestate.

Tantissimi gli Hotel, i ristoranti, ma anche semplici cittadini e condomini.

Io ho un problema con la Guardia di Finanza e col Comune di Taormina…senza…il Comune di Taormina, per un condominio, mi ha mandato una richiesta di bollette dell’acqua, di cui tante sono state pagate a te…(…) io te l’avevo detto e mi avevi detto di non fare niente! Ora, ora la Guardia di Finanza mi richiede di portargli…mi dice che io ho un contenzioso col Comune di Taormina…”.

Così un amministratore di condominio parla a Laface, a novembre 2018. L’amministratore, infatti, di fronte alla contestazione ricevuta nel 2014 di morosità per 34 mila euro, presenta assegni emessi e consegnati a Laface che attestano pagamenti per 40 mila euro. Alla nuova verifica successiva, dimostra di aver staccato assegni, consegnati al legale, per oltre 60 mila euro, tra il 2011 e il 2016.

Da un noto albergo invece il legale avrebbe incassato la somma di 30mila euro. Pagamento che non trovò riscontro nelle fatture con la dicitura ‘pagato’ e che allarmò poi il titolare.

In un altro caso, un altro titolare di un grosso hotel pagò all’avvocato 2.500 euro, che l’avvocato versò poi nel conto corrente personale.

Gli esempi sono tanti cosi come sono numerose le fatture fittizie che La Face avrebbe emesso per giustificare l’incasso degli assegni.

Secondo il gip Militello è evidente lo stratagemma adottato da La Face, che quando riceveva il pagamento delle morosità con uno strumento tracciabile, come l’assegno, emetteva fatture per un importo corrispondente, inserendo come causale ‘attività di consulenza’, per prestazioni mai effettuate, “col fine di dare una parvenza di liceità alle somme che riceveva per conto del Comune e che invece tratteneva per sé”.

Pagamenti tracciabili che l’indagato non gradiva tanto da abbonare, in alcuni casi, gli interessi e le spese pur di ricevere il pagamento in contanti.

Durante l’inchiesta è apparso evidente come la cautela dell’avvocato nel parlare al telefono derivasse dal fatto che sospettasse di essere intercettato. In alcuni casi alcuni testimoni chiamati dalla Guardia di Finanza vennero contattati di persona da Laface (il giorno precedente l’interrogatorio da parte della Polizia giudiziaria), che avrebbe condizionato poi le singole dichiarazioni che sono risultate essere, secondo gli inquirenti, “pilotate” se non “edulcorate”.

IL PECULATO

“Tutti conoscevano il sistema adottato dall’avv. Laface”. In una conversazione del 9 agosto 2018, il dipendente del comune di Taormina Curcuruto dice a Coco che Laface ha versato 138 mila euro nelle casse del comune. Nel corso della conversazione viene descritto quello che è realmente accaduto. L’utente moroso si recava allo studio dell’avv. Laface e pagava con assegno o in contante; l’avvocato invece di versare quanto ricevuto al Comune versava l’assegno su proprio conto corrente e non rimetteva le somme al comune neanche entro l’anno.

LA TANGENTE ALL’AMICO-DIRIGENTE

Le intercettazioni sembrano dimostrare “come il dirigente del comune Giovanni Coco (foto sotto) fosse ben consapevole di aver ricevuto dei bonifici da parte di Laface sul suo conto corrente ed alcuni assegni emessi in favore di sua moglie per avere compiuto e per compiere atti contrari ai propri doveri di ufficio” e anticipa al suo interlocutore che giustificherà tali spostamenti di denaro con la vendita all’avvocato Laface dei mobili che ha nello studio, ricevuto per eredità, situazione di cui deve informare il fratello, a conferma della non veridicità della giustificazione. “A conferma della falsità della giustificazione ‘pre.costituita’, va segnalato che anche in sede di perquisizione presso l’abitazione dell’exdirigente comunale, è stato rinvenuto e sequestrato un “pizzino”, un promemoria rappresentativo della giustificazione concordata tra gli attori per creare una giustificazione – ovviamente solo apparente – alla tangente ricevuta”.

“E’ CONFERMATO CHE COCO – SCRIVE IL GIUDICE MILITELLO – ABBIA CONSAPEVOLMENTE ADOTTATO ATTI CONTRARI AI PROPRI DOVERI D’UFFICIO, AVENDO RICEVUTO, NEI MOMENTI DI NECESSITA’, COSPICUI ACCREDITI DA PARTE DEL PROFESSIONISTA”.

ANCHE COCO INCASSAVA DENARO IN CONTANTI

A Coco, oltre che di aver ricevuto 25 mila euro per la complicità resa al legale, i finanzieri contestano anche di aver trattenuto direttamente circa 16 mila euro di pagamenti degli utenti.

Gli utenti morosi non potevano pagare in contanti al Comune, che non aveva esercizio di cassa, quindi Giovanni Coco non avrebbe potuto ricevere denaro in contanti; di contro è emerso  – scrive il gip – “che era solito ricevere denaro in contante o assegni a lui intestati dagli utenti morosi. L’inusuale riscossione in contante da parte di Coco ha fatto sorgere dubbi nell’impiegato Allegra, il quale ha esternato più volte le sue perplessità al proprio dirigente”. “Coco mi ha ribattuto che la questione non mi riguardava… Tale comportamento mi ha indotto a chiedere anche il trasferimento dal suo ufficio che è avvenuto nel 2016”.

Più utenti hanno poi confermato di aver consegnato denaro in  contanti o a mezzo assegni al dirigente comunale (circa 16mila euro), mai versati al comune.

Che si trattasse di una prassi consolidata di cui tutti erano a conoscenza “appare fuori dubbio”, scrive il gip, come emerge da alcune intercettazioni: (“Curcuruto: lo sai dove ho sbagliato Giovanni? La colpa è anche mia che non ho detto niente di questa cosa ed ho fatto finta di niente come se il discorso non fosse stato mio… una sola cosa che il versamento non veniva fato nelle casse comunali!…) e poi “Curcuruto: …quando quello maneggia soldi… i soldi se li prende… G: ma stai dicendo davvero? Curcuruto: e che lo dico per finta? e quando Franco si prendeva soldi e non li versava, si facevano i viaggi insieme a Giovanni… la Finanza se ne accorge di tutte queste cose“).

Il 14 dicembre del 2018 viene intercettata un’altra conversazione tra Rosario Curcuruto e l’impiegata comunale Maddalena Nicita sulle indagini in corso della polizia giudiziaria in cui emerge che anche … era consapevole di quello che succedeva e copriva i responsabili (R: stanno cercando di capire se si “azziccaru” soldi nelle tasche ovvio no! e se ci sono dei pagamenti registrati nel programma…dove sono numeri che non portano da nessuna parte…”).

 

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