#FOTO – BETA 2, IN APPELLO SENTENZA STRAVOLTA. SOLTANTO 1 ANNO E 4 MESI PER VINCENZO ROMEO. 8 ANNI AI FRATELLI LIPARI, OTTO MESI AL FUNZIONARIO DEL COMUNE PARLATO. ASSOLTO MAURIZIO ROMEO

22 Luglio 2020 Inchieste/Giudiziaria

di Enrico Di Giacomo – E’ stata emessa nel pomeriggio di oggi, alle 17.30, dopo una lunga camera di consiglio, la sentenza del processo d’appello Beta 2 che vedeva alla sbarra, davanti ai giudici della sezione penale della Corte d’appello presieduta dal giudice Alfredo Sicuro e composta dalle colleghe Maria Teresa Arena e Maria Eugenia Grimaldi, otto degli imputati che hanno scelto il giudizio abbreviato nel processo scaturito dall’operazione antimafia Beta che fece luce sull’esistenza di una cellula di cosa nostra attiva a Messina, rappresentata dalla famiglia Romeo-Santapaola e dai legami tra questi ultimi e affaristi e professionisti messinesi.

LA SENTENZA:

Eccola dunque la sentenza in parziale e sostanziale riforma della sentenza emessa dal Gup il 17 giugno 2109:

1 anno e 4 mesi per Vincenzo Romeo (per lui una forte riduzione di pena essendo stato assolto dall’accusa di estorsione “perchè il fatto non sussiste” e la revoca dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici), 8 anni, 10 mesi e 20 giorni per Antonio Romeo, 5 anni e 4 mesi di reclusione per Giuseppe La Scala (pena dimezzata rispetto al primo grado, circoscritto il fatto contestato fino all’ottobre 2014, e riduzione ad un anno della libertà vigilata), 8 anni e 8 mesi per Antonio Lipari, 8 anni e 8 mesi per Salvatore Lipari, 8 mesi di reclusione (con l’esclusione per entrambi dell’aggravante mafiosa), 8 mesi (per lui anche i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione) per il funzionario comunale Salvatore Parlato, a cui è stata esclusa l’aggravante di aver agito col metodo mafioso, 1 anno e la sospensione condizionale della pena per Nunzio Laganà (esclusa l’aggravante di aver agito col metodo mafioso per il reato di influenze illecite). Al pentito milazzese Biagio Grasso erano stati inflitti 8 mesi con l’attenuante prevista per i collaboratori di giustizia. Unica ma pesante assoluzione quella di Maurizio Romeo (assolto da reato di associazione mafiosaper non aver commesso il fatto), difeso dagli avvocati Nino Cacia e Tancredi Traclò.

Antonio Romeo, Giuseppe La Scala, Antonio e Salvatore Lipari sono stati condannati in solido al pagamento delle Parti civili (associazione nazionale antimafia “Alfredo Agosta” e comitato Addio Pizzo Onlus) in complessivi 900 euro. La Scala, Antonio e Salvatore Lipari dovranno versare 900 euro alla parte civile F.A.I., Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane. La Corte ha dichiarato la perdita di efficacia della misura della custodia in carcere applicata a Maurizio Romeo e ha ordinato l’immediata liberazione se non detenuto per altra causa.

Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Nino Cacia, Giuseppe Serafino, Roberto Materia, Nino De Francesco, Luigi Gangemi, Tommaso Autru.

LE RICHIESTE DEL SOSTITUTO PG SALAMONE.

Il sostituto procuratore generale Salamone aveva chiesto l’11 giugno scorso la conferma della sentenza del Gup Monica Marino del 17 giugno 2019, e in parziale riforma della sentenza la richiesta di sconto di pena per 4 imputati e di assoluzione per il collaboratore Biagio Grasso e per Nunzio Laganà. In sostanza aveva chiesto per alcuni imputati l’esclusione delle aggravanti di associazione armata e del reimpiego dei capitali. Inoltre per il traffico di influenze illecite aveva chiesto la derubricazione del reato con conseguente assoluzione ‘perchè il fanno non è più previsto dalla legge come reato’.

