Catenovirus 6-la vendetta: alla ricerca dell’arcinemico

5 Agosto 2020 Inchieste/Giudiziaria

Di Massimiliano Passalacqua – Un po’ me la aspettavo, la telefonata di Cateno. Sapete com’è: preso da mille impegni, l’ho lasciato nelle mani di Antonio Pereira che, a differenza mia, non è certamente un suo fan e gliene ha scritte di tutti i colori. Tutte vere e meritate, per carità; ma è chiaro che l’improvvisa mancanza di par condicio sul blog lo ha turbato.

E qualche giorno fa, puntuale come uno squillo di Papa Bergoglio, la chiamata è arrivata: «Scusa, IlMaxFactor», ha esordito il sìnnico con tono dimesso, «potresti tornare a scrivere di me, in modo da riequilibrare i contenuti del tuo blog? Sono in astinenza da Catenovirus, mi manca persino Cateno Laqualunque… So che a volte io per primo non sono stato troppo educato, ma ’sto portoghese è proprio tinto! Dice che ho problemi psichici! Cosa gli avrò mai fatto?». Alle mie rassicurazioni su un imminente post ‘riparatore’, mi ha ringraziato calorosamente. Poi ha detto cazzo, coglione e pompino per chiudere la frase in maniera consona.

Perché Cateno Laqualunque («Ah, sìììì, finalmente…») non è abituato alle critiche. La sorte – sotto le sembianze di una politica incapace e di una stampa intellettualmente disonesta – gli ha regalato un biennio abbondante senza contraddittorio, altra faccia di una medaglia che aveva visto il suo predecessore Renato Accorinti massacrato senza pietà e spesso senza fondamento. In questo brodo primordiale di piccineria e risentimento, Catenovirus («Sì, sì, sììììì…») ha eliminato tutto quello che aveva fatto Accorinti – ha eliminato l’Atm, per esempio; curioso che nessuno dei miei colleghi se ne sia mai accorto – e grazie al buddacismo dei messinesi ha gettato le basi per un regno lungo e ricco di gloria. Per lui e per i suoi consigliori, non certo per la città.

Ma proprio oggi che, praticamente a metà mandato, Cateno si trova a fronteggiare il fallimento di qualunque cosa abbia detto, fatto, promesso o minacciato da quando è diventato sìnnico (a parte l’inserimento nel Guinness dei Primati per il maggior numero di ordinanze annullate o revocate, questa sì una soddisfazione), non basta più: i follower diminuiscono, i like latitano, altre dirette non ne può fare se prima non spiega quanti soldi si è mangiato con il CoC (in forma di farcitura delle focacce e del pane cunzato), e nel frattempo la città è un cesso come non lo era mai stata. Insomma, ha bisogno del ritorno del suo cantore, del suo aedo, del suo primo esegeta.

In realtà, Cateno – mi ha fatto capire – vorrebbe IlMaxFactor come spin doctor, altro che Ciccio Gallo. «Ho pensato a te come al mio Rocco Casalino», mi ha sussurrato suadente mentre rabbrividivo e camminavo, come si dice, rasente al muro. Ma gli ho spiegato che, dopo che tutti i suoi ultimi tentativi di riprendersi la scena mediatica (culminati nella chiusura-farsa dell’hotspot di Bisconte che non poteva chiudere, motivata con la positività dei migranti fuggiti che non erano positivi) si sono conclusi con altrettante figuracce, la situazione è ormai compromessa: hai voglia a postare foto mentre raccogli cucuzze e fiori di zucca in quella specie di Arcadia che sarebbe Fiumedinisi, un «braccia rubate all’agricoltura» prima o poi lo scippi. 

Inoltre, nelle mie intenzioni, la saga del Catenovirus («ahhhhhhhhhhhh, sì, ancora…») si era conclusa con l’episodio “Catengers: Endgame”, nel quale si trasformava in Cathanos («hmmmm…») e, indossato il Guanto dell’Infinito, schioccava le dita sterminando metà della popolazione e trasformando Messina in una cittadina di appena centomila abitanti, con case sfitte, posti di lavoro e… senza calabresi. Come continuare? Serve un nuovo nemico, un antagonista degno del nostro eroe, e diciamolo chiaramente: non può certo essere Alessandro Russo.

Il consigliere comunale del PD è un tipo troppo pulito, educato, pignolo: sembra un po’ il compagnetto secchione che fa notare alla prof di filosofia che Kant sul libro non è come l’ha spiegato lei in classe. Spulcia le delibere e argomenta, motiva, magari una volta su cento sbaglia, ma di norma solleva problemi veri e Cateno – che nel merito non può rispondere – non può fare altro che schiumare di rabbia e dargli del coglione. Avete presente la scena dei Predatori dell’arca perduta in cui Indiana Jones è minacciato da un sicario che per intimorirlo fa numeri da giocoliere con la spada, finché l’altro non estrae una pistola e gli spara senza muovere un muscolo? Ecco, se dovessi immaginare un dialogo tra Russo e Cateno sarebbe più o meno così. 

Nella spasmodica ricerca di un nemico, uno qualunque, per il Catenovirus («basta, non ce la faccio, godooo…»), il sìnnico si è quindi inventato Alessandro Tinaglia. E chi è?, direte voi. Architetto con il pallino della politica e degli incarichi, nel 2013 si candidò a sindaco con “Reset!” dopo un fallito abboccamento con Renato Accorinti. Abboccamento che va raccontato, perché fece a Renato questo ragionamento: «Secondo i sondaggi noi siamo al 10 per cento e tu pure, facciamo una lista con venti nomi nostri e venti tuoi e la chiamiamo “Reset! Sindaco”. Senza il nome del candidato». Geniale, no? Dopo essersi fatto ridere in faccia persino da Accorinti, lui andò avanti per la sua strada (epocale il nome che gli elettori trovarono sulla scheda: “Alessandro Tinaglia detto Reset”) e prese il 3 per cento mentre Renato arrivava al 24% e al ballottaggio, dove avrebbe ribaltato Felice Calabrò vincendo le elezioni.

Tinaglia ha quindi berciato per un po’ sulla scena politica messinese, poi si è piazzato in giunta a Torregrotta come assessore tecnico e nel 2018 si è dimesso per sostenere Cateno, che lo ha nominato in Commissione Urbanistica. Quando negli ultimi giorni, a proposito del rimpasto, è venuto fuori anche il suo nome, Tinaglia si è finalmente svegliato da due anni di torpore dichiarandosi indisponibile e dicendo peste e corna di Cateno e della sua sindacatura: peccato che abbia dimenticato di essere ancora in Commissione Urbanistica… Niente, troppo scarso: e infatti Cateno ha dovuto rifiutare il confronto pubblico nel quale il prode Tinaglia gli avrebbe rassegnato le dimissioni. Va bene che ha bisogno di visibilità come dell’ossigeno, ma anche lui si è reso conto che non si può parlare proprio con tutti. La ricerca dell’arcinemico continua.

P.S.: Carlotta Previti vicesindaco. E niente, fa già ridere così.

 

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