Eccole le richieste nel dettaglio:

4 anni e 7 mesi e 10 giorni (più 1000 euro di multa) per Vincenzo Romeo, 8 anni e 2 mesi e 20 giorni per Antonio Romeo, 8 anni di reclusione per Giuseppe La Scala, 8 mesi per Biagio Grasso, 10 anni e 8 mesi per Antonio Lipari, 10 anni e 8 mesi per Salvatore Lipari, 10 anni e 8 mesi per Maurizio Romeo e 8 mesi di reclusione e 400 euro di multa (con l’esclusione dell’aggravante mafiosa) per il funzionario comunale Salvatore Parlato. Assoluzioni, infine, per Nunzio Laganà dal capo d’imputazione n. 3 (condannato in primo grado a 1 anno e 10 mesi) e per il collaboratore Biagio Grasso (era stato condannato a 8 mesi).

Il blitz denominato Beta 2, scattò ad ottobre 2018, poco dopo la sentenza del processo scaturito dalla prima tranche dell’inchiesta.

LA SENTENZA DI PRIMO GRADO.

Otto condanne, alcune piuttosto pesanti, per la nuova inchiesta sugli affari mafiosi a Messina e in Italia del gruppo Romeo-Santapaola, nome in codice “Beta 2”.

Eccole nei dettagli la sentenza del Gup Marino emessa a giugno del 2019:

Inflitti 10 anni e 8 mesi di reclusione per il reato associativo mafioso ai fratelli Antonio Lipari e Salvatore Lipari, a Giuseppe La Scala e a Maurizio Romeo. Per il funzionario comunale di Messina Salvatore Parlato decisa la condanna a un anno e 600 euro di multa. Al pentito milazzese Biagio Grasso inflitti 8 mesi con l’attenuante prevista per i collaboratori di giustizia.

Pena lieve anche per il messinese Nunzio Laganà, un anno e 10 mesi di reclusione. Infine per Vincenzo Romeo il gup ha deciso la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione per estorsione e traffico di influenze illecite.

Queste le richieste dei pm Todaro e Monaco: 10 anni di reclusione per La Scala e i due fratelli Lipari, 12 anni per Maurizio Romeo, 2 anni per Parlato e Laganà, 8 mesi per il pentito Grasso, e infine 2 anni per Vincenzo Romeo.

La Direzione distrettuale antimafia, in questo caso i sostituti Liliana Todaro e  Fabrizio Monaco, contestavano in questa tranche una serie di reati che vanno dall’associazione mafiosa al traffico di influenze illecite, dall’estorsione alla turbata libertà degli incanti, aggravati dal metodo mafioso, poiché commessi per agevolare l’attività del gruppo mafioso Romeo-Santapaola.

I RITI ORDINARI. 

Sono alla sbarra invece con rito ordinario altri 30 imputati, tra cui quelli cosiddetti eccellenti, ovvero tra gli altri l’imprenditore Carlo Borella, ex presidente dei costruttori di Messina, e l’avvocato Andrea Lo Castro, accusati di concorso esterno all’associazione mafiosa. Ci sono anche coinvolti, per corruzione, un tecnico comunale di Messina, l’ing. Raffaele Cucinotta, l’imprenditore Rosario Cappuccio, per estorsione. Il processo è in corso davanti alla Prima sezione penale del Tribunale (presidente Silipigni). La sentenza è prevista subito dopo l’estate.

L’indagine dei carabinieri del Ros, coordinata a suo tempo dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, che aveva portato in carcere nell’agosto del 2017 trenta persone, aveva svelato l’esistenza di una cellula di Cosa nostra etnea a Messina, sovraordinata ai gruppi mafiosi operanti nella provincia, che si avvaleva di professionisti, imprenditori e funzionari pubblici per gestire rilevanti attività economiche.

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Enrico Di Giacomo

 

 

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